Il rischio della retorica il dovere di ragionare

A un anno dall'11 settembre si sono sprecati i commenti, le commemorazioni, le rivelazioni inedite. Una retorica messa a servizio della propaganda militare a sostegno di un'altra guerra contro l'Iraq. Ma c'è un altro modo di commemorare quella giornata: farne occasione di un ragionamento e di un serio dialogo tra Occidente ed islam. Da quel giorno si sono alzati molti muri che devono essere abbattuti.

Esiste una retorica dell'11 settembre, e l'abbiamo ampiamente subita in occasione del primo anniversario degli attentati di New York e Washington. È la retorica di una Guerra Totale contro il Male, che divide il mondo tra amici e nemici, che stabilisce diritti e torti, che invoca unità ed obbedienza in una crociata che deve salvare il mondo dal Grande Tiranno. È la retorica di Superman e dei supereroi dei cartoon americani, una retorica semplice, persino ingenua nelle sue schematizzazioni tra Bene e Male; il suo messaggio è comunque rassicurante e garantisce l'happy end a chi ha saputo schierarsi dalla parte degli eroi senza macchia.

È comprensibile che, di fronte a questa retorica, si preferisca "staccare la spina" e si invochi silenzio e sobrietà. L'11 settembre è stato una immane tragedia, non una striscia a fumetti: gli scenari che ha rivelato e quelli che ha determinato non sono così lineari come si tende a dire. L'11 settembre – ed in particolare il giudizio sul terrorismo islamico di Al Qaeda – ha diviso il mondo arabo ed ha lacerato quello islamico: da un anno a questa parte, è stata una grande babele di giudizi, valutazioni, denunce. C'è chi ha appoggiato attivamente la strategia degli attentati e non ha esitato a dirlo; c'è chi l'ha sostenuta ma non vuole rivendicarla; c'è stato chi non la respinge in linea di principio ma, al fondo, ne capisce le "disperate" ragioni; c'è chi, anche arabo o musulmano, è arrivato a dire che ormai la più grande minaccia all'islam viene dal suo stesso interno, e cioè dalle sue componenti più fondamentaliste che perseguono la strategia terroristica.

Ma, dopo l'11 settembre, anche l'Occidente ha parlato lingue diverse. Non è un caso che, mentre scriviamo e il presidente Bush ragiona sulla data dell'attacco all'Iraq, altri paesi – la Francia e la Germania con particolare determinazione – respingono l'ipotesi di un intervento armato contro il dittatore di Baghdad. Oltretutto, se Bush Jr volesse dare prova delle sue qualità in materie internazionali, potrebbe applicarsi con più determinazione a cercare una soluzione all'escalation di violenza tra israeliani e palestinesi. Ma per la Casa Bianca un'altra guerra contro l'Iraq non è solo una annosa questione di famiglia: è un corollario del teorema della Guerra Totale contro il terrorismo, spiegato e propagandato facendo leva sullo sdegno umano e politico sollevato dalle stragi dell'11 settembre. Una tragedia diventa così retorica di guerra, utile a generare un'altra tragedia per migliaia di vittime predestinate.

Ma se esiste una retorica dell'11 settembre, esiste anche un'antiretorica: quella che relativizza la portata di quelle stragi e del disegno politico e religioso che le ha segnate. C'è chi nel nome dell'insofferenza per l'uso politico e militare delle vittime preferirebbe parlare d'altro, evitare ogni commemorazione e concentrarsi nella denuncia delle violenze che quotidianamente gli Stati Uniti "infliggono" ai paesi poveri e dipendenti. Ebbene, a noi pare che anche quest'antiretorica sia miope e soprattutto ingenua. Quello che è accaduto ha avuto conseguenze rilevanti e drammatiche nel mondo islamico, nelle sue relazioni con l'Occidente, nella costruzione del mito di una "violenza giusta" contro la violenza ingiusta dell'America, dei suoi alleati e di Israele. Ai teorici dello scontro di civiltà, quello che è accaduto appare la prova più evidente delle loro tesi. Saremmo di fronte ad una guerra totale che contrappone Progresso e Barbarie: inutile sottilizzare, moralmente disonesto non allinearsi, occorre schierarsi e combattere. In Afghanistan come in Iraq, in Medio oriente come a Treviso. Fiumi di questa retorica semplicistica ed avvelenata scorrono liberamente e sarebbe pericolosissimo rinunciare ad arginarli. Per costruire una vera pace, il mondo ha bisogno di dialogo e, come tante volte abbiamo scritto su queste pagine, quello con l'islam è quanto mai urgente e necessario. Ce lo impone la storia, la logica delle relazioni geopolitiche, la radice abramitica che lega ebrei, cristiani e musulmani. Soprattutto ce lo impone la convivenza che sempre più spesso possiamo sperimentare e che, se solo riuscissimo a consolidarla e qualificarla, potrebbe mostrarsi ben più arricchente e feconda di quanto ci appaia oggi. Ma perché questo possa accadere sia l'occidente che il mondo islamico hanno bisogno di liberarsi dei propri veleni di intolleranza, dei propri miti di superiorità, dell'ideologia della Guerra Totale che riporta l'Ordine Mondiale o della Guerra Santa che ristabilisce la Giustizia di Dio. L'11 settembre, come la guerra che quella tragedia ha legittimato e dovrebbe giustificare in futuro, non è solo un incidente retorico. È spia di un eccezionale disordine, di un impazzimento della politica e della religione rispetto al quale anche l'Occidente ha le sue responsabilità.

Sobrietà, ragionamento, approfondimento, ricerca del dialogo: sono queste le parole chiave per dare un senso al primo anniversario dell'11 settembre. Insomma, nonostante preferiremmo farne a meno, abbiamo ancora bisogno di parlare di quel giorno. Ancora di più abbiamo bisogno di abbattere quei muri che quel giorno si sono ulteriormente alzati.

Paolo Naso