"L'albero si riconosce dai frutti: se in una parrocchia non si raccoglie più nessuno il motivo non è che la gente è cattiva, ma che lì non c'è niente di convincente. Il linguaggio per spiegare il cristianesimo oggi deve essere un linguaggio esistenziale e non astratto, bisogna raccontare storie invece di concetti, esperienze invece di dogmi".
Non si tratta di una fuga, ma di un cambiamento della società che comporta un cambiamento del modo di essere cristiano e di essere chiesa. Non è per senso di appartenenza ad un milieu che le persone si avvicinano alla religione, ma per una scelta personale. La generazione tedesca di cinquantenni ha vissuto un'esperienza di chiesa un po' traumatica, una chiesa molto forte nelle sue strutture, poco aperta alla novità del Vangelo. Le persone più sveglie di quella generazione vivono dentro di loro un forte contrasto: rifiutano le forme di cristianesimo che hanno conosciuto, ma in fondo al cuore cercano Gesù Cristo. Le generazioni successive, ad esempio i ventenni, non hanno più questo problema. Piuttosto hanno il problema che i genitori non hanno dato loro un messaggio chiaro, e allora non hanno mai conosciuto una vera formazione cristiana, il cristianesimo è per loro una scelta molto personale. La nostra situazione è paragonabile a quella dell'impero romano dei primi due secoli. Chi crede oggi lo fa molto più coscientemente di prima, anche perché va controcorrente. E c'è una forte ricerca di identità. Un esempio: i sacerdoti tedeschi per lunghi anni spesso non hanno portato il clergyman perchè era un segno di conservatorismo. Oggi non lo è più, i giovani vogliono sapere: "Cosa credi"? È tempo di un pensiero forte.
Posso ben credere che molta gente non trovi niente nelle nostre parrocchie, a loro sembra formale quello che facciamo. L'albero si riconosce dai frutti: se in una parrocchia non si raccoglie più nessuno il motivo non è che la gente è cattiva, ma che lì non c'è niente di convincente. Ma se in un monastero si raccolgono 200 giovani ogni due mesi per pregare insieme, vuol dire che hanno trovato qualcosa. È questo il punto: oggi la gente cerca affinità religiose, affinità di convinzione, ed è pronta anche a percorrere molti chilometri per trovarle. Effettivamente nelle comunità parrocchiali non siamo ancora in grado spesse volte di dare una risposta alle persone che cercano, mi sembra che ci sia un certo conservatorismo. La grande chance sono le persone che hanno fatto esperienza di un modo nuovo di vivere la chiesa, in contatto con le chiese evangeliche, con movimenti ecclesiastici o con comunità di monaci. Persone convincenti che raccolgono attorno a sé piccole comunità, che confluiscono poi in una parrocchia.
Tutte e due le cose. L'inferno è certo un pensiero poco gradevole, anche se ti dà una possibilità di capire come devi vivere. Ma tante volte non è stato ben spiegato. Ogni uomo conosce delle situazioni infernali nella sua vita, non c'è solo l'inferno al di là, ma anche l'inferno al di qua. Il linguaggio per spiegare il cristianesimo oggi deve essere un linguaggio esistenziale e non astratto, bisogna raccontare storie invece di concetti, esperienze invece di dogmi. Tutti i dogmi sono veri, però sono esperienze di secondo grado, astrazioni. Per questo tante volte non sono accessibili. Le persone, invece, oggi hanno un gran desiderio di sapere "cosa significa questo per me", altrimenti non capiscono. E si rivolgono al New age o ad altre forme di religiosità naturale: hanno perso un accesso profondo alla loro stessa fede.
Troppo facile trovare i colpevoli. Ogni epoca ha bisogno di ritrovare le fonti, di riconoscere l'azione dello Spirito Santo nel tempo. Una colpa sarebbe se fossimo induriti di cuore, tanto da tenere più alle formule che all'esperienza con il Dio vero. Per quanto riguarda la società attuale, io sono molto scettico a credere che i tempi di oggi siano più edonistici di altri tempi.
Nel matrimonio cristiano ci si apre all'umiltà: il matrimonio è un atto di volontà tra due persone, ma per amare una persona per tutta la vita ci vuole un di più rispetto a questa volontà. Umanamente è difficile garantire un sentimento del genere, nella propria vita si fanno tante esperienze che il proprio amore non tiene. In questo senso il matrimonio è un sacramento: due persone che si dicono sì nella loro fede sanno che solo Dio riesce a rafforzare il loro debole sì. Ad ogni modo, nei confronti di chi si sposa in chiesa solo per la bella celebrazione io non sarei rigoristico, non alzerei le condizioni per accedere al matrimonio o ad altri riti cristiani. Ad Hannover, per esempio, solo il venti/trenta per cento delle persone viene ancora battezzato in una delle due confessioni. La tradizione si smarrisce da sé, non vale la pena combattere. Piuttosto bisogna rafforzare l'identità dell'iniziazione cristiana.
Usare correttamente la genetica, contrastare la violenza, difendere la famiglia e i deboli: non lo fa più nessuno a parte noi. Ma il cristianesimo non è in prima linea una morale, è uno stile di vita che comporta una morale. Se siamo convincenti nella fede siamo convincenti anche nella morale. Il moralismo, invece, non serve a niente.
Il problema dei consultori è stato gonfiato dai mass media. È vero che c'è stata una divergenza tra vescovi tedeschi e Roma. Ma quello che ha diviso gli uni dall'altra non è l'idea di fondo, cioè la difesa della vita, quanto piuttosto i modi di realizzarla. Comunque, tra il Vaticano e i vescovi tedeschi non c'è una spaccatura, lo dimostra appunto il fatto che Lehmann e Kasper siano stati creati cardinali. Per quanto riguarda i divorziati risposati, va detto che il matrimonio viene visto da Gesù come uno solo. La norma dell'unicità del matrimonio aiuta l'uomo a vivere perché gli dice qualcosa del suo essere più profondo. È normale, quindi, che la chiesa adotti questa norma. Come ogni norma, anche questa ha delle eccezioni che nascono nell'esistenza concreta. Ma le eccezioni vanno trattate come tali, mentre i tre vescovi tedeschi hanno tentato di regolamentare delle eccezioni, di creare una nuova norma per le eccezioni, e questo non entra nella logica romana.
Sì, esatto, siamo missionari qui. Inculturarsi bene è la sfida della chiesa oggi. Ascoltare così bene la cultura da dire il messaggio cristiano in termini culturalmente comprensibili.
Se non fossi fortemente cattolico romano non mi azzarderei a inculturarmi.
(intervista a cura di Iacopo Scaramuzzi)