Oltre cento leader cristiani e musulmani si sono incontrati nella capitale della Bosnia per discutere sulle prospettive della collaborazione tra le due comunità nell'Europa di oggi laica e pluralista. All'indomani della tragedia negli Usa, una condanna unanime contro ogni violenza commessa nel nome di Dio.
Un'antica storia orientale racconta che vi fu un tempo in cui improvvisamente la terra si corrugò e montagne e valli resero più difficile il cammino e lo spostamento degli uomini. Ed allora gli angeli stesero le loro ali così da costituire dei ponti che consentissero agli uomini di muoversi e incontrarsi. Costruire ponti di comunicazione è insomma il lavoro degli angeli. E le loro ali, per quanto fragili, sono essenziali e necessarie per continuare a vivere insieme". Con questa storia, insieme fiduciosa e preoccupata, il pastore Keith Clements, segretario della Conferenza delle chiese europee (Kek), ha concluso la conferenza "Cristiani e musulmani in Europa: responsabilità ed impegno religioso nella società pluralista", che tra il 12 ed il 16 settembre ha condotto nella capitale della Bosnia oltre cento leader delle diverse comunità cristiane e islamiche del vecchio continente. Popi e pastori, sacerdoti ed imam hanno scelto di varcare i ponti e si sono voluti tendere la mano proprio a Sarajevo, la città europea che in tempi recenti ha subito la violenza di pulizie etniche che si ammantavano di significati religiosi.
Parlare di riconciliazione e di dialogo interreligioso a Sarajevo ha infatti un significato particolare. Le ferite di quattro anni di guerra, troppo spesso combattuta nel nome delle appartenenze religiose, sono ancora aperte: i pretenziosi grattacieli dell'era di Tito conservano tracce chiarissime dei martellamenti a colpi di mortaio sparati dalle colline circostanti la città; il palazzo in cui aveva sede Oslobojenie, il quotidiano di Sarajevo che continuò ad uscire anche sotto i bombardamenti, è ridotto a un ammasso di macerie e si continua a lavorare negli scantinati, proprio come tra il '92 ed il '95. E certo a fronte di tante distruzioni ancora visibili, colpisce la velocità con cui sono stati restaurati o addirittura costruiti monasteri, chiese e moschee. Del resto le identità e i simboli religiosi hanno avuto tanta parte in quel conflitto e nella ricostruzione si è forse voluto inviare un messaggio rassicurante a tutte le comunità di fede della Bosnia. Ancor più significativo, allora, che proprio a Sarajevo si convocasse una Conferenza cristiano-islamica di livello europeo, organizzata dalla Kek e dal Ccee (Consiglio delle conferenze episcopali europee). Ed il tema dei conflitti religiosi - o della pretesa di giustificare violentemente i conflitti - è subito stato al centro dell'attenzione. "Nessuno ha il diritto di usare il santo olio della religione per attizzare il fuoco dei conflitti armati - ha affermato Anastasios, capo della Chiesa ortodossa d'Albania - ma al contrario dovrebbe usare quel dono divino per ammorbidire i cuori, curare le ferite e portare individui e popoli a vivere in pace". Gli ha fatto eco Mustafa Ceric, leader spirituale della comunità islamica di Sarajevo: "È proprio il Corano che ci insegna ad accogliere e a non escludere i diversi mondi della fede. E questo è molto importante per l'Europa perché il suo futuro sarà un futuro di molte fedi. In secondo luogo il Corano ci dice che nessuno ha il monopolio della verità: «A ognuno abbiamo assegnato una regola - si legge - una via aperta. Se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi tutti un solo popolo; ma non lo fece... Gareggiate quindi nel compiere opere buone»".
Sulla base di queste premesse per la Conferenza è stato facile esprimere un giudizio sui tragici attentati negli Stati Uniti: "Noi cristiani e musulmani - si legge in un documento approvato dai partecipanti - condanniamo unanimemente questo atto di violenza, così come ogni altra distruzione di vite umane, come una violazione della volontà di Dio ed un peccato contro l'umanità. Riconoscendo il potenziale di violenza che risiede in tutti noi, noi preghiamo che questo avvenimento privo di senso non provochi una risposta di ritorsione. Nello spirito di questa conferenza - conclude il documento - ci impegniamo a essere strumenti di dialogo, di contribuire a costruire giustizia e pace, e di lavorare per la riconciliazione nelle nostre società".
Inevitabilmente sono stati molti i temi giunti all'attenzione dei partecipanti alla Conferenza, così come sono diversi gli approcci. Iniziamo dai dati sociologici: nei paesi dell'Unione europea vivono da sei a nove milioni di musulmani che diventano oltre 20 quando si considerino anche comunità come quelle dei Balcani; quasi il triplo se si calcola anche la Turchia. L'islam è insomma una componente importante dell'Europa di oggi, che oltretutto si somma all'eredità culturale dell'antica presenza arabo-musulmana in regioni come l'Andalusia o l'Italia meridionale.
In questo senso molti dei relatori alla Conferenza hanno sottolineato la necessità di aggiornare la classica definizione dell'Europa come "continente cristiano". Ma affermare l'oggettivo pluralismo dell'Europa è più che riconoscere la pluralità delle presenze religiose all'interno di una comunità nazionale - ha sottolineato Mehmet Aydin, un docente universitario musulmano turco. "E per questo non basta promuovere incontri interreligiosi; è molto più importante, infatti, quello che si predica nelle chiese e nelle moschee e quello che si insegna nelle scuole". Qual è allora il ruolo delle comunità di fede in un'Europa che, oltre che pluralista, è però anche largamente secolarizzata? L'interrogativo è tornato insistente e le risposte non sono state unanimi. Se infatti la maggioranza dei musulmani e alcuni dei cristiani - quasi tutti dell'Est europeo - hanno dato un giudizio irrimediabilmente negativo della secolarizzazione, altri hanno invece voluto puntualizzare e distinguere. Da parte protestante si è ad esempio voluto sottolineare che il valore della laicità è in un certo senso figlio della secolarizzazione: una laicità intesa come separazione e distinzione tra Chiesa e Stato; una laicità che afferma e non nega, che tutela tutti e garantisce la libertà di culto, anche alle minoranze.
Un tema ampiamente ripreso da monsignor Jean-Luc Brunin, vescovo ausiliare di Lille: "Mi trovo a disagio di fronte a certi cristiani la cui prospettiva è quella di ricristianizzare l'Europa e che tendono a far apparire l'islam come un ostacolo a questo obiettivo. Noi viviamo in una società pluralista: è un fatto di cui dobbiamo tutti essere consapevoli. Il progetto non dovrebbe essere quello di ricristianizzare la società né tantomeno di islamizzarla. Questa diversa prospettiva modifica il nostro rapporto con i musulmani - ha proseguito - e ci spinge a cambiare posizione: da faccia a faccia a spalla a spalla. Prima avevamo una visione frontale delle relazioni islamo-cristiane; ora infatti dobbiamo cercare di coabitare in uno spazio comune. Nelle nostre rispettive comunità religiose dobbiamo essere vigilanti sull'esigenza della cittadinanza, dell'appartenenza alla stessa comunità civile".
Il dialogo tra cristiani e musulmani ha molte facce, e quella illuminata a Sarajevo è stata soprattutto quella della "vita" dell'incontro tra credenti di diverse tradizioni spirituali che la globalizzazione avvicina ogni giorno di più.
Lo conferma il messaggio finale della conferenza in cui si esprime l'impegno a "intraprendere coraggiose azioni a sostegno della vita, della religione, della proprietà, della dignità e della giustizia umana"; il riconoscimento "della nostra comune umanità che ci rende sorelle e fratelli, al di là di differenti appartenenze religiose e politiche"; il rifiuto "della giustificazione della violenza nel nome della religione". Importanti anche le indicazioni concrete proposte alle diverse comunità cristiane e islamiche: "portare i giovani a conoscere e rispettare ciascuno la fede dell'altro", "promuovere nelle scuole pubbliche un'educazione religiosa che preveda anche corsi interreligiosi", "sostenere gruppi interreligiosi a livello locale", "incoraggiare al dialogo e all'incontro interreligioso preti, pastori, teologi, imam e laici, attraverso scambi tra facoltà e seminari cristiani e musulmani".
"Dobbiamo formare una nuova generazione di cristiani e musulmani capace di lavorare contro i pregiudizi e le distorsioni dell'immagine dell'altro che si producono nei media, sui libri e sui banchi di scuola - commenta monsignor Aldo Giordano, segretario del Ccee e abile tessitore della rete che ha reso possibile la Conferenza. - Ma anche nei seminari e nelle facoltà teologiche, degli uni e degli altri".
Paolo Naso