Non è sulle pareti degli edifici pubblici, ma nel cuore di chi crede in Gesù Cristo. La polemica di queste settimane, rilanciata dall'intenzione di alcuni ministri di esporre il crocefisso in tutti i luoghi pubblici poi frettolosamente rientrata, non è nuova. Viene da chiedersi perché esploda proprio oggi. Forse la teologia c'entra poco. C'entra molto di più la politica e la pretesa di farsi paladini di una tradizione confessionale.
Il crocefisso sale e scende dalle pareti delle nostre aule scolastiche e dei nostri tribunali. Una sorte ormai regolare, un percorso consolidato. A riaprire la questione, ancora una volta, pochi giorni fa, una cordata strana nella composizione, anche se non nelle motivazioni: il papa, il ministro Letizia Moratti, la Lega. E poi, più o meno convinti e più o meno seriamente interessati, tutti i mass media.
I motivi pro e contro sono i soliti; un po' nuove, invece, le circostanze nelle quali il dibattito di oggi si inquadra. I favorevoli ripetono gli antichi argomenti, più o meno convincenti. Il crocefisso sarebbe simbolo della nostra identità culturale, civile, non specificamente religiosa. Riguarda tutti gli italiani, non offende minimamente i non cristiani. "Non possiamo non dirci cristiani" affermava insegnava Benedetto Croce, un laico doc. Una bandiera, dunque, un simbolo della nostra storia patria. Ancora in questi giorni, su Repubblica don Gianni Baget Bozzo: "La croce è simbolo della nostra identità storica. La civiltà si nutre di simboli e in un tempo in cui i simboli nazionali non sono forti abbastanza, il crocefisso li supera tutti per la sua portata universale". Chissà quanto sarebbe contento Gesù di questo spostamento del suo sacrificio dal religioso al patriottico?
Logica, quindi, l'opposizione di tutti i contrari. Non nuova. La fede non ha bisogno di simboli ostentatamente appesi al muro. Come di quelle croci che ornavano si fa per dire ieri e anche oggi il petto delle signore. Anche Romano Prodi ha ripetuto in questi giorni che il crocefisso è "meglio averlo dentro di sé". La parete bianca non può offendere nessuno. L'esposizione pubblica del crocefisso, invece, lo fa entrare inevitabilmente e ambiguamente nel dibattito politico, lo fa diventare di parte.
Molto chiaro il comunicato stampa delle Chiese evangeliche: "Non esiste più una religione di stato. La Costituzione tutela il pluralismo e il carattere laico della Repubblica. Il posto del crocefisso è nelle chiese e soprattutto nel cuore di ciascuno". Intelligentemente provocatorio Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche in Italia, il quale rilancia: "Cosa metterei nelle aule delle scuole italiane? La doppia elica del Dna, simbolo del genere umano punto e basta. A prescindere dal colore della pelle, dalla lingua, dalla religione, insomma da tutto quello che dovrebbe essere un particolare".
Come mai, allora, si è riaperto un dibattito vecchio, che sembrava ormai definitivamente chiuso nel nome della laicità dello stato, riaffermata anche nella nuova formulazione del Concordato fra l'Italia e la Santa Sede? La risposta non può non rinviare alla situazione politica del paese dopo la fine della Democrazia Cristiana, alla quale la chiesa cattolica aveva implicitamente delegato la difesa dei propri interessi nel paese. Una funzione ambigua, che oggi chiunque può rivendicare a seconda degli interessi propri, ben più di quelli della chiesa. Caso tipico, la Lega. Attacco duro ai "vescovoni" rei di difendere i diritti degli immigrati, ma insieme un forte appello per i Crocefissi dappertutto. Una contraddizione che la dice lunga sul valore e sul significato del dibattito in corso. In gioco non tanto la fede quanto il consenso elettorale. Il crocefisso non prevedeva di diventare strumento politico della destra (Moratti, Bossi, ecc.).
Ma è anche vero che nel mondo cattolico i dissensi non sono mancati (frutto, anche questo, della fine della Dc?). Molte voci, anche di vescovi autorevoli, hanno mostrato, a dir poco, perplessità. Anche il noto vescovo emerito di Acerra, Antonio Riboldi: "Imporre stupidamente un simbolo religioso è pericoloso. In questo modo si rischia di fare odiare il crocefisso ed è brutto vedere il simbolo dei cristiani odiato per colpa della politica". Non si dimentichi, d'altronde, come molti hanno ricordato in questi giorni, che i musulmani sono aumentati nelle nostre scuole e nei nostri tribunali.
È interessante notare che le perplessità cattoliche all'imposizione del crocefisso nelle aule vanno di pari passo con le perplessità nei confronti della menzione delle radici cristiane nella futura carta costituzionale europea. Possiamo forse sperare che proprio dall'Europa venga una maggiore maturazione del cristianesimo italiano?
Filippo Gentiloni