Pessimismo della politica
Ottimismo della riconciliazione

La situazione politica del Kosovo resta difficile e bloccata dalla contrapposizione etnica. Le elezioni non modificheranno questo quadro e, dal mio osservatorio di Mitroviza, confermo il mio pessimismo. Ma non è il momento di andare a casa: si può fare ancora molto per ricostruire un Kosovo multietnico. L'autore è il coordinatore in Kosovo del progetto "Semi di pace", promosso dalla nostra rivista e dall'Associazione italiana Amici di Nevé Shalom-Wahat as Salam. Il progetto ha la sua sede principale a Mitroviza, la città simbolo della separazione etnica e religiosa del Kosovo. Il suo recapito è rafzini@hotmail.com

Dopo l'ultimo articolo su Confronti ho ricevuto nella mia casella e-mail un certo numero di risposte, tutte invero molto gentili ma anche passabilmente critiche. Qualche amico si preoccupa imputando ad un eccesso di stanchezza il "pessimismo" delle mie righe, mentre altri semplicemente non condividono la mia lettura "pessimista" sulle conseguenze dell'intervento occidentale ed i risultati della missione delle Nazioni Unite.
Sembra che il pessimismo sia la chiave di lettura di quelle note scritte a cavallo tra le vacanze e il rientro in Kosovo. Mi sono allora riletto - cosa che di solito mi guardo bene dal fare - quello che ho scritto e confesso che pur avendo trovato materiale in abbondanza per capire queste reazioni continuo a non ritenere che quelle righe siano il risultato di un approccio pessimista alla realtà kosovara.
Uno dei rimproveri che più spesso mi è stato rivolto è relativo al giudizio radicalmente negativo che ho portato sulle prossime elezioni. Ammetto che l'idea di riempire le urne di schede già votate e buttare tutto nell'Ibar suoni strano e forse anche offensivo, ma continuo a ritenere che queste consultazioni elettorali servano più a giustificare la presenza delle Nazioni Unite (e dell'Osce visto che è proprio questo organismo ad averne la responsabilità tecnica) in Kosovo che non a garantire l'espressione di un elementare diritto democratico degli abitanti. Cercherò di spiegarmi. Nonostante gli incessanti quanto ipocriti appelli delle istanze internazionali, il ritorno delle minoranze alle proprie case è sostanzialmente impossibile: non si torna se i diritti umani non possono essere garantiti. Oggi in Kosovo questi diritti sono proclamati sulla carta ma non corrispondono a niente di reale sul terreno. Quanti serbi possono rientrare nella zona di Pec/Peja o di Prizren? Quanti rom possono rientrare a Mitrovica? Quanti albanesi a nord dell'Ibar? Come si conduce una libera campagna elettorale in un campo profughi in sostanziale stato di assedio o in un centro comunitario protetto dai carri armati?
Dobbiamo andare anche oltre: quanta libertà di voto "reale" troviamo in un paese in cui ormai gli albanesi hanno paura degli albanesi ed i serbi hanno paura dei serbi? In una situazione nella quale tutte le minoranze (anche quella albanese là dov'essa è minoranza) possono solo vivere blindate? Che credibilità ha una consultazione elettorale in questa realtà?
Ma queste sono cose che altri e ben più autorevolmente dovrebbero raccontare e che forse racconterebbero se ancora esistesse qualcosa come l'informazione, che è cosa diversa assai dall'informatica.
A noi, come "Semi di Pace", compete solo ricordare che vi è una radicale diversità tra un processo politico di pace ed un cammino di riconciliazione. Il processo politico di pace, necessario ed indispensabile ma certo non sufficiente, nasce dal compromesso raggiunto fra leader di fazioni in lotta e conduce, tramite il compromesso, alla non belligeranza. Il cammino della riconciliazione è molto più lungo e difficile: partendo dal punto di vista delle vittime deve condurre tutti al reciproco perdono e all'accettazione della diversità. Solo un vero cammino di riconciliazione può sanare ferite che il processo politico di pace può al massimo tentare di cicatrizzare.
Oggi in Kosovo il processo di pace stenta a decollare e se mai decollerà pare che la direzione faccia capo ad una soluzione di tipo bosniaco. Un volo di notte in definitiva.
Riacchiappo qui per la coda il mio ultimo articolo: senza il ritorno del Kosovo al centro del dibattito politico europeo nessun processo politico di pace sarà realmente possibile e senza questa premessa minimale la riconciliazione non è realisticamente pensabile.
PS: Che fine faranno i profughi kosovari in Italia, il cui visto è scaduto il 30 giugno? Sembra che in Italia, come anche in Francia, Germania, Svizzera, ecc, si sia deciso che l'emergenza è finita e che di conseguenza l'unica soluzione logica sia un "tutti a casa". Qualcuno ha spiegato agli italiani (ma anche a francesi, tedeschi, svizzeri, ecc.) cosa significhi oggi - realmente - per un rom o un askalija rientrare in Kosovo?

Raffaello Zini