A pochi giorni dalla tragica morte di Enzo Baldoni, il presidente del Senato Marcello Pera ha avanzato la proposta di un patto di solidarietà nazionale contro il terrorismo. Ma dietro questa formula ci sono pesanti implicazioni politiche e militari. L'unità contro il terrorismo non può implicare il sostegno all'intervento militare in Iraq.
Un "patto di solidarietà dell'Occidente" contro il terrorismo islamico: è l'ultima proposta del presidente del Senato Marcello Pera, che precisa che la solidarietà occidentale deve cominciare dall'interno di ciascun paese. "Non si devono invocare le istituzioni internazionali - ha sottolineato - per scaricare il problema, per creare alibi, per dividerci tra maggioranze e opposizioni. Se il problema è la tutela della nostra civiltà, la questione va ben oltre le normali divisioni interne".
La proposta ha fatto discutere ma ci pare che, in buona sostanza, sia stata respinta al mittente dal-l'opposizione. Perfino Ciampi ha sentito l'esigenza di intervenire ("lo scontro di civiltà non è affatto una prospettiva inevitabile, il rapporto con l'islam deve essere basato sul rispetto reciproco"). Prevedibili le reazioni della Casa delle libertà e dei suoi più fidi ammiratori: il no a Pera - hanno detto - è l'ennesimo frutto dell'antiberlusconismo che fa da collante a un'opposizione peraltro divisa e rissosa.
A noi invece pare che, in questa occasione, l'opposizione di centrosinistra abbia fatto bene. L'appello di una figura istituzionale come il presidente del Senato, infatti, 1) è giunto tardivamente, 2) assume delle premesse storiche geopolitiche inaccettabili, 3) contiene dei corollari che, se accettati, tradirebbero la linea politica dell'opposizione sulla crisi irachena.
I tempi: oggi si fa un appello all'unità delle forze politiche con un obiettivo di per sé condivisibile, la lotta al terrorismo internazionale. Ma in questi anni il governo Berlusconi ha gestito la crisi irachena - dal sostegno acritico all'intervento militare angloamericano all'invio di truppe dopo la caduta di Saddam e quindi al piatto allineamento sulla linea Bush-Blair - non solo senza ma anzi contro l'opposizione, ridicolizzando la sua critica alla guerra ed appiattendola sul pacifismo "senza se e senza ma". Così non era, dal momento che almeno una parte dell'opposizione - per la pace ma non per questo "pacifista" ingenua - chiedeva un tempestivo coinvolgimento delle Nazioni Unite ed un ri-bilanciamento dei poteri del nuovo Iraq, oggi tutti a favore degli Usa e della sua "guerra contro il Male". La maggioranza governativa che oggi lancia suadenti ap-pelli all'unità è la stessa che ieri associava critica alla guerra e collusione al terrorismo. Insomma ha spaccato le vetrine ed ora invita tutti a collaborare a ripararle. Si potrebbe anche fare, sarebbe quasi un bel gesto. Ma chi lo invoca dovrebbe acqui-sire credibilità e, in politica, la credibilità si misura con le decisioni e le scelte coerenti con l'obiettivo della pace proclamata. Ad oggi, non se ne vedono.
Persino nel ragionamento - e veniamo così alle premesse poste da Pera - non si colgono segnali di attenzione alle idee e ai pensieri del "popolo della pace", in tutte le sue variegate e talvolta confuse espressioni. La premessa è che in Iraq non c'è una resistenza all'occupazione occidentale ma solo e puro terrorismo islamico. Di più: "I terroristi - spiega Pera - i quali non sono pochi gruppi fanatici, ma un grandissimo fronte che attraversa tutto il mondo islamico, proclamano la sharia e dichiarano la jihad, vogliono colpire l'America, l'Europa, l'occidente. Vogliono - conclude Pera - come loro dicono, abbattere ebrei e crociati... in una parola, sono determinati a distruggere la nostra civiltà, quella della libertà, delle nostre istituzioni democratiche".
Con Pera siamo dentro la teoria dello "scontro di civiltà", per giunta descritta con i toni accorati ed inquietanti dei libri di Oriana Fallaci. I turchi alle porte di Vienna! Ma è davvero questa la situazione? I teorici dello "scontro di civiltà" - radicalismo islamico versus occidente democratico - ignorano che lo scontro decisivo oggi è all'interno dell'islam, tra le sue componenti moderate che credono nella convivenza e nell'integrazione e quelle che, al contrario, inseguono il delirio insanguinato di un'islamizzazione globale. Questo scontro non si risolve con la guerra, certamente non con questa guerra in Iraq. Servono la politica, e cioè il sostegno ai moderati, misure di integrazione dell'islam nelle società occidentali, un impegno attivo per la pacificazione dell'area mediorientale. Tutto questo non esclude a priori l'uso della forza per sconfiggere le centrali del terrore; ma la strada maestra è un'altra, e non è quella dell'occupazione militare, delle "guerre preventive" o dei neoprotettorati. È quella dello sforzo di garantire la sicurezza, stabilire rapporti economici internazionali giusti, e di rafforzare le Nazioni Unite come foro competente a dirimere equamente le controversie tra gli stati.
Lo ha capito molto bene il governo francese, che proprio nei giorni tragici del rapimento in Iraq dei due reporter transalpini ha mostrato una grande capacità di "fare politica" nel e col mondo arabo. Nei giorni, anch'essi tragici e tristi, del rapimento di Enzo Baldoni, in Italia si discuteva di bandane e di divertenti partite a calcetto tra Berlusconi e Blair.
E, sempre a proposito dei due giornalisti francesi rapiti presso Baghdad: moltissime personalità del mondo arabo e del più ampio mondo musulmano, e delle comunità arabe sparse in Europa, a cominciare proprio dalla Francia, pubblicamente e limpidamente hanno condannato il rapimento e affermato che questo tipo di violenza tradisce l'anima profonda dell'islam. Non poteva esserci smentita più tempestiva e radicale delle tesi di Pera.
Infine il corollario: per come è stato proposto, l'appello all'unità contro il terrorismo implica automaticamente il sostegno alla presenza militare italiana in Iraq, nei modi e nelle forme in cui essa ancora oggi si realizza. Una pretesa non accettabile e difficilmente sostenibile. Milioni di italiani, e con loro milioni di europei e di americani, sono contrari alla guerra o, comunque, alla forma attuale dell'intervento militare occidentale in Iraq. Non è una questione da poco dare rappresentanza politica a questo dissenso, è un'esigenza democratica che non può essere ignorata. Perciò ben vengano gli appelli contro il terrorismo, sia ben accetto ogni confronto bipartisan sul futuro dell'area mediorientale, si tenga alta la guardia contro la minaccia dei violenti e degli integralisti. Ma non si cerchi di imbarcare altri passeggeri - magari nel nome dell'unità contro il terrorismo - su mezzi militari che si stanno impantanando nelle sabbie irachene.