Il sottosegretario all'istruzione del governo Prodi è preoccupato che a uscire perdente dalla nuova riforma sia proprio la scuola.
"Magari le facessero loro, le riforme che il centrosinistra non ha fatto! E ci sarebbe tanto da fare piuttosto che smontare ciò che è stato fatto!".
Ulivista della prim'ora, Giuseppe Tognon, bergamasco, 46 anni, ha ricoperto l'incarico di sottosegretario al ministero della Università e della ricerca scientifica e tecnologica del governo Prodi. Docente di storia dell'educazione all'università Lumsa di Roma, guarda alla storia recente della scuola italiana alternando la passione dell'uomo che ha avuto responsabilità di governo all'analisi prospettica dello storico. Rivendica le innovazioni introdotte col ministro Berlinguer, ma riconosce anche i momenti in cui il governo dell'Ulivo ha segnato il passo. E rilancia all'attuale governo: "Magari le facessero loro, le riforme che il centro-sinistra non ha fatto! E ci sarebbe tanto da fare piuttosto che smontare ciò che è stato fatto!". Perché, afferma, "in materia di formazione non c'è da inventarsi granché. Quello di cui un paese ha bisogno si sa". Come dire che con la riforma della scuola non si può improvvisare. A partire dal metodo. Il governo del centro-sinistra spiega il professor Tognon ha cercato un confronto in parlamento sulla sua riforma. La Moratti no. Ha costituito una commissione ristrettissima, ha quindi proposto agli Stati generali della scuola un progetto "prendere o lasciare", si è poi trovata impreparata a gestire i disaccordi interni alla propria maggioranza, per cui ha dovuto di fatto sconfessare molti dei punti del progetto, e ha infine presentato una legge delega che si configura come una riforma esitante, debole, una non-riforma della scuola.
La nostra riforma portava a sistema elementi positivi introdotti nel corso degli ultimi 20 anni nella scuola italiana come sperimentazione. L'attuale governo sta realizzando una controsperimentazione: l'introduzione del maestro prevalente è un inutile attacco al sistema dei moduli, che gode di vastissimo consenso tra famiglie e docenti, e che non è stato introdotto dal centrosinistra, ma già alla fine degli anni Ottanta. C'è poi il problema dell'obbligo scolastico. Il centrosinistra, muovendosi in un contesto europeo, innalzò l'obbligo scolastico da 14 a 15 anni: era già poco e meglio sarebbe stato portarlo a 16 anni. Introdusse poi l'obbligo formativo a 18 anni. Ora il Polo di fatto lo riporta a 14 anni, perché ripone la scelta di quale futuro scolastico scegliere subito dopo la fine della scuola media inferiore. E sulla valutazione non si capisce che cosa voglia fare. Abbiamo bisogno di un'agenzia indipendente per la valutazione del sistema (cosa che non ha avuto il coraggio di fare nemmeno il centro-sinistra) e, invece, di pratiche flessibili per la valutazione interna e l'autovalutazione.
Effettivamente il centrosinistra non è riuscito a dare una soluzione chiara al problema della formazione professionale. Però ci si stava avvicinando. Il progetto del ministro Moratti non sarebbe di per sé negativo. Se questa legislatura riuscisse a condurlo in porto, cercando di costruire bene il secondo canale, con un forte grado di flessibilità, otterrebbe già un risultato storico. C'è però un vizio logico di fondo, e cioè che la riforma della formazione professionale dovrebbe essere costruita a partire dall'alto, creando un sistema di formazione superiore non universitaria che faccia da traino al secondo canale e garantisca una piena verticalità tra i 14 e i 21 anni. Se invece chi esce da quel canale non trova un'alternativa appetibile all'università, tale canale resta di serie B, malgrado tutte le passerelle possibili e immaginabili. E il fatto che sia un canale "minorato" lo dimostra il fatto che prevede solo 4 anni, tre di qualifica e uno di diploma.
Un annacquamento. Il ritorno a idee e a modelli degli anni Ottanta. L'attuale maggioranza sottovaluta i processi di cambiamento messi in atto dai precedenti governi, non ha colto che fermare la macchina non era semplicemente bloccare una legge, perché comunque la legge precedente (la legge 30 del 2001) aveva già inciso nel corpo vivo della scuola. Il governo dimostra l'incapacità a gestire la transizione tra una maggioranza e l'altra.
Ha sbagliato i conti e ne ha immessi troppi lo scorso anno. Devo ammettere che con la ruolizzazione degli insegnanti di religione si pongono non pochi problemi. Si presenta come una sanatoria per persone sì meritevoli, ma di fatto reclutate dai vescovi, e non attraverso veri concorsi pubblici. Meglio sarebbe stato articolare in maniera diversa l'insegnamento della religione, ad esempio considerandola da un punto di vista storico-culturale e comparativo, come di fatto poi fanno gli stessi attuali insegnanti incaricati, e come era stato richiesto anche da certa parte cattolica anni fa, per lasciare poi libero l'insegnamento confessionale. Ma la questione è complessa, perché riguarda anche profili concordatari.
Si tratta forse del più grave errore e autogol dell'attuale maggioranza. Autogol perché è culturalmente antitetico alle stesse premesse ideologiche e culturali della destra. Ed è contrario alla cultura del merito, che fa parte della nostra costituzione ed è la vera difesa dei disagiati e di chi vuole costruirsi una vita migliore studiando. Berlinguer aveva reso l'esame più completo e anche più significativo. Per pochi risparmi hanno compiuto un obbrobrio e creato una contraddizione. Tanto valeva abolirlo. Non si ricordano nemmeno più che cosa ne pensavano Croce, Gentile o Sturzo, che l'avevano voluto. E anche da parte di esponenti della cultura liberaldemocratica vengono critiche feroci: basti pensare a ciò che ha scritto Dario Antiseri o Ernesto Galli della Loggia.
È la scoperta dell'acqua calda. Già ora il 30% delle classi prime e il 51% delle seconde fa lezione d'inglese.
Guardi, la scuola più che per merito del centro-sinistra era già molto cambiata per meriti propri. Non si può trattare politicamente la questione scolastica come si tratta oggi quella della giustizia o del lavoro. Sarebbe una sciagura che nella prossima legislatura una maggioranza di centro-sinistra dovesse abrogare leggi e provvedimenti come sta facendo l'attuale. In quel caso, se non già da ora, ci sarebbe da chiedersi se la rapida alternanza tra maggioranze così diverse non sia per la politica scolastica italiana una camicia di forza. Il ministro Moratti, se durerà nel suo alto incarico, dovrebbe essere meglio consigliata. Non basta appoggiarsi sulla "legione" di poche migliaia di presidi-dirigenti ben pagati per governare un sistema così complesso. Occorre ascoltarne qualche centinaio di migliaia in più!
(intervista a cura di Iacopo Scaramuzzi)