"Hanno trovato l'America!"

Il 90% degli americani credono in Dio, e quasi il 70% dei credenti partecipa a cerimonie religiose almeno una volta la settimana. La legittimità delle attività religiose in seno alla società civile, garantita da uno Stato laico, rende accettabile la manifestazione pubblica della fede islamica. Lo dicono i musulmani stessi.

"Il giorno dopo la strage dell'11 settembre ho dovuto mettere via un piccolo Corano scritto in arabo, che tenevo appeso allo specchio retrovisore del mio taxi; mi proteggeva nelle mie lunghe giornate di lavoro in una città caotica come quella di New York. L'avevo tolto per paura di attirare l'attenzione di qualche malintenzionato", mi ha confidato Ahmed Dakar, un musulmano pakistano che vive, con la moglie e i tre figli, a New York dove lavora come tassista. Eravamo sulla strada che collega l'aeroporto John Fitzgerald Kennedy e la città di Princeton. Era il 10 aprile scorso; la guerra degli Usa e dei suoi alleati contro l'Iraq era ancora in corso.

Durante il tragitto, ho approfittato per chiedergli qualche informazione sul vissuto dei musulmani a New York anche alla luce di ciò che stava accadendo in Iraq.

Secondo Ahmed, in questa città vive circa un milione di musulmani e ci sono circa 200 moschee. "Nei primi giorni dopo il crollo delle Torri gemelle, molti di noi hanno lasciato i figli a casa e non sono andati a lavorare. Io invece l'ho fatto, e ho mandato mia figlia Jamila di 11 anni a scuola perché credo nella volontà di Dio".

Sulla guerra contro l'Iraq si è limitato a dire: "Noi non capiamo il vero motivo di questo attacco. Siamo molto amareggiati".

Ahmed valuta positivamente il modo in cui vive la comunità musulmana a New York. "Non ci manca niente. Abbiamo le nostre moschee, abbiamo il cibo halal (consentito dai precetti coranici, ndr) nella scuola per i nostri figli. Abbiamo tanti posti dove si può mangiare rispettando la nostra tradizione religiosa. A me piace molto la cucina cinese, e a Brooklyn frequento un ristorante il cui proprietario è un musulmano cinese; e lì ci va molta gente: cinesi, arabi, afroamericani, e asiatici come me".

Mentre Ahmed mi parla del suo vissuto a New York come musulmano, passiamo vicino al Centro islamico del New Jersey: una moschea con tanto di minareto a pochi chilometri da Princeton. "Andrò lì per la preghiera della sera, acià", mi ha detto Ahmed quando siamo arrivati a destinazione.

Ahmed è membro della comunità pakistana, una delle tante realtà che compongono il vasto mosaico culturale ed etnico dei circa 6 milioni di musulmani che vivono in Usa. Sono per il 77,6% immigrati, provenienti dall'oriente arabo (26,2%), dall'Asia del Sud (24,7%), dall'oriente non arabo (10,3%), dall'Asia dell'Est (6,4%) e da altre parti del mondo (11,6%). I musulmani autoctoni (23,8%) sono in maggioranza afroamericani. Le conversioni all'islam avvengono soprattutto nelle prigioni e nei campus universitari. L'85-90% dei convertiti sono afroamericani.

I primi musulmani cominciarono ad arrivare negli Usa fra il 1530 e il 1851 con il commercio degli schiavi. La percentuale di africani di religione islamica portati in America come schiavi è stimata tra il 14% e il 20%. Il fenomeno dell'immigrazione ha contribuito in maniera decisiva all'insediamento dell'islam in questo paese. All'inizio del XX secolo cominciavano ad arrivare i primi arabi musulmani, provenienti dal Libano e dalla Siria. Dopo la seconda guerra mondiale, fra gli anni '60 e '70, è iniziata una importante ondata di immigrazione islamica verso gli Usa, composta da studenti e lavoratori.

Secondo dati del Dipartimento di Stato americano (International information programs, 2001), l'islam è una religione in forte crescita negli Usa. Entro il 2010 la popolazione musulmana potrà superare quella ebrea, costituendo così la seconda realtà religiosa del paese dopo quella cristiana.

Mentre giravo per le vie di Harlem, dove vivono molti musulmani neri, mi sono imbattuto in una bancarella dove erano esposte diverse copie del Corano, tappeti per la preghiera e altri oggetti che ricordano le bancarelle all'uscita della grande moschea di Roma durante la preghiera comunitaria del venerdì. Solo che il venditore non era un marocchino, un egiziano o un bengalese "romano", ma era un giovane afroamericano. Indossava jelabba, fes e belgha, tipico vestito tradizionale marocchino. Aveva in mano un "rosario" islamico per pregare.

Prima di prendere in mano un Corano per sfogliarlo, ho salutato il giovane musulmano con la formula islamica a-salam alaicom, l'ho fatto per non urtare la sua sensibilità, non sapendo in quale categoria dei musulmani andava collocato. Era sicuramente osservante, ma temevo fosse conservatore ortodosso, uno di quelli che applicano alla lettera il versetto che dice che il Corano non può essere toccato dagli infedeli e dagli impuri. Al mio saluto mi ha risposto con la stessa formula islamica in arabo, e mi ha chiesto: "Da dove vieni, fratello?". E quando ha scoperto che sono nato e cresciuto in Marocco, si è alzato dalla sua sedia, mi ha abbracciato dicendomi: "Vedi come sono vestito! Sono stato sei mesi a Fes, in Marocco, per studiare il Corano e l'arabo, e mi è piaciuto molto come la gente si veste lì e da allora mi vesto anch'io come loro". Dopo una lunga conversazione con Yosuf (così si fa chiamare) sulla sua conversione all'islam, sui fatti dell'11 settembre e sulla guerra in Iraq, mi ha raccomandato di andare a visitare le tre moschee di Harlem e mi ha regalato un giornale della comunità islamica del suo quartiere.

Durante una mia visita all'università di Princeton, dove ho avuto un incontro con gli studenti per discutere di come le minoranze religiose vivono in Europa, ho scoperto l'esistenza di una moschea nell'edificio della cappella universitaria: una piccola saletta dove possono pregare una decina di persone, collocata di fianco all'ufficio del cappellano presbiteriano dell'università, Mark Orton, colui che ha organizzato l'incontro con gli studenti universitari. Sono capitato lì di venerdì, ho avuto quindi l'occasione di parlare con alcuni studenti musulmani dopo la preghiera comunitaria, svoltasi nella hall dell'edificio cappellano, poiché la saletta non poteva contenere i circa 40 musulmani, tutti maschi, presenti quella mattina.

Tranne un afroamericano e un indonesiano, gli altri erano tutti iraniani di rito sciita, immigrati in America per motivi di studio. Erano molto contenti di come venivano trattati: "La gente sa che siamo musulmani e ci rispetta. Mi sento libero, molto di più di quanto lo sono nel mio paese d'origine", mi ha confessato Houssein Kasimi, un giovane iraniano della città di Teheran, da cinque anni studente di medicina all'università di Princeton.

Il 4 aprile, mentre le truppe americane avanzavano verso Baghdad, a Washington si sono radunati circa 1500 musulmani in Freedom Plaza per dire: "No alla guerra in Iraq". L'iniziativa è stata organizzata dal movimento Muslim voices of justice and peace. "Denunciamo l'utilizzo di miliardi di dollari per la morte e la distruzione in Iraq, mentre i soldi servono qui a casa nostra, dove abbiamo seri problemi con la scuola, la sanità e il lavoro", ha dichiarato durante questa manifestazione Hodari Abdul Ali, responsabile del movimento. Il movimento aveva organizzato e dedicato la preghiera del venerdì alla commemorazione del 35° anniversario dell'assassinio di Martin Luther King.

Una delle prime vittime americane in Iraq è stato un soldato musulmano. Era il sergente Kendall Waters Boy ed è stato ucciso il primo giorno della guerra in uno scontro con le truppe irachene. Boy, 29 anni, era un membro del Moorish science temple of America (una organizzazione islamica afroamericana). In una dichiarazione alla stampa, suo padre, Michael Waters Boy, ha dichiarato alla stampa: "Mio figlio è un eroe"; e mostrando una foto di suo figlio ai giornalisti ha detto: "Da cittadino americano, vorrei che il presidente Bush guardasse bene questa foto dell'unico figlio che avevo, mi rivolgo a lui perché è stato lui a scatenare la guerra".

I musulmani si sentono parte integrante della società civile americana e godono di molta libertà nel confessare la propria fede. Non mancano tuttavia pregiudizi e discriminazioni nei loro confronti. I media sono un grande veicolo di questo fenomeno. Dalle informazioni televisive alla fiction hollywoodiana, tutto converge verso la presentazione di un islam sinonimo di fanatismo, terrorismo e violenza. E la situazione è ulteriormente peggiorata dopo la tragedia delle Torri gemelle.

I musulmani "americani", ciò nonostante, dispongono di una capacità d'espressione senza pari né in Europa né nei paesi islamici: giornali, istituti e organizzazioni islamiche sono impegnati nel controbilanciare il paradigma dominante della demonizzazione dell'islam. Uno fra tanti è il Council on american islamic relations (Cair), che combatte contro le discriminazioni che i musulmani subiscono in terra d'America. Diversi sono stati i processi vinti dal Cair contro multinazionali famose come la Nike (indumenti sportivi) e la Budweiser (birra), colpevoli di aver fatto riferimento alla fede islamica in maniera diffamatoria o di aver discriminato lavoratori musulmani per motivi legati alla loro fede.

Lo stadio avanzato di affermazione sociale e politica in cui si trovano i musulmani d'America è legato principalmente alla specificità sociale ed economica della popolazione immigrata. È negli Stati Uniti che si trova la più forte concentrazione dell'élite musulmana (medici, avvocati, ingegneri, dirigenti aziendali e così via), e la loro presenza nelle università è nettamente superiore a quella che si può osservare negli atenei europei. Ciò spiega la vitalità e il dinamismo della minoranza islamica che è riuscita a fare valere i suoi diritti fondamentali.

Nell'esercito americano, dove sono arruolati circa 18 mila soldati di fede islamica, operano oggi quattro "cappellani" musulmani. La Casa Bianca invia ogni anno in occasione della fine del mese di Ramadan un messaggio d'augurio alla comunità islamica. Il senato americano ha invitato un imam a fare una preghiera per l'apertura dei lavori nel 1999. In un ospedale di Detroit si possono distribuire copie del Corano ai pazienti musulmani; nell'aeroporto internazionale di Denver è stata fatta una sala di preghiera per i musulmani.

Nel suo rapporto annuale del 1999, il Cair ha reso noto che vi è una crescente sensibilità e considerazione nei confronti della comunità islamica. A Chicago, nelle scuole pubbliche viene distribuito cibo alternativo a quello con carne di maiale; in Fairfax Country (Virginia), le mense scolastiche indicano il menu giornaliero con riferimento a cibi che possono essere consumati da cristiani, ebrei, musulmani, ecc. A Paterson (New Jersey), il dipartimento della scuola pubblica chiude le scuole anche per le due feste religiose islamiche.

Gli Usa sono un paese profondamente religioso: il 90% della popolazione crede in Dio, e quasi il 70% dei credenti partecipa abitualmente a cerimonie religiose.

In questo contesto, a schiacciante maggioranza cristiana, vige un regime di netta separazione tra Stato e Chiesa. È una realtà dove la legittimità delle attività religiose in seno alla società civile è tutelata dalla laicità dello Stato. Una "vera" laicità che garantisce ai cittadini americani, al di là del colore della pelle e della fede, di manifestare liberamente e pubblicamente il proprio credo religioso. Un modello che potrebbe essere utile per un paese laico come l'Italia "cattolica", dove le minoranze religiose e culturali faticano tanto a fare riconoscere i loro diritti e la loro legittimità.

Mostafa El Ayoubi