Il presidente Usa vuole a tutti i costi la guerra ed è pronto ad attaccare l'Iraq anche senza il sostegno delle Nazioni Unite.
Il direttore della rivista di geopolitica "Limes" ci spiega i motivi di tanta determinazione.
Perché Bush fa la guerra a Saddam? Per almeno cinque ragioni. Proviamo ad esaminarle.
Primo: l'America si è convinta dopo l'11 settembre che l'attuale Medio Oriente è pericoloso per la sua sicurezza. Vuole disegnarne uno radicalmente nuovo. Esso deve basarsi su regimi veramente amici, dunque più o meno democratici e filo-occidentali anche nelle istituzioni, non solo per opportunismo (vedi arabi sauditi). L'Iraq del dopo Saddam è l'esperimento iniziale, poi dovrebbero seguire tutti gli altri, a cominciare dall'Iran. Si spera in un effetto domino che non costringa gli Usa a nuove guerre, ma non si può nemmeno escluderle.
Secondo: Saddam è l'arcinemico degli Usa nell'area e molti americani sono davvero convinti che un giorno o l'altro possa far loro una tremenda sorpresa, colpendo o facendo colpire l'America con armi di distruzione di massa. In ogni caso, eliminandolo, Bush lancia un avvertimento a tutti gli altri possibili emuli.
Terzo: controllando i pozzi iracheni gli Usa conquistano una posizione centrale nella geopolitica energetica mondiale. Non solo in termini quantitativi l'Iraq è il secondo produttore mondiale di petrolio per riserve accertate ma anche in termini strategici. Attraverso l'Iraq (e il Kuwait) gli Usa controlleranno tutto il Golfo. Allo stesso tempo, la dipendenza energetica americana dall'Arabia Saudita (attorno al 15% del fabbisogno Usa viene da lì) sarà ridotta dall'accesso al petrolio iracheno. Così come gli americani saranno più tranquilli circa le fluttuazioni del prezzo del greggio. Infatti Riad è contraria alla guerra proprio perché vede minacciata la sua posizione primaria nella geopolitica energetica mondiale. Parallelamente vedi punto uno gli Usa possono così porre le premesse per un cambiamento del regime saudita in senso a loro favorevole.
Quarto: gli americani affermano così il principio della difesa preventiva. In parole povere, come disse Rumsfeld all'inizio della guerra al terrorismo, in questo nuovo scenario non sono le alleanze a determinare le missioni ma le missioni a determinare le alleanze. E siccome non v'è dubbio che siano gli Usa a determinare le missioni le guerre ciò equivale a teorizzare il diritto americano a fare da sé. Colpendo anche senza il consenso degli alleati (formali), in base a quelli che sono i propri interessi e le proprie percezioni della minaccia. Naturalmente la formula è troppo assoluta per non piegarsi poi alla realtà. Infatti, in cambio di questa deregulation gli Usa sono costretti a pagare agli occasionali alleati qualche prezzo (vedi mano libera per "guerre preventive" altrui).
Quinto: last but not least, Bush amerebbe essere rieletto e considera che una vittoria decisiva contro Saddam aumenterebbe di molto la possibilità di restare alla Casa Bianca anche dopo il 2004. Intanto l'effetto guerra e il correlativo patriottismo sono o dovrebbero essere un buon viatico per le elezioni parlamentari di mezzo termine, previste per novembre.
Lucio Caracciolo