A circa un mese dai tragici attentati negli Stati Uniti, misuriamo le conseguenze sciagurate di quella strategia di terrore. Non è una guerra di religione, né uno scontro tra culture, una delle quali superiore all'altra, come ha affermato Berlusconi. La crisi della risposta politica rischia però di rafforzare le opzioni violente e fondamentaliste. Non solo nell'islam. E tutti, non solo i musulmani, sono tenuti a fare la loro parte.
"È mezzanotte nell'ordine sociale e le nubi di una nuova guerra incombono pericolosamente basse È mezzanotte nell'ordine psicologico dense nubi di ansietà e di depressione sono sospese nei nostri cieli mentali È mezzanotte anche nell'ordine morale". Queste parole di Martin Luther King descrivono bene le nostre emozioni oggi, a qualche settimana dagli attentati terroristici dell'11 settembre. È mezzanotte perché in quella strage non vediamo nessuna luce di razionalità politica, e neanche nessun sostegno alla causa palestinese che, al contrario, rischia di uscirne ulteriormente indebolita; così come a quegli attentati non riconosciamo nessuna possibile giustificazione morale e teologica, ma solo un cinico calcolo di morte, un peccato contro l'umanità e contro Dio. Sentiamo di doverlo dire forte perché se non lo facciamo con determinazione oggi, domani dovremo tacere: non saremo infatti credibili quando vorremo dire che ritorsioni militari indiscriminate o una guerra non sono la soluzione alla sfida del terrorismo.
Sia per ragioni etiche che politiche, i responsabili della strage di settembre ed i loro fiancheggiatori devono essere individuati e puniti: rinunciare a perseguirli significa rinunciare all'idea stessa di giustizia e prolungare all'infinito il tempo buio della notte nel ricatto del terrore. Ma sappiamo bene che questo risultato non potrà ottenersi con l'uso indiscriminato della forza militare; questo particolare terrorismo dispone di terminali nelle grandi agenzie mondiali di mediazione finanziaria; ha arruolato tecnici, piloti e informatori di altissimo livello che operano in Occidente; punta ad aggregare grandi masse di disperati, di classi sociali e popoli che non vedono nessuna luce e sono disposti a seguire qualsiasi profeta che venda loro una fiammella di speranza. Tutto questo non si combatte con i bombardieri, e neanche con l'intelligence dell'antiterrorismo soltanto. Si combatte con la politica, con quello strumento di mediazione non militare dei conflitti che sembra il grande assente nella scena internazionale di oggi. E la politica è una pratica complessa; una buona politica, che cerchi di perseguire il bene comune delle nazioni e della comunità mondiale, ha anche una dimensione etica, non si riduce a mero calcolo di conservazione del potere e dei propri privilegi nelle migliori condizioni ed al prezzo più basso. Ed allora dovremo pur ricordare che personaggi come Saddam Hussein o Bin Laden fino a non molti anni fa, agli occhi delle amministrazioni Usa, giocavano nella squadra dei "buoni" contro i cattivi iraniani o gli antichi nemici sovietici. Tutto questo non attenua le loro responsabilità già accertate e quelle che potrebbero emergere da un'inchiesta seria e rigorosa, ma certo ci deve indurre a respingere le schematizzazioni più facili ed emotive che oggi ci vengono proposte. Ad esempio - ed è quella che rischia di lasciare dietro di sé una interminabile scia d'odio - che stiamo vivendo quello "scontro tra culture" che solo qualche anno fa era stato profetizzato dal professor Huntington: "noi" - i cristiani, gli occidentali, i democratici - contro "loro", i musulmani, naturalmente violenti, premoderni, irriducibilmente teocratici e fondamentalisti, come sembra pensare il presidente Berlusconi. Uno scontro così non ha mediazioni possibili: come sarebbe possibile convivere nell'Europa dei diritti umani e della laicità con una cultura che - nell' interpretazione di tanti osservatori politici e di troppi uomini di Chiesa - nega esattamente questi valori? Non è possibile - rispondono in molti. - Siamo in guerra: chiudiamo allora le frontiere, scaviamo delle trincee intorno alle nostre case ed alle chiese.
Di questo scenario, se mai si realizzerà compiutamente, i veri responsabili degli attentati di settembre non potranno che gioire: sarebbe la prova, che essi non sono una scheggia politicamente impazzita e spiritualmente blasfema di una grande tradizione spirituale e religiosa, ma diverrebbero i profeti riconosciuti dell'islam, di una umma (comunità) di un miliardo di persone.
Bush, Blair, Prodi, Putin, Giovanni Paolo II e il Consiglio ecumenico delle chiese hanno prontamente affermato che l'islam è altra cosa da questi impostori, ed hanno fatto bene. Eppure il clima si sta avvelenando lo stesso e l'islam - non i terroristi che abusano dell'islam - è alla sbarra del giudizio. Questo vuol dire che c'è un enorme lavoro da fare per informare, spiegare, educare. L'assoluta maggioranza delle comunità e delle organizzazioni islamiche presenti in Italia e in Europa ci sta provando ma non basta. Ai musulmani chiediamo qualcosa di più che la condanna politica e teologica del terrorismo fondamentalista: qui si tratta di formare una nuova generazione di imam, di intellettuali, di insegnanti musulmani che "in positivo" sappiano fare scuola, teologia e cultura di pace. Oggi, cioè, non basta esecrare; occorre prevenire le derive fondamentaliste con un paziente lavoro culturale, politico, di interpretazione del Corano. Ma anche a cristiani, ebrei, laici, credenti di altre tradizioni, chiediamo di più: non dobbiamo lasciare l'islam solo a combattere la sua sfida interna. Il virus della violenza è vivo ed agisce anche all'interno delle altre tradizioni religiose e delle ideologie secolari: è un virus arrogante, esclusivista, razzista e - come la storia ha dimostrato - è anch'esso perfettamente capace di uccidere e sterminare. Quando tutti avremo fatto un passo in questa direzione, forse, sarà mezzanotte e un minuto.
La redazione