L'esperienza di educazione sottolinea la carenza di analisi pedagogica della riforma voluta dal nuovo governo. "Sono consapevole dell'importanza di avere i fondi per gestire l'istituzione, ma non si può ridurre la scuola a un problema economico".
Una vita passata nella scuola e per la scuola, Clotilde Pontecorvo: dopo aver insegnato alla scuola media e al liceo, è presto passata all'università, dove attualmente è docente di psicopedagogia del linguaggio e della comunicazione alla facoltà di psicologia 2 dell'università romana La Sapienza. Dirige inoltre la Scuola di specializzazione all'insegnamento secondario delle università del Lazio. Guarda alla riforma Moratti con una preoccupazione fondamentale: "Sono proposte di cambiamento che non partono dai problemi, non c'è un'analisi a cui seguono delle risposte scientifiche". E il rischio, in tal caso, è che a farne le spese siano i più deboli.
Utilizza dei parametri semplicemente quantitativi, di costo. Sono consapevole dell'importanza di avere i fondi per gestire l'istituzione, ma non si può ridurre la scuola a un problema economico. Diminuire il personale aumentando l'impegno orario di tutti i docenti ha dato un forte colpo al lavoro di programmazione e a molte attività sperimentali per non parlare del sostegno ai ragazzi portatori di handicap.
Certo, un investimento per il miglioramento del livello culturale di tutta la società. E anche per le situazioni più difficili può essere un investimento perché evita costi sociali successivi. Ragazzi con difficoltà emotive, relazionali, in disagio sociale forte - tutto questo ha dei costi sociali molto rilevanti dopo.
È una proposta difficile da motivare. Non risponde a nessuna esigenza pedagogica. Probabilmente è solo per far uscire i ragazzi prima dalla scuola secondaria. Ma non si tiene alcun conto delle esigenze formative dei bambini, dei differenti modi in cui i bambini sono. Le differenze culturali e personali pesano. Per alcuni può essere molto lento l'apprendimento del ritmo della scuola, degli orari, delle regole, addirittura degli spazi. Piuttosto che occuparsi di anticipare l'età d'ingresso, sarebbe meglio che il governo puntasse a migliorare il servizio offerto dalla scuola nel nostro paese, che presenta punte di eccellenza, come in Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Lazio, ma anche situazioni meno felici, tipicamente nel Mezzogiorno, dove il servizio a volte si limita a badare ai bambini e evitare che siano abbandonati.
Il rischio è che ciò significhi la materia prevalente. E questo è un altro problema delle differenze individuali. L'introduzione dell'educazione artistica, dell'educazione musicale, motoria viene incontro al problema delle differenze individuali. Mia figlia ha insegnato musica alle scuole, e si rendeva conto che studenti che con lei andavano bene erano svalutati dagli altri insegnanti, e spesso erano studenti extracomunitari. Aveva una bambina indiana che ha trovato nel flauto la capacità espressiva che poi flauto vuol dire storia della musica, cultura
si può arrivare alla cultura da tante strade.
L'idea di Berlinguer era di unificare le due scuole in modo che degli insegnanti della media insegnassero alle elementari e viceversa. Questo perché i bambini più insicuri possono avere difficoltà a passare alla scuola media, con una molteplicità di materie e di insegnanti, e ciò può essere una causa di abbandono.
L'attività manipolativa e senso-motoria è un punto fondamentale dell'educazione, la mente si plasma anche col lavoro operativo diretto e questa scuola in cui si sta solo a sedere, a sentire, a scrivere, a leggere non è adeguata. Ma questo intervento drastico prima di tutto è troppo precoce, impedisce il consolidarsi delle acquisizioni culturali; il processo di apprendimento è lento, se le discipline iniziano ad apparire come tali alle medie, la loro padronanza ha bisogno di un pensiero più maturo come quello dell'adolescente.
Inoltre la separazione netta tra le due componenti la parte verbale logica e scientifica e la parte operativa è rischiosa, perché si toglie all'operatività il riscontro teorico. E viceversa: è molto positivo fare già a scuola esperienze lavorative, ad esempio sotto forma di stage. È un modo per responsabilizzare i ragazzi. Alcuni studiano con molto più entusiasmo nel momento in cui vedono un senso di quello che devono studiare nell'attività lavorativa. Studiare per raggiungere uno scopo, questo deve essere un cambiamento essenziale nella scuola italiana.
Fino a un certo punto la scuola ha promosso mobilità sociale, in questi ultimi anni siamo tornati ai determinismi sociali. È difficile dire perché. Certo il non cambiamento della scuola secondaria ha inciso. C'è stato uno stallo dagli anni Settanta fino a un paio di anni fa, e questo non ha avuto un effetto positivo, è stato causa di demotivazione.
(intervista a cura di Iacopo Scaramuzzi)