Le donne sono state le prime a subire la violenza del truce radicalismo dei talebani. Ma perché questo paese povero ed isolato è divenuto il centro di delicatissimi equilibri geopolitici? Nostra intervista a una donna afghana, realizzata prima dell'11 settembre.
Orzala Ashrafi, 27 anni, torna, a un anno dalla prima intervista, a parlare dell'Afghanistan attraverso le pagine di Confronti (vedi numero 9/2201) . Fuggita da Kabul nel 1989, Orzala, vive come profuga a Peshawar in Pakistan, da dove porta avanti la sua battaglia a fianco del popolo afgano e soprattutto delle donne. Acuta portavoce di un popolo ridotto al silenzio, ci regala immagini di un mondo che sta tragicamente scomparendo. È autodidatta nello studio dell'inglese, che gestisce con incredibile maestria, e naviga il "nostro" villaggio globale alla ricerca di informazioni rilevanti per la sua battaglia, amaramente consapevole di essere tra i pochissimi, in Afghanistan, a poter accedervi. I racconti di Orzala scoprono tasselli importanti di una realtà che, grazie alla globalizzazione, ci riguarda sempre più da vicino, ma che rimane estremamente difficile da decifrare.
L'Afghanistan è una regione di rilevante importanza geopolitica. Un'area strategica inclusa tra il Pakistan, l'Iran e le repubbliche asiatiche ex sovietiche. Il cuore di un blocco regionale islamico le cui prospettive di consolidamento continuano a fare i conti con gli interessi di potenti vicini e lontani e con le divisioni interne dell'islam. Intanto il popolo dell'Afghanistan perde lentamente ogni speranza. Amarissime sono le parole di una donna, profuga afgana in Pakistan, che Orzala ci riporta. Alla domanda "se potessi chiedere qualcosa alla comunità internazionale quale sarebbe la tua richiesta?" la donna ha risposto: "chiederei che lasciasse cadere su di noi una bomba atomica potentissima che ci facesse scomparire tutti in una volta, invece di lasciare che ci uccidano uno ad uno e permettere che ognuno di noi veda morire il proprio fratello, e poi il proprio marito, e poi i propri figli, senza tregua, uno dopo l'altro".
Il termine globalizzazione nel suo senso positivo non ha alcun significato per gli abitanti del mio paese. Nel sistema globale gli stati potenti vogliono che esistano paesi come l'Afghanistan. Hanno bisogno della guerra affinché le loro armi vengano utilizzate. L'Afghanistan probabilmente rappresenta per loro uno spazio destinato alla guerra, un luogo dove far esplodere le loro armi, armi di ogni tipo. Il nostro paese è, insomma, parte del processo di globalizzazione, ma ne trae solo svantaggi.
È vero, i talebani hanno interrotto la produzione di oppio e la commissione dell'Onu che ha verificato sul campo la distruzione delle piantagioni si è dichiarata molto soddisfatta dei risultati raggiunti, parlando apertamente di uno sviluppo rivoluzionario della situazione interna afgana. Si tratta, però, di persone che non sanno guardare oltre le apparenze. Si ricordi che l'Afghanistan l'anno scorso deteneva il primato nella produzione dell'oppio. La produzione è stata nel 2000 così rilevante da mettere in pericolo il mantenimento del prezzo dell'oppio che, qualche mese fa, è sceso al livello minimo di circa 30 dollari al chilo. Da qui la decisione dei talebani di smettere di produrre. I loro magazzini sono oggi stracolmi e il commercio continuerà indisturbato. La prova è che il prezzo dell'oppio è tornato a crescere: è ora di 60-70 dollari al chilo.
L'Afghanistan è stretto oggi nella morsa di una terribile carestia, il popolo muore di fame, da tre anni il paese combatte contro una grave siccità. Stiamo subendo le più amare conseguenze di 30 anni di condizioni climatiche e politiche estremamente avverse. Nel 1995 una proiezione della Fao (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, ndr) avvertiva che nel giro di pochi anni l'Afghanistan sarebbe stato stretto in una morsa di fame e siccità. Le previsioni erano esatte ma le politiche messe in atto per affrontare l'emergenza hanno fallito. Colpa dei problemi che la guerra in Afghanistan pone, ma anche delle dinamiche interne alle organizzazioni internazionali che hanno semplicemente smesso di fornire gli aiuti ed il sostegno necessari.
In effetti le panetterie hanno riaperto e alle donne è stato permesso di lavorare. I forni non servivano i talebani ma la popolazione locale. Sarebbe stato un disastro se non fosse stato raggiunto un compromesso. Le Ong che lavorano in Afghanistan dovrebbero essere molto attente a non confondere, nella pratica, gli aspetti politico e umanitario. Anche se, in questo caso, è evidente, il ricatto ha funzionato. Opportunità di lavoro di questo tipo, offerte alle donne, se effettive, possono determinare nelle loro vite cambiamenti significativi.
La comunità internazionale può giocare un ruolo rilevante se prima di tutto interviene ad impedire l'intromissione straniera negli affari afgani. Il problema principale rimane la guerra. La legge in Afghanistan è dettata da coloro che possono minacciare l'uso della violenza armata;se ci fosse un alt all'ingresso delle armi nel paese, l'oppressione avrebbe fine. L'Afghanistan non ha alcuna produzione propria di armi. La forte interferenza esterna negli affari afgani è dettata dal fatto che l'Afghanistan è una regione di rilevante importanza geopolitica. Per la discussione degli affari afgani si sta cercando di organizzare una conferenza di otto paesi: sei, i paesi confinanti con l'Afghanistan, più altri due, la Russia e gli Stati Uniti. Ognuno di questi paesi ha un proprio interesse politico ed economico nell'area e interferisce negli affari interni afgani. Non è da tempo un mistero per nessuno che il Pakistan sostiene i talebani, mentre Stati Uniti, India e Russia sostengono l'opposizione governativa, che non è meglio dei talebani. Il nostro popolo, intanto, diventa sempre più povero. Le donne, per un po' di soldi, necessari a sfamare sé e i propri bambini, finiscono per chiedere l'elemosina o diventano prostitute, gli uomini vanno a combattere. Chi lavora nelle cave riceve 1000 rupie, chi combatte 4000.
Il loro è un ruolo sempre più rilevante. Il governo pakistano sta avendo molte difficoltà a gestire il sempre più potente movimento dei talebani interno al paese. Per le vie pakistane ti imbatti ovunque, sui muri, in cartelli su cui si legge: "Vieni da noi, ti offriamo addestramento militare, potrai andare a combattere in Afghanistan, Kashmir, Cecenia e Palestina". Si tratta dello slogan di un importante partito fondamentalista pakistano, un gruppo potente e ricco, notoriamente sostenuto dal miliardario saudita Osama Bin Laden.
È stato per tutti noi shockante assistere all'eco che la distruzione dei Buddha di Bamiyan ha avuto nei media internazionali che rimangono, invece, ciechi di fronte alle sofferenze del nostro popolo. Sono contenta che l'enorme eco che la distruzione ha avuto sui media sia almeno servita a mostrare al mondo la vera natura dei talebani. Mi riempie di tristezza, invece, vedere come fatti terribili accaduti poco prima, nello stesso luogo, siano rimasti completamente ignorati. Più di 300 persone - e temo, in realtà, molte di più - sono state uccise all'inizio di gennaio, in 5-6 villaggi nella regione dello Yakaolang, confinante proprio con l'area di Bamiyan. I giornalisti erano a pochi chilometri dal luogo della strage. Eppure il mondo non ne ha saputo nulla.
Nelle zone interne dell'Afghanistan vivono gruppi appartenenti all'etnia minoritaria degli hazaras. Le relazioni tra questa minoranza e la maggioranza pashtum (di cui la gran parte dei talebani sono membri) sono state sempre difficili. Era la seconda volta, in tre anni, che i talebani stabilivano il controllo sull'area, ma non si erano registrati episodi di violenza contro la popolazione locale. Per cui nessuno si è insospettito quando, nel villaggio di Nayak, agli uomini di età compresa tra i 13 e i 70 anni è stato chiesto di radunarsi in un luogo che chiamerò lo stadio. Tra loro c'erano tanti 18-24enni e c'era un mio caro amico, 25 anni, sposato da due settimane. A tutti sono state legate le mani dietro la schiena. Poi sono stati sgozzati. Era gennaio, faceva molto freddo. I corpi sono stati lasciati lì, alle donne e ai bambini, perché li seppellissero. I talebani avevano sequestrato loro le armi che possedevano solo per difendere la propria casa. Dopo il massacro sono andata io stessa a parlare con le donne e le persone che conoscevo. Il livello di istruzione in quest'area è estremamente basso e sarà, per chiunque di noi, molto difficile stabilire se ci sono stati anche casi di stupro. Le donne non raccontano quello che di terribile accade loro. Nessuno sa il perché di questo massacro. Escludo che si sia trattato di uno scontro tra gruppi in lotta. Forse è servito a lanciare un avvertimento agli abitanti delle regioni vicine o, magari, ai capi locali dei talebani, per il servizio, è stato offerto il doppio della paga.
Peshawar, 21 settembre 2001
"Ognuno qui attende dei cambiamenti. In effetti, stiamo attraversando un periodo strano della nostra storia. Un tempo pensavamo di essere il popolo nella peggiore delle condizioni, perche' contavamo il numero piu' grande di profughi nel mondo, poi venne la siccita' e pensammo che fosse il peggio che avessimo mai vissuto. Ora stiamo aspettando che si avveri un incubo terribile: aspettiamo le bombe, forse nucleari o atomiche, e chissa' cos'altro
sembra che dobbiamo prepararci a giorni molto brutti, nessuno sa quanto brutti. E ci chiediamo se questo sara' l'inizio di una nuova pagina della nostra storia o la fine".
L'Afganistan è un paese piegato da 22 anni di guerra civile e affamato da molte stagioni di condizioni climatiche avverse. L'invasione del paese da parte delle truppe sovietiche nel 1979 ha segnato l'inizio di un periodo ininterrotto di guerra: guerra di resistenza contro il potente invasore prima, guerra civile tra i gruppi fondamentalisti islamici, per il controllo del territorio, a partire dal 1989, anno in cui termina il graduale disimpegno dell'Unione Sovietica dall'Afganistan. L'ultima fase della storia afgana si apre, nel 1994, con l'affermazione nel paese del movimento dei talebani, gli studenti delle università coraniche. Tutt'ora in guerra contro le forze dell'Alleanza del Nord, i talebani controllano, oggi, più del 90% del territorio. Il 99% degli abitanti dell'Afganistan è musulmano. Di questi, i tre quarti, componenti le etnie maggioritarie dei pashtum e dei tajik, sono membri della corrente sunnita, il rimanente quarto, tra cui il gruppo di minoranza degli hazaras, che abita gli altipiani centrali, segue l'islam sciita. Gli scontri, tra gruppi etnici si sono acuiti in seguito al mutare del peso demografico dei vari gruppi nel paese, determinato dalla fuga dall'Afganistan, durante l'occupazione sovietica, degli esponenti del'etnia maggioritaria pashtum. Tornati nel paese - molti vestendo gli abiti dei talebani - i pashtum hanno dato inizio ad una politica di assoggettamento e violenza nei confronti degli hazaras colpevoli, oltre che della loro fede sciita, di essersi loro opposti e di essersi accordati con l'invasore sovietico. Nell'agosto del 1998, furono 2000 gli hazaras uccisi nel massacro di Mazar-e Sharif.
Fino ai tragici eventi di queste ultime settimane, dopo che gli Usa hanno accusato il regime di Kabul di sostenere Osama Bin Laden.
(Catia Santonico)
Dopo gli eventi drammatici dell'11 settembre scorso l'Afganistan dei talebani è piombato improvvisamente al centro dell'attenzione mondiale. Ma prima di allora erano poche le voci che si levavano a denunciare i crimini perpetrati da un regime dove il delirio misogino trasforma in criminale una donna anche solo perché, da sotto il burqua (il vestito che la ricopre dalla testa ai piedi), si è udito il suono della sua risata o perché, camminando, le sue scarpe hanno fatto troppo rumore, rendendo "peccaminoso" il suo passo.
Ad agosto scorso otto volontari dell'organizzazione umanitaria cristiana Shelter Now International sono stati arrestati con l'accusa di proselitismo, ossia di voler convertire la popolazione al cristianesimo. Agli stranieri (due statunitensi, due australiani e quattro tedeschi) si aggiungono anche sedici afgani, appartenenti alla stessa organizzazione. Questi ultimi rischiano la condanna a morte, mentre per gli occidentali inizialmente si profilava il carcere seguito da un'espulsione, ma dopo gli attentati di New York anche la loro situazione "processuale" si è drammaticamente aggravata. Tra le "prove del reato" ci sarebbero alcune Bibbie e un video nelle lingue locali (dari e pashtu) sulla vita di Gesù che sarebbe stato mostrato a una famiglia afgana.
Come spiega Luca Lopresti, di Amnesty International, "nell'Afganistan dei talebani i diritti umani sono totalmente negati e i tribunali non esistono: le sentenze vengono emesse da un mullah, il cui giudizio è pressoché insindacabile. Il caso degli otto stranieri ha sorpreso e insospettito molti osservatori perché per la prima volta era stato allestito un processo all'apparenza quasi normale: c'è chi ha ipotizzato un possibile tentativo dei talebani di barattare la vita di questi prigionieri in cambio di chissà quale accordo o concessione. Ma dopo la strage di New York gli avvocati difensori degli otto stranieri sono stati invitati a lasciare Kabul e il processo è stato sospeso".
Al momento non si hanno notizie dei volontari e in questa situazione è difficile pensare che possa riprendere anche solo una parvenza di processo regolare. In una recente intervista al Corriere della sera, l'ex commissario europeo responsabile degli aiuti umanitari Emma Bonino ha ricordato le sue ripetute denunce della condizione delle donne afgane. A queste denunce - lamenta - non è seguito alcun interessamento da parte dei paesi occidentali, Stati Uniti in primo luogo. In questi anni quasi nessuno si è attivato: tra i pochi, troviamo alcune associazioni per i diritti umani come la stessa Amnesty International e altre organizzazioni (in Italia: Donne in Nero e Associazione italiana donne per lo sviluppo), che lavorano in accordo con il Rawa, l'associazione afghana che si batte per la democrazia e i diritti delle donne in quel paese.
(Adriano Gizzi)