Il caso del liceo "Agnesi" di Milano, dove alcuni genitori hanno chiesto la formazione di una classe composta solo da giovani musulmani, è una risposta sbagliata a una esigenza fisiologica della comunità islamica: integrarsi mantenendo viva la propria identità religiosa.
Le accese polemiche scoppiate lo scorso luglio intorno alla faccenda della classe islamica autorizzata dal liceo delle scienze sociali "Agnesi" di Milano, bocciata poi dal ministro dell'Istruzione Letizia Moratti, hanno riportato a galla una scottante questione sociale che il mondo politico e istituzionale stenta ad affrontare in maniera seria e responsabile: vale a dire l'integrazione delle nuove realtà etniche e culturali che, ormai da decenni, fanno parte del panorama sociale del paese. La minoranza islamica è una di queste realtà.
In una società contrassegnata dalle diversità culturali etniche e religiose è prevedibile che nella scuola, istituzione di frontiera, vengano fuori fisiologiche difficoltà e contraddizioni di un contesto in continua trasformazione culturale. Ma spesso i pressanti segnali di cambiamento che provengono dalla scuola non sono ben percepiti dalle istanze politiche e istituzionali.
Il problema questa volta non è il velo o il crocifisso, ma è la scuola islamica. L'affaire del liceo "Agnesi" ha diviso il mondo politico e quello della società civile fra sostenitori e contrari alla singolare richiesta avanzata da un gruppo di genitori musulmani per la formazione di una classe tutta musulmana (17 ragazze e 3 ragazzi). Si è discusso a lungo sull'opportunità o meno dell'iniziativa, senza poi soffermarsi a riflettere su quali possono essere le risposte ragionevoli ad una questione reale che si nasconde dietro questa paradossale richiesta: garantire una scuola pubblica aperta a tutti senza discriminazione alcuna.
La scuola pubblica come è concepita oggi è molto indietro rispetto alla società, che è in continuo mutamento dal punto di vista della sua composizione culturale etnica e religiosa.
Le nuove minoranze non si sentono garantite dal tipo di formazione scolastica che viene offerta ai loro figli. Tentano, quindi, di reagire perché pensano che la scuola non dia loro la possibilità di conservare le proprie identità culturali.
Dietro la singolare richiesta di una classe islamica si nasconde un grosso disagio legato alla preoccupazione di molti musulmani: non essere considerati attori sociali uguali a tutti gli altri e non avere spazi adeguati per vivere liberamente la propria fede.
La risposta che la comunità islamica (non tutta ovviamente) dà a questo sacrosanto bisogno di integrarsi, è tuttavia sbagliata. Una scuola solo per studenti musulmani non aiuta di sicuro l'integrazione, anzi porta dritto alla ghettizzazione di questi ragazzi. Essi hanno il diritto di studiare, a fianco dei loro coetanei di altre culture, e i loro genitori hanno il dovere - per legge, almeno per quanto riguarda la scuola dell'obbligo - di mandarli a scuola.
In questo senso l'esperienza della scuola tunisina di Mazara del Vallo ha dimostrato chiaramente la totale inadeguatezza del modello della "scuola speciale". In questa città siciliana esiste già dal 1981, in una scuola elementare pubblica, una classe per i soli bambini tunisini che seguono un programma scolastico del Ministero della pubblica istruzione della Tunisia, seguito da insegnanti tunisini. Per cinque anni i bambini studiano in arabo e in francese ed entrano ed escono tutti i giorni da questa scuola senza mai incontrare i loro coetanei. Il risultato: finita la scuola elementare questi ragazzi non parlano l'italiano, non riescono a continuare a studiare e non hanno amici italiani o di altre nazionalità. E così si dice addio all'integrazione! Ci viene da chiedere: come mai lo Stato ha consentito che ciò avvenisse in una scuola pubblica?
Il progetto sperimentale della classe islamica, quindi, è inaccettabile perché è una via che porta a tutt'altro che all'integrazione. Sbagliano di grosso coloro che nel mondo politico ritengono che la bocciatura di questo progetto sia un'occasione mancata per avviare il dialogo con l'islam e favorire la sua integrazione. L'inserimento dell'islam nel tessuto sociale italiano passa innanzitutto attraverso il suo riconoscimento come una religione praticata da migliaia di persone che vivono in Italia. Questo riconoscimento renderebbe meno diffidente la comunità islamica che si sentirebbe più accolta e rispettata nel vivere liberamente la propria fede nel rispetto delle leggi nazionali. Oggi molti musulmani hanno difficoltà a fornire una formazione religiosa ai loro figli. Le moschee dovrebbero svolgere questo compito attraverso le scuole coraniche. Ma il clima di sospetto - a volte giustificato e altre volte no - sui luoghi di culto islamici rende spesso impossibile lo svolgimento di questa attività. Ecco perché molti musulmani pensano - a torto - di trovare una risposta a questo bisogno nella scuola pubblica. Urge quindi l'istituzione di moschee italiane "libere", garantite dalla legge per i cittadini musulmani che vivono sul territorio italiano, moschee libere da egemonie extraterritoriali, governative e non. In questo modo i bambini musulmani potranno ricevere una formazione religiosa, come fanno i loro coetanei cattolici con il catechismo, i protestanti con la scuola domenicale e così via.
Alla scuola pubblica rimane l'arduo compito di formare non allievi cattolici, musulmani, ebrei, sikh o buddhisti, ma cittadini consapevoli di una società multiculturale e multireligiosa.
Mostafa El Ayoubi