Perché George W. vuole la guerra?

Il presidente Usa vuole a tutti i costi la guerra ed è pronto ad attaccare l'Iraq anche senza il sostegno delle Nazioni Unite.
Il direttore della rivista di geopolitica "Limes" ci spiega i motivi di tanta determinazione.

Perché Bush fa la guerra a Saddam? Per almeno cinque ragioni. Proviamo ad esaminarle.

Primo: l'America si è convinta dopo l'11 settembre che l'attuale Medio Oriente è pericoloso per la sua sicurezza. Vuole disegnarne uno radicalmente nuovo. Esso deve basarsi su regimi veramente amici, dunque più o meno democratici e filo-occidentali anche nelle istituzioni, non solo per opportunismo (vedi arabi sauditi). L'Iraq del dopo Saddam è l'esperimento iniziale, poi dovrebbero seguire tutti gli altri, a cominciare dall'Iran. Si spera in un effetto domino che non costringa gli Usa a nuove guerre, ma non si può nemmeno escluderle.

Secondo: Saddam è l'arcinemico degli Usa nell'area e molti americani sono davvero convinti che un giorno o l'altro possa far loro una tremenda sorpresa, colpendo o facendo colpire l'America con armi di distruzione di massa. In ogni caso, eliminandolo, Bush lancia un avvertimento a tutti gli altri possibili emuli.

Terzo: controllando i pozzi iracheni gli Usa conquistano una posizione centrale nella geopolitica energetica mondiale. Non solo in termini quantitativi – l'Iraq è il secondo produttore mondiale di petrolio per riserve accertate – ma anche in termini strategici. Attraverso l'Iraq (e il Kuwait) gli Usa controlleranno tutto il Golfo. Allo stesso tempo, la dipendenza energetica americana dall'Arabia Saudita (attorno al 15% del fabbisogno Usa viene da lì) sarà ridotta dall'accesso al petrolio iracheno. Così come gli americani saranno più tranquilli circa le fluttuazioni del prezzo del greggio. Infatti Riad è contraria alla guerra proprio perché vede minacciata la sua posizione primaria nella geopolitica energetica mondiale. Parallelamente – vedi punto uno – gli Usa possono così porre le premesse per un cambiamento del regime saudita in senso a loro favorevole.

Quarto: gli americani affermano così il principio della difesa preventiva. In parole povere, come disse Rumsfeld all'inizio della guerra al terrorismo, in questo nuovo scenario non sono le alleanze a determinare le missioni ma le missioni a determinare le alleanze. E siccome non v'è dubbio che siano gli Usa a determinare le missioni – le guerre – ciò equivale a teorizzare il diritto americano a fare da sé. Colpendo anche senza il consenso degli alleati (formali), in base a quelli che sono i propri interessi e le proprie percezioni della minaccia. Naturalmente la formula è troppo assoluta per non piegarsi poi alla realtà. Infatti, in cambio di questa deregulation gli Usa sono costretti a pagare agli occasionali alleati qualche prezzo (vedi mano libera per "guerre preventive" altrui).

Quinto: last but not least, Bush amerebbe essere rieletto e considera che una vittoria decisiva contro Saddam aumenterebbe di molto la possibilità di restare alla Casa Bianca anche dopo il 2004. Intanto l'effetto guerra e il correlativo patriottismo sono o dovrebbero essere un buon viatico per le elezioni parlamentari di mezzo termine, previste per novembre.

Lucio Caracciolo