Non è più tempo di "intellettuali alla finestra"

Intervista a
Clara Sereni

Il dibattito su cultura e impegno civile prosegue con un'intervista alla scrittrice Clara Sereni. L'intelligenza critica deve essere messa al servizio di cause giuste. Ma senza però trascurare il privato. Se ne parla nel suo ultimo romanzo "Passami il sale".

Clara Sereni è nata a Roma nel 1942, vive a Perugia. È autrice di romanzi di successo quali Casalinghitudine ('87), Manicomio primavera ('89), Il gioco dei regni ('93), Eppure ('95). Ha pubblicato articoli e saggi in volumi collettivi e ne Il taccuino di un'ultimista ('98). È collaboratrice dell'Unità. In Passami il sale (Rizzoli, 2002) la scrittrice racconta, in prima persona e in chiave romanzata, la sua esperienza ormai conclusa di vicesindaco a Perugia nelle fila della sinistra, rivisitata con sereno distacco e talora con amara ironia. Romanzo sull'impegno e sulla politica, Passami il sale è la prosecuzione di un filone congeniale all'autrice, in cui si coniuga pubblico e privato, "casalinghitudine" con passione intellettuale e letteraria, politica e affetti, ponendo in evidenza, mai in modo banale, le difficoltà dell'essere persona e donna oggi nella post-modernità, quando si scommette ancora sulla possibilità di tener aperto uno spazio progettuale di vita, rivolto all'impegno, che non trascuri però gli affetti familiari e le "antiche" amicizie.
È possibile sanare quella che sembra essere un'inconciliabilità codificata fra l'essere donna e la politica dei Palazzi? Clara Sereni ha tentato oltre il pessimismo dell'intelligenza, perché "mi sembrava che non fosse più tempo di intellettuali alla finestra, mi sembrava di dover fare anch'io il mio pezzettino".

Il tema dell'impegno della letteratura si ripropone oggi, dopo il famoso urlo di Nanni Moretti e il Palavobis, con una significativa scesa in campo degli intellettuali, fra i quali prestigiosi scrittori, letterati e giornalisti. Quali esiti prevede in un futuro prossimo? È ottimista sulla possibilità di un rinnovato rapporto fra politica e cultura?

Davvero non so più se sono ottimista o pessimista, perché trovo molta difficoltà, una difficoltà abbastanza nuova, a immaginarmi il futuro. Il futuro della politica, in modo particolare. Mi sembra che la forma-partito così come l'abbiamo conosciuta non funzioni più, ma non immagino proprio cosa possa sostituire i partiti che – per quanto ne sappiamo – restano, in democrazia, l'unico canale in grado di costruire e orientare il consenso. Rispetto a questa fase, mi sembra che degli intellettuali ci sia bisogno, eccome, e che la funzione che possono svolgere sia chiarissima: c'è bisogno che molte menti elaborino, perché ciò che in questo momento in buona misura ci manca è la capacità di costruire un'utopia nuova. Un'utopia, non un sogno ingannevole: un'utopia in grado di riproiettarci verso il futuro, con una spinta ideale che oggi – con buona pace di chi, politico di professione, ritiene di avere in tasca tutte le verità e le soluzioni – è difficilmente leggibile in molte delle situazioni che viviamo.

Ma credo che la sua domanda ne contenga implicitamente un'altra, che è quella della presenza diretta degli intellettuali nel fare politica. La "stagione dei professori", con le caratteristiche assunte negli anni Novanta, appare conclusa, seppellita da pietre tombali pesantissime: i politici di professione hanno ripreso in mano tutte le leve del potere, e i "professori" nella loro quasi totalità sono andati o sono stati mandati a casa. Questo è stato possibile perché i "professori" avevano sì esperienza della società diffusa, ma la società diffusa non aveva in alcun modo esercitato una delega nei loro confronti. I "professori" non erano "espressione" della società: sia pure in buona fede, ciascuno di loro – ciascuno di noi – aveva portato dentro quell'esperienza soltanto se stesso. Non solo per questo, ma anche per questo, gli elementi di innovazione politica tentati in quella stagione hanno avuto vita stentata, e sopratutto breve.

Oggi le cose si stanno configurando in maniera diversa: perché i movimenti, diversamente da allora, ci sono; e starà a loro, in un futuro che spero prossimo, esercitare il proprio ruolo rispetto ad un rinnovamento percepibile e profondo delle classi dirigenti.


Gli esiti dell'11 settembre, la minaccia fatta più concreta di una destra al potere in Europa, l'ideale della pace certamente più lontano rispetto all'era clintoniana avranno influssi probabili, anzi scontati sulla letteratura "occidentale" e mondiale, come è emerso da un'importante intervista televisiva Usa di alcuni mesi fa a Paul Auster e Gore Vidal. Ma comunque, nell'epoca dominata dalla letteratura di consumo e del disincanto diffuso, che possibilità di udienza vede per una letteratura impegnata da parte del pubblico e dell'editoria? Oppure crede che continueranno a trionfare, nel bene e nel male, Camilleri ed Harry Potter?

Credo che possa essere utile fare una separazione fra responsabilità pubblica dello scrittore e della scrittrice, e responsabilità implicita nel lavoro intellettuale. Voglio dire che esiste un obbligo morale ad impegnarsi a favore del progresso e contro le ingiustizie che è di tutti, e rispetto al quale chiunque abbia una visibilità più spiccata di altri può o no decidere di mettere quella visibilità, e la propria intelligenza, al servizio di una causa comune, per renderla più forte ed enfatizzarla. Camilleri, fra gli altri, l'ha fatto, e io gliene sono molto grata. Su questo terreno non separerei gli scrittori dagli attori, o dai divi della Tv, o dai calciatori: personaggi diversi, ma tutti dotati di visibilità e prestigio, e anche – al di là di quel che ci fa piacere pensare – capaci di intelligenza critica.

Su un altro tavolo (non contrapposto, evidentemente, al primo) porrei la questione della moralità della scrittura, questione che ha poco a che fare con i generi e con gli argomenti, e che riguarda forse di più lo sguardo, il modo in cui si osserva il mondo e si prova a raccontarne un pezzettino. In termini assoluti (cioè prescindendo per un momento, in via necessariamente ipotetica, da tutti i condizionamenti cui il lettore e la lettrice sono sottoposti), credo che sia proprio attraverso lo sguardo, e naturalmente le forme in cui lo si esprime, che si arriva al cuore e alla testa di chi ti legge.

Lo spazio editoriale, è perfino banale dirlo, dipenderà, almeno nel nostro paese, direttamente dalla politica: anche le leggi di mercato, anche le leggi della domanda e dell'offerta non valgono più niente, se in regime di sostanziale monopolio si decide che di alcuni argomenti, per una ragione o per l'altra, è meglio non parlarne. Come per la televisione, si potrà decidere che "il gusto del pubblico" è un imperativo e un pensiero unico, che chiede telegiornali edulcorati, telenovelas, manuali per restare giovani in eterno e nient'altro. Spero che tutto ciò non accada, ovviamente, ma mi sembra che i rischi in questa direzione siano molto corposi...

Penso che la famosa "domanda del mercato" sia molto più articolata di quanto non risulti dai listini delle case editrici, soprattutto le maggiori, e che la ricerca critica potrebbe avere uno spazio del tutto dignitoso anche raffrontandola alle famose leggi di mercato. Ma l'Italia non è un paese a capitalismo maturo, è il luogo in cui si prova ad applicare, come ha detto Di Pietro, "la globalizzazione in un solo paese": un neoliberismo senza regole né garanzie, il cui darwinismo sociale selvaggio non può che passare attraverso la "normalizzazione" del dissenso e, più in generale, della cultura. Ribadisco, io spero che questo disegno non si materializzi, ma certo ogni giorno si fanno passi avanti in questa direzione. Un esempio fra i tanti, tantissimi che si potrebbero fare: lo scivolamento delle parole, l'equazione diversi=comunisti=criminali che domina ormai, quasi incontrastata, la scena del confronto politico. Non è solo un impoverimento del linguaggio, un suo diventare rozzo violento e approssimativo: è l'impoverimento della convivenza, è il venir meno di alcuni degli assi portanti di una collettività, è qualcosa che non può non incidere su tutto quello che faremo, penseremo, scriveremo, pubblicheremo negli anni a venire.


Il suo ultimo libro, "Passami il sale", in chiave romanzata racconta la sua esperienza, conclusa da tempo, di vicesindaco a Perugia: si tratta di un romanzo premonitore dei problemi di oggi, sul difficile rapporto fra intellettuali e politici? Ci può anticipare qualche contenuto?

Mentre scrivevo, pensavo di scrivere una sorta di lungo epitaffio alla fase dei "professori" di cui dicevo prima. Mi sembrava che tutto fosse tornato immobile, che la politica tutta intera fosse stata riconsegnata, peraltro con dubbi risultati, ai politici di professione. Poi, con uno di quegli scarti apparentemente improvvisi e comunque sorprendenti con cui la storia va avanti, ci sono stati non solo "l'urlo" di Moretti, ma i girotondi, il Palavobis, le catene di e-mail, le grandi manifestazioni sindacali, tutti gli strumenti che la società sta utilizzando e inventando per dire che è viva, che è vigile, che rifiuta i sogni ma chiede utopia. Mi ha colto mentre stavo concludendo il lavoro, dunque non l'ha condizionato più che tanto: se non, forse, per il pizzico di speranza che sono riuscita a mettere insieme nel finale, e che in altri momenti probabilmente non sarei riuscita a raggranellare.

Il libro prova a raccontare il mondo e le vicende del fare politica con il linguaggio della società, quello con cui dialogano ogni giorno i comuni mortali, per i quali la lingua e i riti della politica rappresentano, secondo i casi e le fasi, una sorta di esoterismo al quale inchinarsi reverenti e timorosi, oppure dal quale fuggire fra urla e improperi. Io resto una comune mortale, anche se ho avuto l'esperienza da vicesindaco di cui diceva, e per questo ho provato a raccontare più le emozioni che le gare d'appalto, più le relazioni fra le persone che le leggi che le regolano. Un tentativo non facile, perché il gergo della politica è qualcosa che ti risucchia la penna e la parola, frapponendo continui ostacoli alla possibilità di narrare. Per questo la stesura di questo libro è stata lunga e faticosa, e anche per questo ho pensato di utilizzare ancora una volta il cibo come linguaggio parallelo, in grado di raccontare qualcosa in più o qualcosa di diverso da quello che la parola dice. Lo avevo già fatto con Casalinghitudine, e poi qua e là in molte pagine di altri miei romanzi. In Passami il sale il cibo è più che altro cibo mal cucinato, o i digiuni della politica fra una riunione e un consiglio comunale, o i cumuli di panna montata messi lì per ingentilire interessi oscuri, e che intanto infestano di colesterolo arterie e desideri. Resta poco spazio per il cibo privato, quello degli affetti e della cura. Con l'idea che se cibo e politica si intrecciassero di più, se i corpi delle persone e lo stato riuscissero a entrare in relazione, se gli uomini e le donne che fanno politica riuscissero a tener conto dei messaggi del corpo, se la fame e la sete – nella nostra società di obesi e di esclusi – tornassero ad essere valori dirimenti, beh se tutto questo accadesse allora forse sì, anche dentro il ceto politico un mondo migliore sarebbe possibile.


(intervista a cura di Laura Grassi)