Dopo ottant'anni sembra profilarsi il superamento di uno scisma, nato all'indomani della rivoluzione di Ottobre, che vedeva la Chiesa ortodossa russa all'estero contrapporsi radicalmente alla Chiesa ortodossa... in patria. Sullo sfondo, altri nodi antichi e recenti: il contrasto Mosca-Roma, e anche Mosca-Costantinopoli.
Lo scisma che nel secolo ventesimo ha lacerato la Russia sarà forse superato entro pochi anni: è quanto sperano la Chiesa ortodossa russa e la Chiesa ortodossa russa all'estero, dopo i positivi risultati degli incontri al massimo livello avvenuti dal 14 al 28 maggio a Mosca ove per la prima volta, accolto festosamente dal patriarca Aleksij II, si è recato in visita ufficiale il metropolita Laurus (Lavr), primo gerarca della Chiesa russa che ha la sua sede presso New York. Naturalmente, non tutti i problemi sono risolti ma - se non sopravverranno spiacevoli contrattempi - il dialogo ora apertosi dovrebbe porre fine a ottant'anni di contrapposizioni dolorose e al più presto sfociare nella sperata riconciliazione.
Nel dramma della rivoluzione sovietica
Nel febbraio del 1917 la rivoluzione "borghese" aveva costretto ad abdicare lo zar Nicola II, il successore di Pietro il Grande che, agli inizi del '700, aveva abolito la carica di patriarca di Mosca. In tale contesto, nell'estate del '17 la Chiesa ortodossa russa tiene a Mosca un grande Concilio che, tra l'altro, ripristina la carica di patriarca: viene così eletto Tikhon I. Ma la Chiesa si è appena riassestata quando, nell'ottobre successivo, con la loro rivoluzione i bolscevichi vanno al potere. Il neonato patriarcato viene scosso dalla bufera: oltre un centinaio di vescovi, 25.000 preti e monaci, migliaia e migliaia di semplici fedeli vengono uccisi per ordine diretto o indiretto di Lenin. Tikhon e quello che rimane dell'alta gerarchia ortodossa si trovano in una morsa: morire tutti o, pagato un altissimo tributo di sangue, tentare un qualche "dialogo" con il nuovo regime? Nel frattempo, scoppia la guerra civile, che vedrà infine la vittoria dei "rossi" sui "bianchi".
Un gruppo di vescovi (siamo nel 1920) ripara a Costantinopoli per "conservare" la Chiesa russa e ristabilire poi, quando le circostanze lo avessero permesso, piene relazioni canoniche con il patriarcato di Mosca. Ma, dopo che, nel '23, Tikhon riconosce la legittimità del potere sovietico, la Chiesa russa all'estero, riunita in un Sinodo che ha sede a Karlovci (Serbia), si dichiara l'unica legittima Chiesa russa. Anche questa poi si suddividerà in vari rivoli, l'uno con sede a Parigi, l'altro a Jordanville, New York. Intanto, a Mosca nel '25 muore Tikhon (strozzato in carcere?): nel '27 il vice-vicario patriarcale Sergei Stragorodskij emette la dichiarazione di fedeltà al regime sovietico; ciò non toglie che nel successivo decennio Stalin perseguiti ancora duramente la Chiesa russa. Poi, per ringraziare gli ortodossi che, per difendere la Madrepatria, unanimemente si erano schierati con l'Armata rossa quando il 22 giugno 1941 i tedeschi avevano invaso l'Urss, lo stesso Stalin nel '43 permise la ricostituzione del patriarcato di Mosca; venne eletto proprio Sergio e, alla sua morte, i successivi patriarchi - Aleksij II nel 1990.
Quando cade l'Urss, la Chiesa ortodossa russa all'estero - sempre ritenendo il patriarcato di Mosca illegale, svenduto ai comunisti - inizia a stabilire proprie parrocchie in patria: una provocazione che crea aspre contese tra i fedeli e le vibranti reazioni di Aleksij II e dell'episcopato russo-russo.
Una dozzina di anni fa, quando la Chiesa "all'estero" si compiaceva dei suoi appelli "alla libertà in Urss" emessi per decenni da New York, qualcuno domandò al patriarca: "E voi che faceste, in quegli anni?". Al che Aleksij rispose: "Noi siamo rimasti qui". Ma, insieme alle polemiche, il patriarca ha lanciato vari messaggi distensivi all'"altra" Chiesa, sostenendo che, caduto il regime comunista, la divisione nata nelle drammatiche vicende politiche e sociali degli anni Venti non aveva più ragione di esistere. Infine, dopo varie missioni "esplorative", lo stesso capo della Chiesa russa all'estero il metropolita Laurus dell'America orientale e di New York, ha accettato in maggio l'invito ufficiale di Aleksij.
L'eredità dei martiri
Il patriarca e l'insieme della Chiesa russa
in patria hanno ricevuto con tutti gli onori Laurus e la sua delegazione. Il 15 maggio, alla presenza del-l'ospite, Aleksij ha celebrato presso Mosca una divina liturgia (messa) nel poligono di Butovo, chiamato il "Calvario russo", perché là dall'8 agosto 1937 al 19 ottobre del '38 furono uccise - secondo informazioni ufficiali - 20.765 persone, in gran parte ortodossi (sette vescovi, centinaia di preti e monaci, migliaia di fedeli) eliminati a causa della loro fede cristiana. Duecento di queste persone - quelle su cui finora si è potuto adeguatamente investigare - sono state recentemente canonizzate dalla Chiesa russa (in patria) come "nuovi martiri".
In un discorso per l'occasione, Aleksij ha detto a Laurus: "Né le torture, né le minacce, né la morte hanno spinto questi martiri a rinunciare a Dio e alla Chiesa di Cristo. Butovo non è solo il luogo di una grande tragedia della Russia, ma anche un luogo di grande gloria per l'Ortodossia russa". E quindi, in un passaggio decisivo, con implicito riferimento alla "Dichiarazione di fedeltà" del 1927 al potere sovietico, ha aggiunto: "Tra le persone uccise qui ve ne erano di quelle che avevano accettato il "modus vivendi" per salvare la vita della Chiesa pensato dal metropolita Sergio. Altre, invece, non ritennero possibile accettare concessioni forzate con un regime ateo. Comunque, ambedue hanno incarnato la loro fedeltà a Cristo e ora insieme stanno di fronte all'altare di Dio e pregano per la salvezza della loro madrepatria, la rinascita della Chiesa ortodossa russa e la riunificazione di tutto il popolo russo nella verità".
Laurus e la sua delegazione hanno visitato molte città della Russia, da San Pietroburgo a Sergiev Posad (Zagorsk) a Nizhnij Novgorod (Volga), ovunque accolti con calore dagli ortodossi del patriarcato. Ma, a parte queste visite, il cuore del soggiorno di Laurus a Mosca sono stati i colloqui - definiti "cordiali" - con Aleksij. Queste le conclusioni dei lavori: "Le due parti hanno espresso il comune desiderio di superare la tragica divisione sorta come risultato della rivoluzione (del 1917) e della guerra civile, e di raggiungere il ristabilimento della comunione eucaristica e della unità canonica in una sola Chiesa locale ortodossa russa". Per raggiungere tale scopo, due commissioni - l'una presieduta dal metropolita Innokenty di Korsun (Mosca), e l'altra dall'arcivescovo Mark di Berlino e Germania (Chiesa all'estero) - lavoreranno insieme per approfondire questi punti: "1/ I princìpi della relazioni Chiesa-Stato; 2/ I princìpi delle relazioni tra la Chiesa ortodossa e le comunità non-ortodosse e le organizzazioni inter-confessionali, in accordo con la tradizione della Chiesa; 3/ Lo status della Chiesa ortodossa russa all'estero come parte autogovernantesi della Chiesa ortodossa russa; 4/ Le condizioni canoniche per il ristabilimento della comunione eucaristica".
Le "seduzioni" dell'ecumenismo
In una conferenza-stampa, il metropolita Kirill di Smolensk, "ministro degli esteri" della Chiesa russa, ha commentato il senso dei colloqui moscoviti di Laurus: "Il loro scopo non era di fare adesso l'unità della Chiesa, ma quello di trovare un linguaggio comune per superare la tragica divisione del nostro popolo". A sua volta l'arcivescovo Mark ha detto che ora non si può prevedere "quanto tempo" ci vorrà per completare il cammino di riunificazione. Comunque i problemi sul tappeto saranno discussi in ottobre, a Mosca, dal Concilio episcopale e, nel 2005, dall'analogo concilio della Chiesa all'estero.
Mark ha anche parlato dell'ecumenismo, sottolineando come esso diventi "pericoloso" quando trasborda dai suoi confini, e ha definito una "seduzione" nefasta la concelebrazione eucaristica di ortodossi con non ortodossi. Secondo l'arcivescovo, poi, per ora è "inopportuno" un incontro tra Aleksij II e Giovanni Paolo II, "a causa del proselitismo dei cattolici nel territorio del patriarcato di Mosca, in particolare in Ucraina. Solo una soluzione dei problemi pendenti renderà possibile l'incontro tra i capi delle due Chiese". Da parte sua Kirill ha detto che i colloqui di febbraio a Mosca, con il card. Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani" (vedi Confronti, 4/2004), hanno permesso di superare uno "stallo", riconoscendo l'esistenza di problemi dalle due parti e stabilendo i passi per il successivo dialogo.
Il 27 maggio Aleksij e Laurus sono stati ricevuti dal presidente della Federazione russa: "Sono felice - ha detto loro Vladimir Putin - che il processo di riavvicinamento delle due parti della Russia ortodossa vada avanti positivamente. Non voglio parlare di due Chiese, perché nella coscienza del nostro popolo la Chiesa russa è una sola In nessuna circostanza lo Stato intende immischiarsi negli affari interni della Chiesa. Noi non possiamo influire sui processi interni delle Chiese ortodosse russe, ma siamo pronti ad aiutare per creare le condizioni per il ristablimento dell'unità dell'Ortodossia russa". E ancora: "Il processo di riavvicinamento delle due parti della Chiesa ortodossa russa significa più che una soluzione di un problema ecclesiastico interno. È il simbolo del risveglio della Russia e dell'unità del popolo russo".
Il problema dei "vecchio-credenti"
Dal punto di vista numerico, insuperabile è il divario tra le "due" Chiese russe: 80 milioni (o forse 100, o forse 60: difficile quantificare) i fedeli ortodossi "in patria", circa un milione quelli "all'estero". Ma la sproporzione numerica non deve trarre in inganno: lo scisma del secolo ventesimo ha pesato e pesa acutamente nelle carni vive, e nella coscienza dell'intera Ortodossia russa, anche perché raggruma in sé problemi acuti e complessi: i rapporti Chiesa-Stato in tempo di persecuzione; la profezia del martirio e/o la ricerca di modus vivendi per salvare il salvabile (vite umane, in primis); il giudizio storico su chi è rimasto in patria e su chi è partito
Si capisce perciò l'importanza che a Mosca si attribuisce alla visita di Laurus, e al cammino, infine iniziato, che dovrebbe presto portare a sanare una ferita ecclesiale ancora sanguinante.
La cucitura dello scisma "politico" del secolo ventesimo potrebbe anche favorire, indirettamente, il risanamento di un altro scisma (raskol, in russo) "ecclesiale", che pende sulla Chiesa russa da 350 anni: quello dei "vecchi-credenti". Il patriarca Nikon I, eletto nel 1652, decise una riforma liturgica - una semplificazione, seppure assai contenuta, con un riferimento all'uso greco - alla quale si opposero quanti la considerarono un "tradimento" dell'autentica tradizione russa. Alla guida dei "vecchio-credenti" - così furono chiamati - vi era in particolare il pope Avvakum, poi dallo zar esiliato in Siberia, e dal grande Concilio di Mosca scomunicato nel 1666. Nel 1682 Avvakum fu infine arso sul rogo (fatto, questo, rarissimo in Russia).
I "vecchio-credenti" - ai quali solo nel 1905 lo zar Nicola II garantì la libertà religiosa - si suddivisero poi in vari rivoli. Oggi si calcola che essi siano sui 2,5 milioni. Il loro capo è il metropolita Andreian di Mosca. Nel 1988, in occasione del "Millennio del battesimo della Rus'" (antica Ucraina e Russia meridionale), il Concilio locale della Chiesa russa scrisse un cordiale messaggio ai "vecchio-credenti" al fine di aprire un dialogo che portasse a chiudere il raskol del XVII secolo; ma, pur superate alcune tensioni, lo status quo è rimasto immutato.
Luci e ombre tra Roma e Mosca
Oltre ai problemi interni alla Chiesa russa, altri - in parte già accennati - si intersecano con la sua storia attuale. Il primo è il rapporto Mosca-Roma. Dagli anni Novanta ad avvelenare i rapporti è stato il problema della "rinascita" dei greco-cattolici ucraini, chiamati "uniati" dagli ortodossi. Nati nel 1595-96 (per una coerente scelta religiosa che li portò a riaffermare l'unità con il papa, essi dicono; assecondando le mire dei re cattolici polacco-lituani e del papato, e dunque tradendo la Chiesa-madre ortodossa, replica Mosca), perseguitati da Stalin, dissolti per legge nel 1946 da uno pseudo-Sinodo di Leopoli, con Gorbaciov hanno cominciato a riorganizzarsi. Ne è nato un aspro contrasto con gli ortodossi per il possesso e l'uso degli edifici nel '46 sottratti ai greco-cattolici. Nel frattempo questi si sono riorganizzati e due anni fa il loro Sinodo chiese formalmente al papa l'istituzione di un patriarcato greco-cattolico a Kiev.
Altro problema: nel '91 papa Wojtyla creò delle "amministrazioni apostoliche" in Russia poi da lui, nel 2002, trasformate in quattro diocesi: per ragioni pastorali, secondo Roma; per fare del proselitismo, secondo Mosca. A causa dei due problemi Aleksij II ha finora rifiutato di incontrare il papa.
Per tentare di rasserenare la situazione, in febbraio il card. Kasper si è recato a Mosca, riannodando, pur nel permanere di tante difficoltà, il filo del dialogo. La radice del malessere - ci hanno ribadito il 23 giugno alti dirigenti ortodossi nella sede del patriarcato, durante un incontro con pellegrini della parrocchia veronese di San Pancrazio - sta nel fatto che il papa regnante parla sì con rispetto della Chiesa ortodossa russa, ma poi, in pratica, ignora l'affermata "sororità" e sulla Russia prende decisioni senza alcuna considerazione delle ragioni degli ortodossi (ben diverso, ovviamente, il punto di vista della gerarchia cattolica russa e del Vaticano).
In tale contesto si situa l'importante decisione presa il 3 giugno 2004: pur dando in linea di principio ragione ai greco-cattolici, Wojtyla ha però differito a data da destinarsi il concreto accoglimento della richiesta di istituire il patriarcato di Kiev. D'altronde, Aleksij - come tutti gli altri patriarchi ortodossi, a cominciare da quello di Costantinopoli, Bartolomeo I - aveva fatto sapere a Roma che ove il pontefice avesse istituito il patriarcato "uniate" di Kiev, ogni dialogo con l'intera Ortodossia sarebbe stato sepolto.
Sempre nella scia dei gesti distensivi si situa, poi, la decisione del papa di "restituire" alla Chiesa ortodossa russa l'icona della Madonna di Kazan' giunta rocambolescamente in Occidente ottant'anni fa, e da undici anni custodita nella cappella privata di Giovanni Paolo II (vedi editoriale, pag. 5). Aleksij II, ringraziando "di cuore" del gesto, lo ha definito "un passo nella giusta direzione"; ma, alludendo al "proselitismo" cattolico, egli ha colto l'occasione per ribadire: "L'apertura nei rapporti tra i cristiani di varie confessioni presuppone il rispetto reciproco, la conoscenza della storia comune e la sensibilità nel realizzare qualsiasi opera in territori in cui esistono da secoli altre tradizioni cristiane".
Luigi Sandri