Tessere di mosaico, semi di pace

L'autrice, insegnante di mosaico in una scuola professionale del Friuli, inviata da "Confronti", tra luglio e agosto ha lavorato in una scuoladi Betlemme.Riportiamo qui una parte del suo diario palestinese, ma anche israeliano.

Durante le mie sei settimane a Betlemme, inviata da Confronti come insegnante di mosaico, ma poi anche libera "esploratrice", ho avuto modo di scrivere diverse e-mail agli amici in Italia, per aggiornarli e condividere con loro le mie esperienze.
Al di là dell'orario del corso (tutte le mattine dal lunedì al venerdì) ho potuto girare, conoscere, parlare e sentire le storie di tante persone, tutte incredibilmente generose e ospitali se si pensa alla situazione politica in cui vivono.
Ma è così: tra una bomba e un matrimonio la vita va avanti, anzi forse in questi momenti è anche più facile comunicare e badare alle cose importanti, non c'è tempo da perdere in controversie futili e inutili.
Quello che scrivo qui è il riassunto di alcune esperienze che ho vissuto a Betlemme fra i palestinesi; ma ho anche conosciuto degli ebrei a Gerusalemme, con i quali ho condiviso delle serate indimenticabili e delle discussioni appassionate.

L'"henna", primo giorno di un matrimonio musulmano
Il 3 agosto 2001, periferia di Betlemme. Siamo arrivati verso il tramonto (19,15), e la festa era iniziata da un'ora. Tutti gli uomini aspettavano fuori, seduti lungo la strada, mentre io sono stata ammessa nel cortile della casa della sposa. Ci saranno state una cinquantina tra donne e bambine, quasi tutte velate, ma presto mi sono sentita comunque a mio agio (il mio cespuglio di capelli mi aiuta a socializzare...).
La sposa, con un ampio abito beige ricamato, era seduta su un vero e proprio trono, e davanti a lei alcune donne ballavano battevano le mani e trillavano, mentre le altre aspettavano sedute tutt'intorno, le più anziane con i tradizionali abiti neri ricamati di rosso. Poi è arrivato lo sposo, che si è seduto accanto alla sposa, e con lui una donna con un primo enorme vassoio di doni, tenuto in testa. Ma il secondo vassoio era pieno di gioielli d'oro, e qui è cominciata la cerimonia: gli sposi si sono alzati e lui ha cominciato a ricoprirla di anelli bracciali collane orecchini. . . poi hanno ballato, mentre le donne intorno gli lanciavano polvere di henna (nelle feste più tradizionali le donne hanno le mani decorate con questa polvere rossa).
Dopo un po' le donne della famiglia dello sposo hanno cominciato a uscire e io sono stata letteralmente trascinata fuori dall'onda. Sul cancello dei ragazzi ci offrivano una bibita e dei dolcetti di pasta sfoglia zucchero caramellato e sesamo.
Il giorno successivo sarà la famiglia della sposa ad andare dallo sposo. Mi dicono che dall'inizio dell'intifada i matrimoni sono meno festosi e durano solo due giorni, una specie di semilutto a causa della situazione.

La cerimonia dello "shabbat"
Venerdì 10 agosto 2001, Gerusalemme ovest. Siamo arrivati poco prima del tramonto e la tavola e la cena erano già pronte. Abbiamo aspettato due amici dei nostri ospiti (cinquantenni americani emigrati negli anni Settanta, lei insegnante di greco all'Università, lui traduttore) e poi siamo andati insieme alla piccola sinagoga di quartiere, sistemata sul retro di un qualunque condominio anni Settanta. Gli uomini, una quindicina, stavano nella parte anteriore della stanza, le donne, con un'entrata diversa, separate da una tenda bianca, alle loro spalle. Quando siamo entrate avevano appena cominciato a cantare il canto di ringraziamento dello shabbat, poi sono iniziate le preghiere, in cui ognuno leggeva la preghiera a mezza voce nel suo libricino e solo a volte le voci si riunivano e diventavano più forti. A volte una voce maschile (che non è il rabbino, ma uno della comunità) pregava più forte e gli altri lo seguivano. Poi hanno cantato di nuovo, con quelle melodie lente e ricche che mi ricordano la musica klezmer.
Tutti si alzavano e facevano quella classica flessione in avanti, a volte preceduta da due passi indietro e poi di nuovo avanti. La cerimonia è finita con un canto poco più di mezz'ora dopo. Siamo uscite, ci siamo ritrovate con gli uomini del nostro gruppo e insieme ci siamo avviati a casa. Lì è inziata un'altra fase della cerimonia, prima di tutto in cucina: uno dopo l'altro ci si lavava le mani versandosi dell'acqua quattro volte con una piccola caraffa a due manici. Poi ci siamo seduti a tavola e gli ospiti hanno intonato un canto molto allegro. Il padrone di casa ha recitato una preghiera e poi ha distribuito del vino molto dolce (sembrava... vin santo, ops!...) tolto da un grande bicchiere d'argento con delle scritte in ebraico e versato in piccoli bicchierini. La padrona di casa invece ha scoperto delle focacce e, anche lei pregando, ne ha spezzata una e l'ha distribuita.
Poi la cena è iniziata: roastbeef (in assenza del prosciutto) e fichi, minestra di zucca, verdure e finocchi, pollo ripieno con insalate varie, olive, anguria con biscotti di mandorle.
La conversazione è stata varia, e l'argomento "palestinese" non è stato affatto trascurato: persone attivamente impegnate per la pace ci chiedevano preoccupati com'è la situazione "dalla nostra parte" (ai palestinesi non è permesso uscire dai loro territori autonomi, che sono una parte molto piccola della Cisgiordania, né agli israeliani è permesso entrarvi). Essi stessi hanno anche rischiato molto, entrando clandestinamente in Palestina per andare a trovare degli amici o per partecipare a dimostrazioni pacifiste, ma ora erano veramente demoralizzati per come stanno andando le cose.
Alla fine della cena c'è stato ancora un momento di preghiera, poi le voci si sono riunite in un canto di speranza e di pace.

Il mio corso: problemi e speranze
Il mio corso di mosaico è durato tutto il mese di agosto e ha avuto luogo nel laboratorio dell'International Centre of Bethlehm, centro luterano guidato dal pastore Mitri Raheb, in Paul VI St dove si tengono anche corsi di ceramica, vetro, disegno e formazione di guide turistiche alternative.
Previsti 12 studenti, ero partita dall'Italia con altrettante martelline (strumento raro da trovare ma indispensabile per il mosaicista, per rompere il marmo e creare le singole tessere), due delle quali generosamente offerte da Augusta de Piero, un'amica mia e di Confronti, e quattro dalla Scuola mosaicisti del Friuli, dove lavoro durante l'anno scolastico come insegnante di mosaico.
Gli altri attrezzi li ho cercati sul posto, grazie al fondamentale aiuto di Faten Nastas, la coordinatrice del corso. Tra le moltissime richieste di adesione abbiamo cercato di privilegiare i disoccupati, uomini o donne (la disoccupazione nei Territori attualmente si aggira intorno al 45%).
Il nostro proposito era quello di porre le basi per una possibile professione futura, visto che la Terra Santa è ricca di siti archeologici e magnifici mosaici, e la riproduzione di questi ultimi potrebbe essere un nuovo mercato commerciale, aldilà del valore in sé fondamentale di riprendere possesso di una tradizione che risale a lontani progenitori.
Sette uomini, cinque donne, di età fra i 20 e i 40 anni, di varie religioni (musulmani, cattolici e greco ortodossi), in classe si è subito creato un clima di collaborazione e laboriosità. Come ha detto Mitri Raheb "è molto più costruttiva una convivenza e collaborazione all'interno di questo laboratorio che tanti dibattiti e tavole rotonde sulla cooperazione multireligiosa".
La maggior parte di loro non parlava che l'arabo, ma non era comunque difficile capirsi: un paio di compagni traducevano le mie spiegazioni, che erano poi seguite da dimostrazioni pratiche, disegni, gesti mimati e qualche strafalcione in arabo da parte mia.
I lavori che gli studenti hanno realizzato sono stati piccole copie di mosaici di epoca romana o bizantina, come quello della Chiesa benedettina della Moltiplicazione dei pani e dei pesci che si trova a Taghba (Galilea), o particolari dei mosaici della Chiesa della Natività di Betlemme, o della mappa di Madaba in Giordania.
Oltre ai lavori individuali, proprietà degli allievi, abbiamo realizzato anche un lavoro di gruppo, il logo dell'Icb, che Mitri Raheb ha promesso orgogliosamente di appendere all'entrata del nuovo centro, quando i lavori di ristrutturazione di quest'ultimo saranno finiti, nella primavera 2002.
L'ultima settimana di corso ha avuto purtroppo un altissimo numero di assenti, visto che molti studenti erano di Beit Jalla e, come si saprà, in quei giorni i carri armati israeliani li hanno costretti a stare chiusi in casa.
Nonostante tutto siamo riusciti a finire i nostri lavori e sabato 1 settembre c'è stata l'inaugurazione della mostra, con discorsi attestati foto rinfresco saluti e addii... e la speranza di rivederci. Inshallah!

Carolina Zanelli