Bush è protestante, Kerry è cattolico. Ma non è questa la differenza più rilevante tra i due candidati; la stessa appartenenza confessionale non è più un dato significativo in questa contesa politica. Bush interpreta al meglio la destra religiosa; Kerry richiama i principi laici di separazione tra Chiese e Stato propri della società americana. Sono due linee in contrapposizione: politica e teologica.
Quello religioso sarà uno dei fattori a decidere l'esito delle prossime elezioni presidenziali americane. Ma la discriminante non sarà confessionale quanto, piuttosto, etica e politica. Come noto, Bush è metodista ed appartiene quindi ad una delle chiese storiche del protestantesimo Usa; lo sfidante democratico, John Kerry, è invece cattolico. Oggi però, diversamente da quarantaquattro anni fa quando a correre per la Casa Bianca fu John Kennedy, questa differenza non ha un grande peso. Rispetto ad allora la chiesa cattolica è assai più integrata nel cuore della società americana il cui pluralismo religioso si è fatto ancora più marcato; d'altra parte il protestantesimo appare troppo frammentato per continuare ad esercitare quel ruolo di leadership morale che per decenni ha segnato la cultura e la società statunitense.
Eppure nella campagna elettorale che si sta concludendo si è parlato molto di religione. Non stupisce che lo abbia fatto Bush. Si sa che il presidente uscente è molto credente e praticante; soprattutto, come non accadeva dai lontani tempi di Reagan, è un candidato organicamente legato alla Destra cristiana della quale ha assunto alcune bandiere: la restrizione della legge sull'aborto, i toni biblici ed apocalittici a giustificazione della guerra in Iraq.
Ma il capolavoro politico di Bush nel sostegno alla Destra religiosa è stato il sostegno finanziario diretto a organizzazioni e gruppi religiosi impegnati nel campo sociale e assistenziale: la cifra stanziata nel 2004 è di oltre quaranta milioni di dollari che sono andati a quasi 150 organizzazioni impegnate in questo campo, insomma a quelle associazioni che il presidente chiama "gli eserciti della compassione". È il trionfo di quella strategia del "conservatorismo compassionavole" con la quale Bush ha vinto le elezioni del 2000. Questo finanziamento si presta a considerazioni politiche e costituzionali: i canali aperti alle organizzazioni religiose sono infatti l'altra faccia della chiusura di alcuni programmi governativi. Insomma il privato al posto del pubblico, secondo una ricetta tutt'altro che inedita. Nello specifico americano, però, il problema è che questo finanziamento diretto ad organizzazioni religiose appare di dubbia costituzionalità: il primo emendamento della Costituzione stabilisce infatti un rigido criterio di separazione tra le Chiese e lo Stato, così che non si possa "stabilire" una religione ufficiale né limitare l'esercizio della libertà religiosa. In virtù di questa solenne affermazione organismi come la Interfaith Alliance - un network interreligioso che raccoglie oltre 150.000 credenti cristiani, ebrai, islamici e altri - denunciano "l'influenza intollerante della Destra religiosa nella vita civile".
Un corollario importante riguarda la scena internazionale: alcuni gruppi della Destra religiosa impegnati in attività evangelistiche in paesi del Sud del mondo rivendicano infatti l'accesso ai fondi pubblici per il loro impegno a favore della "libertà religiosa". In questa linea il rev. Franklin Graham - figlio del più noto e ben più autorevole Billy - oggi potrebbe chiedere ed ottenere fondi pubblici per la sua campagna di diffusione della Bibbia nell'Iraq. Un paradosso, forse oggi non realistico, ma che indica la linea di tendenza in cui si muovono quanti vorrebbero ridisegnare la politica internazionale degli Usa in rapporto al tema della libertà religiosa.
La campana di Kerry ha un altro suono. Paradossalmente il problema principale di Kerry sono proprio i cattolici o, meglio, i vertici della chiesa americana che gli rimproverano di essere "pro choice", e cioè a favore del mantenimento della legge sull'aborto; inoltre, pur essendo contro i "matrimoni omosessuali", il candidato democratico è a favore delle unioni civili; infine, ha già annunciato che, se eletto, rivedrà la legge che finanzia i gruppi religiosi attivi nel sociale. Se Bush è l'alfiere della Destra religiosa ed interpreta spiritualmente la sua missione alla Casa Bianca, Kerry cavalca invece il tema della laicità e della radicalità del primo emendamento. In un certo senso è la stessa strategia di Kennedy, quando intese rassicurare la leadership protestante che un cattolico alla Casa Bianca non avrebbe alterato il principio di separazione tra le religioni e lo Stato. Eppure quella che fu una carta vincente per JFK potrebbe costare cara a Ker-ry: sugli Usa oggi soffia una impetuosa domanda di spiritualità che la destra religiosa riesce a raccogliere assai meglio delle chiese liberal: il 61% degli americani afferma di pregare almeno una volta al giorno; una percentuale analoga frequenta settimanalmente un luogo di culto. Qualcuno ha anche rilevato che la scarsa presenza di afroamericani nello staff di Ker-ry priva il candidato di quella energia spirituale propria dei leader religiosi neri. Il risultato è che solo il 7% degli elettori riconosce nel candidato democratico "una persona fortemente religiosa". Negli Usa del 2004 potrebbe essere un handicap.
Secondo un sondaggio dell'Istituto Gallup, oggi il 64% degli americani ritiene che la propria fede avrà un ruolo importante sulla decisione per chi votare; la percentuale sale al 75% tra gli evangelicals, che in assoluta maggioranza non faranno mancare il loro voto al presidente uscente; Kerry, in difficoltà anche rispetto al mondo cattolico, pescherà soprattutto tra i "laici" ed i cristiani "liberal". Le elezioni del 4 novembre ci diranno, tra le altre cose, quanto pesano nella società americana di oggi. E non sarà un dato di poco conto.
Paolo Naso