Più che una riforma politicamente connotata, il progetto di modifica della scuola di Letizia Moratti sembra caratterizzarsi per la mancanza di progettualità. Con vari passi falsi, qualche spunto interessante e ancora molto da fare. "Confronti" ne ha parlato con Clotilde Pontecorvo e Giuseppe Tognon.
La scuola è appena riaperta, ma gli animi sono già surriscaldati. E tra le dichiarazioni del governo, le agitazioni sindacali e studentesche, i timori dei genitori, è a volte difficile cogliere quali siano i termini del dibattito e i problemi di fondo che affliggono la più grande istituzione del nostro paese, con gli 11 milioni di persone che, a vario titolo e con età diverse, hanno a che farci quotidianamente.
La "riforma Moratti"
Il consiglio dei ministri a marzo ha approvato e trasmesso in parlamento, dove è attualmente in discussione, il progetto di riforma della scuola elaborato da una commissione di esperti guidata dal professor Giuseppe Bertagna e quindi proposto, con alcune modifiche, dal ministro dell'Istruzione dell'università e della ricerca scientifica Letizia Moratti. Ecco alcuni dei punti caratterizzanti. I bambini possono iscriversi alla "scuola dell'infanzia" e alla "scuola primaria" (la scuola elementare) mezzo anno in anticipo. L'obbligo scolastico, elevato dai governi dell'Ulivo a 15 anni, viene riportato a 14. Il centrosinistra aveva altresì unificato la scuola elementare e media in un unico ciclo chiamato "scuola di base", e nel '90 il maestro unico della scuola elementare era stato sostituito da un team di tre maestri ogni due classi (il cosiddetto "modulo"). La riforma Moratti, pur sotto il cappello del "primo ciclo", ristabilisce di fatto la separazione tra "scuola primaria" e scuola media (ora "scuola secondaria di primo grado"); e prevede per la "scuola primaria" la figura del "maestro prevalente", riavvicinandosi al modello del maestro unico. Infine, viene introdotto nel "primo ciclo" lo studio di due lingue straniere e dell'informatica.
Per quanto riguarda il "secondo ciclo" (l'attuale "scuola secondaria"), viene creato un doppio canale: quello dell'istruzione (i licei quinquennali), che sbocca nell'università; e quello della formazione professionale, di durata quadriennale. L'intenzione è quella di riqualificare il canale professionale; ma stage formativi sono previsti anche per il canale liceale. La riforma Moratti, peraltro, prevede "passerelle" da un canale all'altro e la possibilità, per chi esce dal canale professionale, di accedere all'università dopo un anno aggiuntivo. Plaude Confindustria; Claudio Gentili, dell'Area scuola e formazione, sottolinea che il secondo canale deve assicurare la cultura di base ai propri studenti e che ora è necessario potenziare la capacità formativa degli Istituti di formazione tecnica superiore (Ifts), alternativi all'università. Il sindacato è contrario: il doppio canale è discriminatorio; e "in un sistema così divaricato afferma Enrico Panini, segretario generale della Cgil-scuola le passerelle sono impraticabili".
Altro "tema caldo" è la distinzione tra materie obbligatorie e facoltative. Nell'originale "progetto Bertagna" si proponeva di abbassare il monte ore di scuola annuale da 980 a 825, con l'aggiunta di 300 ore facoltative per gli studenti per i quali le 825 ore obbligatorie non sono sufficienti all'apprendimento; gli studenti più lenti, così, vanno a scuola per un totale di 1125 ore annue. Il rischio, evidenziano varie associazioni di insegnanti, è di rendere facoltative discipline di forte valenza culturale. Questo progetto, peraltro non ripreso esplicitamente dal disegno di legge presentato dal governo, va a inserirsi in un più ampio piano di personalizzazione dell'apprendimento voluto dalla riforma dell'attuale governo. Al fine di sviluppare "le competenze e le capacità di scelta corrispondenti alle attitudini e vocazioni degli allievi", ad esempio, si prevede che gli studenti possano spendere come crediti formativi competenze acquisite al di fuori della scuola, come allenamenti sportivi, corsi di lingua, stage, ricerche. Se le intenzioni sono buone, non altrettanto lo è l'applicazione: chi ha i soldi potrà pagarsi i servizi migliori, chi non li ha si dovrà accontentare, fanno notare i sostenitori della scuola pubblica.
La sperimentazione
Mancando l'approvazione parlamentare alla riforma, il ministro Moratti ha voluto farla partire lo stesso, introducendola in 200 istituti. L'operazione, col nome di "sperimentazione", decisa ad agosto, è partita il 20 settembre, a scuola già iniziata. Aspre le critiche dei sindacati: "Non siamo di fronte a una sperimentazione dice Panini della Cgil-scuola ma ad un'improvvisazione senza né capo né coda". Il Consiglio nazionale della pubblica istruzione (Cnpi) ha avanzato al ministro la richiesta di riformulare il testo di decreto sulla sperimentazione; negativa anche l'Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci), responsabile di un terzo delle scuole coinvolte, che pone paletti e condizioni precise. Alla fine il ministro Moratti, con decreto del 18 settembre, dove recepisce vari degli appunti mossigli, ha dovuto dare alla sperimentazione un'applicazione maggiormente flessibile e graduale.
L'esame di stato
Dall'anno scorso, per tagliare le spese, il governo di centro-destra, ha introdotto un cambiamento all'ex esame di maturità: le commissioni d'esame sono composte da membri tutti interni all'istituto, salvo un membro esterno. Con ciò l'esame di stato diventa una prova più blanda. Gentili, della Confindustria, ribalta la questione e fa notare che "l'esame di maturità precedente, che il 98% degli studenti passava, non era un valido strumento di valutazione". La Cgil-scuola non si stanca di ribadire che l'attuale formula costituisce un "grave attacco al valore e al significato degli esami di stato, con il rischio di precostituire le condizioni per la perdita dello stesso valore legale del titolo rilasciato".
Gli organi collegiali
Anche gli organi collegiali cambiano faccia. Deputati alla partecipazione di professori, studenti e genitori alla gestione della scuola, gli organi disegnati dai decreti delegati nel 1974, appaiono ora inadeguati ad una scuola in cui, con l'introduzione dell'autonomia scolastica, i rapporti interni sono cambiati. Ma il disegno di legge di riforma degli organi collegiali della scuola, approvato a febbraio dalla commissione Cultura della Camera, non è ancora approdato in aula. Due le proposte cassate in commissione dall'originario progetto: l'istituzione di un consiglio di amministrazione della scuola e la presenza con diritto di voto vincolante di tre esperti esterni. Nel progetto definitivo, il consiglio di scuola sarà presieduto dal "dirigente scolastico" (il preside). È anche previsto un genitore come "garante dell'utenza" in ogni istituto e un "nucleo di valutazione" guidato dal genitore garante coadiuvato da esperti esterni consultabili a discrezione degli istituti. La Cgil-scuola ha bocciato il ddl: "Si trasforma la scuola in un'impresa. Così le nostre scuole saranno più povere di partecipazione proprio quando l'autonomia scolastica avrebbe consentito, finalmente, decisi passi in avanti rispetto alla situazione precedente", ha commentato il segretario generale Enrico Panini. L'11 settembre anche il Consiglio nazionale della pubblica istruzione è intervenuto per sottolineare che "la scuola, nella sua specificità, non è assimilabile agli altri uffici della Pubblica Amministrazione".
Il sistema di valutazione nazionale
Per valutare l'offerta formativa del nostro paese e meglio confrontarla con gli standard internazionali, già il governo dell'Ulivo creò l'Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione. Alla testa dell'istituto fu messo il professor Benedetto Vertecchi, che iniziò a elaborare strumenti di verifica della scuola italiana. L'attuale governo, proponendosi di "rideterminare le funzioni e le strutture dell'istituto", e sostituendo il professor Vertecchi nella logica dello spoils system, ricomincia daccapo.
Il contratto
Intanto il confronto tra governo e sindacati si fa incandescente. Le trattative per il rinnovo del contratto ancora non sono state avviate; 30.000 posti sono vacanti, e il governo non ha immesso in ruolo nessun supplente; il ministero prevede di assumere, di qui a tre anni, 32.000 docenti in meno. Infine, manca la nomina di 2.000 "dirigenti scolastici" (i presidi): "Vogliono eliminare 2.000 scuole?", domanda Osvaldo Roman, direttore della rivista Scuolanews. Gentili, della Confindustria, sostiene che più che al numero degli insegnanti bisogna puntare alla loro qualità. Di tutt'altro avviso Panini, della Cgil-scuola: "La scuola per questo governo non è un investimento, ma un costo da tagliare. Vogliono aumentare artificialmente la bolla del precariato e far gestire il reclutamento degli insegnanti dalle singole scuole. È un attacco all'occupazione e alla libertà d'insegnamento".
Iacopo Scaramuzzi