Il nostro compito: "dire" la fede

Metropolita Vladimir

Il metropolita Vladimir di San Pietroburgo, e Ladoga, oggi guida spirituale della seconda città russa, da giovane prete e monaco è stato "osservatore" del patriarcato di Mosca al Concilio Vaticano II (1962-65). Conosce dunque bene Roma, la Chiesa cattolica e l'Occidente.

Come vive la Chiesa e il popolo russo, nella "nuova" Russia, all'alba del terzo millennio?

Il nostro popolo ha vissuto per 75 anni sotto l'ideologia del comunismo e dell'ateismo; perciò ha naturalmente difficoltà a vivere nella nuova situazione. Ci sono, poi, tanti e grandi problemi economici. Noi oggi, come Chiesa, possiamo fare tutto quello che vogliamo: il problema è che non abbiamo mezzi. E con grandissimi sforzi cerchiamo di far risorgere templi, restaurare monasteri, costruire scuole. Possiamo dire che l'intero paese è un immenso cantiere.

Quale è il ruolo della Chiesa, oggi?

Il ruolo della nostra Chiesa, oggi, è prima di tutto quello di far tornare il nostro popolo e il nostro paese alla spiritualità. Dobbiamo insegnare la religione, la fede; insegnare alla gente ad apprezzare i valori spirituali. Bisogna rifondare la moralità, il rispetto verso Dio. Bisogna ricordare che, in Russia, fino a dieci anni fa, nelle scuole non si insegnava religione. Le generazioni come la mia, e tutti, anche i più giovani, sotto l'Urss non hanno mai ricevuto alcuna istruzione religiosa: ignorano la fede, le cose sante, la storia dell'antica Chiesa apostolica. Non sanno che cosa - moralmente - l'uomo possa, o non possa, fare.
In questa situazione, i mass-media occidentali ci portano idee materialistiche come queste: "vivete come volete, prendete tutto dalla vita". Ci invadono film occidentali pieni di pornografia, di violenza, di uccisioni, di sesso: tutte cose che in Russia non si sono mai viste e che provocano grande meraviglia nel nostro popolo. Il nostro compito è dunque quello di custodire il nostro popolo nella purezza, custodire la fede, custodire i grandi valori, custodire la devozione alla Chiesa, custodire la fede in Dio e la speranza in lui. Insomma, all'alba del terzo millennio il nostro compito, come Chiesa, è quello di insegnare di nuovo alla gente come si vive da cristiani.

Che relazione vi è tra la fede ortodossa e l'identità russa?

Qui, in Russia, abbiamo un'esperienza di mille anni di servizio cristiano alla gente. La Chiesa aveva grande autorità e grandi possibilità. La Chiesa aveva templi, monasteri, terre, scuole, ospedali, case per i ragazzi abbandonati. La Chiesa aveva quella che in Occidente si chiama assistenza sociale. Tutti si sposavano in Chiesa, tutti si facevano battezzare, anche se magari non erano poi del tutto fedeli al loro impegno. La Russia era un grande paese, ma un paese isolato, con migliaia di chilometri di frontiera. La Russia aveva la sua propria cultura spirituale, le sue tradizioni, la sua musica, il suo balletto, i suoi grandi poeti, la sua architettura, religiosa e non. Eravamo lontani dall'Occidente. La Russia era un po' speciale, e questo forse è difficile capirlo, per l'Occidente. Avevamo un grande rispetto per le nostre tradizioni nazionali, religiose e familiari. Tutto ciò ci aiutava ad essere forti, ed a sentirci bene.
Ebbene, oggi tutto questo è perduto, e bisogna rifondarlo. Certo, capiamo che molte cose non possono essere recuperate. E tuttavia dobbiamo cercare di stabilire nuovi rapporti. Dobbiamo difendere la nostra cultura e, nel contempo, trovare una lingua comune con i nostri vicini. Oggi, in aereo, in tre ore si è Parigi o a Londra, è molto facile incontrarsi. Perciò dobbiamo saper utilizzare le ricchezze degli altri popoli, degli altri paesi, e stabilire buone relazioni con loro, anche perché sorgono nuovi problemi che prima non c'erano, come il terrorismo, che è una minaccia per tutto il mondo. Ci sono nuove possibilità di comunicazione - quali Internet - di collaborazione, di amicizia.

Dieci anni fa eravate entusiasti di potervi avvicinare all'Occidente, oggi invece avete paura di esso. Come lo spiega?

Naturalmente prendiamo molto volentieri ciò che di meglio vi è nella civiltà occidentale. Siamo contenti di poter utilizzare la cultura dei nostri fratelli dei paesi occidentali, e di collegarci con questi fratelli. Ma, purtroppo, oggi succede qualcosa che rischia di distruggere la Russia. Dall'estero arrivano qui rappresentanti di strani movimenti religiosi che prima non si erano mai visti: mormoni, pentecostali, testimoni di Geova. Arrivano - ed è un altro discorso - perfino sette sataniste, che tentano di distruggere anche la società.
Certo, noi siamo molto contenti che oggi ci sia, qui in Russia, la libertà. Purtroppo, però, noi vediamo che quanti utilizzano questa libertà tentano di portarci idee pericolose. Eppure noi abbiamo la nostra musica - bella come quella italiana! -, le nostre sinfonie, il nostro meraviglioso balletto. Ma adesso ci portano questo jazz, questo rock 'n roll - si chiama così? - questa musica terribile, fatta di rumore e solo di rumore, senza nessuna melodia. Una musica che non ha nessun influsso positivo: infatti, terminata la musica, cominciano magari a rompere le sedie.

Parliamo ora dei problemi della Chiesa. Che cosa significa per l'Ortodossia l'unità della Chiesa?

Storicamente, sempre la chiesa ortodossa ha cercato l'unione con le altre chiese, soprattutto con le antiche Chiese apostoliche, con gli altri cristiani; non ha mai voluto tenere solo per sé la sua profonda eredità spirituale, ma è sempre stata pronta a condividerla con gli altri cristiani. Quando abbiamo aderito al Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), e vi siamo entrati come membri di pieno diritto (1961), abbiamo cercato di compiere là il nostro dovere e di aiutare a tornare di nuovo nel ceppo della unità della Chiesa apostolica coloro che ne erano usciti.
Adesso, qui in Russia, vengono alla nostra Chiesa molte persone senza istruzione religiosa, che non comprendono il significato dell'unità della Chiesa, e sono come orgogliosi di vivere nell'isolamento rispetto alle altre chiese cristiane. "Siamo ortodossi - dicono costoro - noi ci salviamo, e ci basta; gli altri facciano quello che vogliono". Ricordo che, quando ero osservatore della Chiesa ortodossa russa al Concilio Vaticano II, incontrai a Roma una professoressa cattolica italiana che mi disse: "Solo noi cattolici ci salveremo, voi ortodossi perirete tutti".
Ecco, ora abbiamo dei nostri fedeli che - analogamente - pensano la stessa cosa. È molto difficile, per me, parlare loro della necessità dell'unione delle chiese. Pensate che certuni dei nostri giovani fedeli mi chiamano "cattolico", altri "ecumenico", ma non sanno che questa parola significa "universale", "mondiale"; alcuni, anzi, la confondono con "comunista", o con qualcosa legata al "comunismo". Per cui, se si parla di unione delle chiese, questi fedeli dicono di sì, ma se si parla di "movimento ecumenico" si dicono categoricamente contrari. Per questo oggi abbiamo anche vescovi, sacerdoti, e poi soprattutto semplici fedeli che non hanno istruzione teologica, che si oppongono con forza al fatto che la nostra Chiesa ortodossa russa aderisca al Cec, o al fatto che abbiamo rapporti con rappresentanti di altre chiese. Insomma, queste persone pensano di bastare a se stesse. Nulla sanno di sant'Agostino, di Tertulliano, di san Giovanni Crisostomo, di san Basilio il grande. Tutto ciò è molto pericoloso. Sì, stiamo attraversando un periodo cruciale.

Questo per quanto riguarda, diciamo così, i vostri problemi interni. Ed i rapporti con la Chiesa cattolica romana?

Dal punto di vista teologico, noi siamo molto vicini ai cattolici ma, nella vita, siamo molto più vicini ai protestanti. Facciamo l'esempio dei luterani: essi non hanno, verso i nostri fedeli, pretesa alcuna, non hanno mai preteso la nostra Chiesa o la nostra terra. Essi pregano come vogliono, e noi li rispettiamo; noi preghiamo come vogliamo, ed essi ci rispettano. Possiamo convivere amichevolmente, aiutandoci a vicenda.
Invece - e parliamo soprattutto dell'Ucraina e della Bielorussia [territori canonici del patriarcato di Mosca] - sempre negli anni Novanta la Chiesa cattolica ha cercato di espandere la sua influenza. Soprattutto nell'Ucraina occidentale, in Galizia, cresce un forte sentimento anti-ortodosso ed anti-russo. Ad Ivano Frankovsk, ad esempio, un nostro sacerdote è stato picchiato dagli "uniati" tanto che ha dovuto passare alcuni giorni in ospedale. L'ho detto a cardinali e vescovi cattolici occidentali che ho incontrato: in Ucraina gli "uniati" ci impediscono di vivere normalmente, ma noi dobbiamo trovare una lingua comune. Qualcuno di questi prelati mi ha risposto:"Gli "uniati" disturbano anche noi".

Vi è dunque impossibile il dialogo con la Chiesa cattolica?

Gli "uniati" hanno cominciato a distruggere i nostri templi, a chiuderli. Nemmeno i protestanti erano mai arrivati a questo! Sono stati sottoscritti accordi con i cattolici per risolvere il contenzioso, ma poi loro non li attuano. Fino a che rimangono queste situazioni, fino a che il Vaticano non cambia il suo atteggiamento, come è possibile dialogare? Mai noi andiamo in Italia ad aprire chiese senza parlare prima con il vescovo cattolico della diocesi. Perché invece in Russia da molte parti i cattolici hanno agito così?

In questo contesto, si può ipotizzare una visita del papa a Mosca?

Nelle condizioni descritte questa visita è impossibile. Sono venuti da me vescovi e cardinali a dirmi: "Inviti il papa!". Ma sono forse io il capo della Chiesa russa? Come il papa è il capo della Chiesa cattolica, così il patriarca di Mosca è il capo della Chiesa ortodossa russa. E il papa deve accordarsi con lui per venire in Russia, oltre che, naturalmente, con il presidente del paese.
Lo so che alcuni giornali, in Italia, hanno parlato della possibilità di una prossima visita del papa a Mosca o, anche, di un incontro del papa con Aleksij II in Moravia (Cekia), dove è sepolto san Metodio [che, con il fratello san Cirillo è considerato - tanto in Oriente che in Occidente - l'apostolo degli slavi, evangelizzati nel secolo IX dai due fratelli, che lasciarono loro anche l'alfabeto da cui deriva l'attuale "cirillico", ndr]. Ma non penso che questo incontro ci sarà; almeno fino a che il Vaticano non cambia il suo atteggiamento verso gli ortodossi, e fino a che in Ucraina non ci saranno state restituite le nostre chiese che si sono prese gli "uniati".

Ci vuole dire, come cristiano, una parola sul futuro?

Per noi cristiani la prima autorità rimane sempre la parola del nostro Salvatore Gesù Cristo che ci ha detto: "verranno falsi maestri, falsi profeti", che cercheranno di distruggere la Chiesa. Dobbiamo dunque vigilare. Ma, vedete, vi sono quelli che attendono la fine del mondo, e la temono, perché - dicono - il sole non darà più la sua luce, la luna cadrà dal cielo… Al contrario, dico a queste persone che non dobbiamo temere: Dio è la luce! Egli sarà là! Certo, ci saranno difficoltà, lo sappiamo, il Signore ce l'ha predetto. Satana sarà al lavoro, i credenti soffriranno. Infine, il Signore sarà però con i credenti. Non dobbiamo temere. Ma, piuttosto, ricordare che il Signore ha detto: arriverà un tempo in cui vi sarà un solo gregge ed un solo pastore. Per questo dobbiamo pregare.

(a cura di D. Gabrielli e P. E. Landi)



SCHEDA.
LA QUESTIONE "UNIATE" FA FALLIRE A BALTIMORA IL DIALOGO TRA ORTODOSSI E CATTOLICI

La questione degli "uniati" (cattolici di rito orientale) ancora una volta è stata il problema che non è riuscita a risolvere la commissione mista (Cm) internazionale tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa. Infatti, la Cm, messa in piedi vent'anni fa, al suo ottavo raduno - Baltimora 9/19 luglio - si è arenata proprio su questo scoglio.
Copresieduta dal card. Edward Cassidy, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, e dall'arcivescovo Stylianos d'Australia (patriarcato di Costantinopoli), la riunione si è conclusa senza poter presentare - segno evidente di gravi contrasti - un documento teologico condiviso (come invece aveva fatto nella sua settima riunione - Balamand, Libano, 1993). In sostanza, mentre per Roma i cattolici di rito orientale sono un "ponte" tra essa e gli ortodossi, per questi ultimi gli "uniati" sono un ostacolo invalicabile ed un insolubile pasticcio ecclesiologico. Varia è, in Medio Oriente ed in Europa orientale, l'origine storica degli "uniati" - per la maggior parte nati tra il Settecento ed il secolo scorso da gruppi di vescovi, preti e laici usciti dalla Chiesa-madre ortodossa ed a questa contrappostisi, riconoscendo l'autorità del papa ma mantenendo rito e (non sempre) la disciplina orientale, che tra l'altro prevede i preti sposati. Sono in particolare la Chiesa ortodossa russa e quella rumena che contestano gli "uniati" che si trovano nei rispettivi territori "canonici", e la "protezione" che Roma accorda ad essi.
Altro problema, distinto, ma intrecciato con il precedente, che a Baltimora si è presentato "irrisolvibile", è la questione dell'autorità del vescovo di Roma - con i dogmi del primato pontificio e della infallibilità papale proclamati dal Concilio Vaticano I nel 1870.
L'ottava riunione doveva già svolgersi l'anno scorso negli Stati Uniti d'America, ma era stata differita al 2000 a causa dei contrasti (sotterranei) sorti soprattutto tra i patriarcati russo e serbo, con Roma, in connessione con la guerra della Nato in Kosovo.

(Paolo Emilio Landi)

SCHEDA.
PERCHE' L'ORTODOSSIA SI PROCLAMA "UNICA VERA CHIESA" E CANONIZZA L'ULTIMO ZAR

L'intervista al metropolita Vladimir, sopra riportata, interessante per molti motivi, mette in evidenza, in particolare, uno "stato d'animo" molto diffuso in Russia, tra i fedeli e tra il clero ortodosso: la paura di essere accerchiati, inghiottiti e snaturati dall'Occidente. Questa sensazione ha varie cause: tra esse, lo shock provocato dalla "invasione", dopo il crollo dell'Urss, di una mentalità - nutrita di piena libertà di stampa e di… jazz - considerata da molti un pericolo mortale. Buona parte della Chiesa ortodossa ritiene oggi un dovere preminente difendere con i denti la "identità" russa, e dunque la identità della Chiesa ortodossa, come custode della Russia "eterna".
In tale contesto va vista la canonizzazione dello zar Nicola II. Riunito dal 13 al 16 agosto, sotto la guida di Aleksij II, il Concilio (Sobor) dei circa 150 vescovi russi ha deciso per il 19 agosto la solenne consacrazione del tempio di Cristo Salvatore e, per l'indomani, la canonizzazione dell'ultimo zar. Nella Chiesa ortodossa russa un "processo di canonizzazione" si avvia solo se vi è un culto spontaneo verso una persona "santa". In tal caso il Santo Sinodo istituisce una commissione ad hoc. Se quest'iter ha esito positivo, la decisione finale spetta poi al Sobor.
L'ultimo zar di Russia, Nicola II, fu tenuto prigioniero, con la famiglia, a Ekaterinburg, sugli Urali, dove poi, per ordine di Lenin, fu massacrato il 17 luglio 1918, insieme con la zarina Aleksandra, lo zarevic Aleksej, le figlie Olga, Tatiana, Marija e Anastasija. Circa sessant'anni dopo, Boris Nikolaevic Eltsin, allora capo del partito nella città, ordinò la distruzione della casa in cui era avvenuto l'eccidio. Diventato capo della nuova Russia, nel '98 lo stesso Eltsin presiedette alla solenne cerimonia della traslazione dei resti dei poveri Romanov nella chiesa-fortezza dei santi Pietro e Paolo, a San Pietroburgo, il pantheon che racchiude tutte le tombe della famiglia imperiale. All'evento - temendone i risvolti politici - non partecipò però il patriarca Aleksij II.
Ma, dal '98, si è rafforzata nella Chiesa russa la pressione degli ambienti conservatori, slavofili ed antioccidentali, per i quali la saldatura Chiesa+Nazione è indispensabile per far fronte ai molti nemici interni ed esterni che minacciano la "Santa Russia". Una parte del clero e del laicato russi sono restii a sposare in toto queste idee e un'altra parte ritiene pericoloso, per la stessa Chiesa russa, uno "splendido isolamento". In questo contesto Aleksij e il Santo Sinodo hanno tentato di mediare: hanno criticato come "filo-protestante" il Consiglio ecumenico delle chiese (Cec, Ginevra), ma senza ritirare da esso la loro Chiesa, come invece hanno fatto i patriarcati di Georgia e di Bulgaria; hanno respinto l'idea di un "vertice" con il papa; hanno preparato due documenti - Chiesa e problemi sociali; ecumenismo - poi approvati dal Sobor di agosto.
Il primo testo, con tratti intransigenti, ha alcune novità; l'altro, "Princìpi-base del rapporto della Chiesa ortodossa russa con l'eterodossia" afferma (come fa, sul suo versante, la Chiesa cattolica romana-Ccr: vedi questo numero p. 3): "La Chiesa ortodossa è la vera Chiesa di Cristo, è la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, custode e portatrice dei Santi Misteri in tutto il mondo, "colonna e sostegno della verità" (I Tim. 3, 15)". Questa Chiesa - oggi formata dalla sinfonia delle chiese ortodosse "locali": russa, greca, rumena… - è rimasta viva anche se lungo i secoli molte chiese, la romana tra esse, si sono "allontanate" da essa: "La Chiesa ortodossa afferma che la salvezza può essere trovata solo nella Chiesa di Cristo. Al tempo stesso, mai le comunità separatesi dall'Ortodossia sono state considerate completamente prive della grazia di Dio".
E Roma? "Il dialogo con la Ccr va costruito tenendo conto di un fatto fondamentale, e cioè che in essa si conserva l'eredità apostolica dell'imposizione delle mani. Nel contempo è necessario rilevare il carattere dello sviluppo delle basi dogmatiche e dell'etica della Ccr, non di rado in contrasto con la Tradizione e l'esperienza dell'Antica Chiesa".
Con le altre chiese occidentali (anglicana, in primo luogo) il dialogo è ancor più difficile, perché esse, dice il testo, hanno accettato la donna-pastore. E l'ecumenismo? Al momento, e in attesa che la commissione mista Ortodossia-Consiglio ecumenico delle chiese appronti, entro il 2002, il nuovo organigramma del Cec, che dovrebbe porre termine alla sua "protestantizzazione", la Chiesa russa ritiene l'ecumenismo utile come "tribuna" per affermare la sua propria autocoscienza ecclesiale.
Il problema, ora, è: che applicazione concreta farà Mosca di un testo fermissimo nei princìpi? Per quanto riguarda le chiese minoritarie russe (la cattolica, la battista…) queste ne hanno dato una prima valutazione positiva perché, sbarrando la strada ad una loro equiparazione con sette (cose che alcuni ortodossi facevano), e anzi definendole come possibili, seppure imperfetti, strumenti di grazia, esso potrebbe aprire spiragli di dialogo.
In questo quadro complesso il Sobor ha voluto esaltare molti "martiri" del comunismo - e dunque non solo lo zar Nicola. E, infatti, il 20 agosto sono stati canonizzati 860 "martiri e confessori" russi del secolo XX. Tra essi, come "portatori di passione", lo zar Nicola e tutta la sua famiglia. D'altronde, in diverse chiese da anni i fedeli già veneravano l'icona di Nicola II che - dicono - in certi casi avrebbe pianto lacrime di sangue.
I vescovi non hanno esaltato l'intera vita dello zar (che, per esempio, nella "domenica di sangue" del 1905 fece sparare sulla folla che chiedeva giustizia), né quella della zarina, con tutti i suoi intrighi con il monaco e santone Rasputin, ma solo affermato che Nicola II e famiglia affrontarono con cristiana rassegnazione la prigionia e la loro sorte drammatica.
Pur con questa "restrizione", la canonizzazione dei Romanov diventa un simbolo potente: la Russia, dice la Chiesa, vivrà solo se si riallaccia al passato del paese ortodosso emblematicamente impersonato dall'ultimo zar "martire". Va nello stesso senso la ri-consacrazione del tempio di Cristo Salvatore, costruito per celebrare la vittoria del generale Mikhail Kutuzov che nel 1812 costrinse Napoleone a fuggire disperato da Mosca. Nel 1931 Stalin ordinò la distruzione dell'imponente edificio, e al suo posto fu infine costruita una grande piscina. Dopo il collasso dell'Urss il tempio, che rappresenta l'unità inscindibile tra Chiesa e popolo contro i nemici della Russia, è stato ricostruito esattamente com'era una volta. L'impresa, costata 500 milioni di dollari, è stata finanziata dalle grandi banche russe e da mecenati privati.
Le cerimonie gloriose del 19 e 20 agosto sono avvenute mentre sul mare di Barents si spegnevano le speranze di salvare i marinai del sottomarino nucleare russo "Kursk" affondato. Una coincidenza drammatica, seppur casuale, che simbolicamente apre molti interrogativi sulle ultime scelte della Chiesa ortodossa per rimanere, nel terzo millennio, la radice della Russia profonda di sempre.

(David Gabrielli)