La Chiesa ortodossa russa sta attraversando un difficile periodo di transizione, stretta tra l'eredità del passato ed i problemi nuovi di un paese di cui essa vuole rimanere l'"anima". Le molte ragioni - la questione degli "uniati" tra esse - per cui il Santo Sinodo e il patriarca Aleksij II non vogliono ora invitare il papa a Mosca.
"Gospodi pomilui" (Signore, pietà), ripete il coro, mentre rifulgente nei suoi paramenti dorati, e attorniato da decine di "popi", il metropolita Vladimir di San Pietroburgo e ladoga presiede la solenne liturgia di "ri-consacrazione" della cattedrale della Vergine di Kazan che, sotto l'Urss, era stata trasformata in museo dell'ateismo. Ripulito ormai da otto anni degli scaffali che narravano, appunto, la storia dell'ateismo - presentata come una marcia trionfale che dissolveva l'"oscurantismo" delle religioni - il complesso a poco a poco era stato anche sanato dall'usura del tempo e riparato in diversi punti.
Rimessa a nuovo, la cattedrale - costruita agli inizi dell'Ottocento, e voluta dagli zar per festeggiare religiosamente certe ricorrenze regali, come i matrimoni - il 27 maggio è stata ufficialmente riaperta, dopo la profanazione che l'aveva offesa. Lo stesso giorno la città baltica celebrava solennemente, come ogni anno, il suo "anniversario": il 297°, quest'anno, di fondazione, voluta da Pietro il Grande, che decise di costruire alle foci del fiume Neva la nuova capitale dell'impero, per allontanare il paese dalla "asiatica" Mosca, ed aprirlo all'Occidente. Nel 2003 saranno dunque trecento anni da quella fatidica data; e sarà festa grande.
Mentre, accompagnato dai canti possenti del coro, Vladimir celebrava la sua liturgia, all'esterno, sul Nevskij prospekt, una marea di gente faceva ala a majorettes e bande militari che, con allegre canzoni, davano il loro contributo alla gioia generale per il "compleanno" della città. Era molta di più la gente fuori della chiesa che quella radunata con il metropolita nel tempio: segno, anche questo, del clima che nella Russia post-sovietica si respira.
Tre giorni dopo, Vladimir "Kotljarov" ci ha ricevuti, con squisita cortesia, in udienza (vedi l'intervista a pag.19). Il metropolita conta molto, nella Chiesa russa: guida spiritualmente la seconda città del paese ed antica capitale e, durante il Vaticano II fu uno dei due "osservatori" del patriarcato al Concilio ("sono stato ricevuto con affetto", ricorda). Ha dunque conosciuto da vicino Roma e l'Occidente.
Sempre nella città baltica abbiamo anche incontrato esponenti della Chiesa evangelica luterana di lingua tedesca (e russa), ed esponenti della Chiesa evangelica luterana dell'Ingria (zona tra San Pietroburgo ed il lago Ladoga), di lingua finlandese (e russa). L'arcivescovo Georg Kretshmar, per la prima, p. Aleksandr Ponktayov, per la seconda, ci hanno spiegato la situazione, le difficoltà, le speranze delle due comunità. Sono chiese di minoranza che, però, sulla Neva hanno radici secolari, e quindi non sono sentite come "invadenti" dagli ortodossi, o come "proselitistiche". Non per nulla, i leader delle due parti parlano di cordiali rapporti di buon vicinato, e di reciproco rispetto.
A Mosca - mentre il patriarca Aleksij II ed il "ministro degli Esteri" della Chiesa russa, il metropolita Kirill di Smolensk, erano in Giappone, a visitare la locale, piccola ma vivace, Chiesa ortodossa, legata al patriarcato russo - abbiamo incontrato p. Mark, vice di Kirill. Anche lui ci parla dei difficili - oggi - rapporti tra Mosca e Roma, rapporti "avvelenati" soprattutto, precisa, dal problema del "proselitismo" cattolico e dalle "inaccettabili" rivendicazioni, in Ucraina, degli "uniati" (cattolici di rito orientale).
Vi è una certa fibrillazione, al patriarcato, perché dopo pochi giorni, ai primi di giugno, il presidente russo Vladimir Putin sarebbe stato ricevuto in udienza in Vaticano. In previsione dell'evento, alcuni giornali italiani assicuravano che il nuovo capo del Cremlino (da marzo ufficialmente eletto successore di Boris Eltsin) avrebbe invitato il papa a Mosca. Così - ed a ragion veduta - non si pensava naturalmente al Dipartimento per gli affari ecclesiastici esterni del patriarcato; ma comunque nessuno voleva fare profezie.
Infine - e ne siamo stati testimoni qui a Roma - Giovanni Paolo II il 5 giugno ha ricevuto Putin che, per le ragioni da lui stesso spiegate ai giornalisti, non ha invitato il papa a Mosca: "Non sono in dubbio i rapporti interstatali tra la Russia e la Santa Sede, che sono eccellenti e saranno sviluppati. Ma non si può ignorare che vi è un dialogo in corso tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. È questo l'ostacolo che impedisce la visita del papa. Potreste voi immaginare che Giovanni Paolo II venga a Mosca senza incontrarsi con Aleksij II? A cosa servirebbe una visita del genere?". Ma, ha proseguito Putin, una volta superate le divergenze patriarcato-Vaticano, "non appena il papa deciderà di visitare la Russia e di incontrarsi con il patriarca, farò tutto il possibile perché la visita abbia luogo".
Scultoreo il commento, da Mosca, di Vsievolod Chaplin, esponente del patriarcato: "Trattenersi dall'invitare Giovanni Paolo II è stato il frutto di un approccio saggio e bilanciato da parte del presidente Putin". Il "niet" alla visita papale è arrivato da Aleksij e dal Santo Sinodo (organo amministrativo della Chiesa russa, composto da dodici persone, presieduto dal patriarca). Anche se all'interno del Sinodo vi sono opinioni variegate anche sui rapporti con Roma, oggi prevale la tesi di quanti sostengono che, complessivamente, la linea di Wojtyla verso la Chiesa russa è inaccettabile (il "prima la visita va bene preparata" poi ribadito dal patriarca dice, diplomaticamente, la stessa cosa, anche se lascia aperto uno spiraglio). Il patriarcato rimprovera al papa di aver istituito una rete di amministratori apostolici (due nella Russia europea, due in Siberia) che, a suo giudizio, ha dato alla minoranza cattolica una strutturazione esorbitante rispetto al numero dei fedeli (un milione?). E, ancora, si sostiene che in molti casi (anche se vi sono importanti eccezioni), volente o nolente il Vaticano, molti religiosi cattolici esercitano un sottile proselitismo. E, infine, il grande nodo irrisolto rimane quello degli "uniati" in Ucraina. Il Vaticano ha replicato a ciascuna di queste accuse; ma le sue spiegazioni non hanno, finora, convinto il Santo Sinodo ed Aleksij: Roma, sostengono questi, dice tante belle parole, ma ad esse non seguono fatti concreti e coerenti.
Naturalmente - come la storia insegna - svolte improvvise e clamorose sono sempre possibili, nel pianeta Russia, e nella Chiesa russa. Ma, al momento - e dopo il fallimento di Baltimora (vedi scheda pag 19) - l'eventualità di un viaggio papale è esclusa. Perché? Mosca pensa che, purtroppo, su decisioni-chiave che la riguardavano, Wojtyla ha ascoltato certi circoli polacchi, e gruppi curiali, ed alcuni dirigenti della Segreteria di Stato, piuttosto che esponenti del mondo ecumenico cattolico. D'altronde la Chiesa russa ha tremendi problemi interni da risolvere, e vive dolorose contraddizioni: una visita papale a Mosca sarà dunque ipotizzabile quando nel grande e variegato corpo della Chiesa ortodossa sarà diffuso il sentire che la Chiesa ortodossa è "sorella" della cattolica, e che questa tratta davvero la Chiesa di Mosca come "sorella". Ma fare questo esige una rivoluzione ecclesiologica simultanea che non si vede all'orizzonte. Per ora.
D'altronde, presa da infiniti problemi - il divario crescente tra una minoranza ricca ed una moltitudine di poveri; il terrorismo (ceceni? servizi segreti russi? faide tra mafie? gruppi militari anti-Putin?) che ha provocato in agosto l'attentato nella metropolitana di Mosca; la piaga non rimarginata della guerra e guerriglia in Cecenia; la tragedia del "Kursk", il sottomarino inabissatosi, non si sa ancora esattamente perché, nelle acque del Mare di Barents, portandosi dietro 118 morti; il collasso di molte strutture (come la torre della tv di Ostankino, distrutta dal fuoco, ne è stato un esempio), che ha fatto dire allo stesso Putin "siamo allo sfascio" - la Russia comincia a capire che nessuno, se non essa stessa, potrà guarire i suoi tanti mali, cercando di far fiorire le grandi energie positive che pure essa possiede. È in questa Russia dolente, ma ancora custode di molti valori, che la Chiesa ortodossa (con le altre), ma anche l'islam e l'ebraismo, debbono vivere, e misurarsi. Sapendo che la storia non fa salti, né sconti.
David Gabrielli
Paolo E. Landi