Due esecuzioni in un giorno solo

Huntsville, Texas: il penitenziario degli Stati Uniti che vanta il maggior numero di condanne a morte. Cronaca di due esecuzioni che non fanno notizia: quella di un afroamericano e di un ispanico mentalmente ritardato. Sicurezze e dubbi nell'opinione pubblica americana.

The bricks, "i mattoni": lo chiamano così il più grande ed efficiente braccio della morte del Texas, quello che detiene il primato del maggior numero di esecuzioni dal 1977, da quando nello stato è stata nuovamente istituita la pena capitale. Sorge a Huntsville, una sonnecchiosa cittadina di provincia a metà strada tra Dallas e San Antonio, che ha assai poco da offrire: e non a caso il centro di informazioni per i turisti consiglia una visita al "Museo della prigione", una delle poche mete proponibili. Pagando due dollari si può provare l'emozione di entrare in una "vera" cella tre metri per due e di avvicinare una vecchia sedia elettrica; e poi manette, palle di piombo, scudisci, abiti a strisce bianche e nere a volontà.
Ma il vero spettacolo è nel penitenziario: oggi, per la prima volta nella storia di Huntsville, si giustiziano ben due persone. Le loro biografie non potrebbero essere più emblematiche. Oliver David Cruz, 33 anni, di origine messicana, condannato a morte nel 1988 per avere violentato e ucciso una donna aviere di stanza presso la base aerea di San Antonio; mentalmente ritardato, con un livello di intelligenza "analogo a quello di un ragazzo di 12 anni", come si legge in un certificato medico allegato agli atti del processo.
Brian Keith Roberson, 37 anni, afroamericano, condannato a morte nel 1986 per avere rapinato e ucciso un suo vicino di casa, gioielliere.
Grande spettacolo in città, allora. Ed infatti attorno ai "bricks" è tutto un agitarsi di fotografi e cameramen, di giornalisti e poliziotti.
In un angolo siede un gruppo di "abolizionisti" contrari alla pena di morte, che pregano da ore nel corso di una veglia contro "gli idoli della morte". Nell'angolo opposto, sola, seduta su una sedia pieghevole, la nonna di Oliver. Fissa i "bricks", in attesa di un segnale, quella famosa telefonata del governatore Bush che, all'ultimo istante, potrebbe fermare l'esecuzione. Ogni tanto la raggiunge qualche altra parente, la conforta, ma lei continua a fissare il penitenziario. L'esecuzione è prevista per le 19 in punto: c'è ancora tempo.

L'attesa di un segnale
Arriva un altro gruppo di "abolizionisti", questi sono più laici e la buttano in politica: "Il governatore Bush sta facendo campagna elettorale anche con la pena di morte, cavalcando il bisogno di ordine e di sicurezza. Ma non è la pena di morte che potrà garantirlo" ci dice David Atwood, leader di una coalizione nazionale per l'abolizione della pena capitale. Ed in effetti Bush Junior si è distinto: il suo stato detiene il più alto numero di esecuzioni annuali negli Stati Uniti; un primato che si aggiunge al maggior numero di esecuzioni, duecento su un totale di circa 600. E le proiezioni non sono incoraggianti: su un totale di circa 3000 detenuti nei bracci della morte, oltre 350 sono nello stato della "lone star", di quella stella solitaria sulla bandiera del Texas che evoca grandi praterie, mandrie abbondanti e pozzi di petrolio.
Il tempo corre. Arrivano anche i parenti di Roberson, camminano stretti gli uni a gli altri, tesi, respingono con rabbia gli assalti dei giornalisti, si abbracciano in un cerchio chiuso e impenetrabile e iniziano a pregare, con quelle cantilene che a tratti diventano musica proprie della tradizione evangelica afroamericana.
Alle sette meno cinque tutto, all'improvviso, tace. Un drappello di persone si sposta da un edificio laterale all'interno dei "bricks". È il segnale, ma non quello atteso dalla nonna di Oliver. La telefonata non è arrivata. Apre il piccolo corteo un poliziotto, seguito dai parenti della vittima uccisa da Oliver Cruz, quindi un medico, un cappellano, altri poliziotti. A distanza, segue un altro piccolo corteo con i soliti poliziotti e alcuni parenti della persona che sta per essere giustiziata. Chiusa la porta, il rituale è preciso e rapido. Il condannato a morte viene legato a un lettino; appoggia il suo braccio su un sostegno, viene ulteriormente legato e gli viene applicato l'ago collegato a un condotto nel quale correrà il liquido letale. Un microfono in prossimità della bocca raccoglie le sue ultime volontà e persino il suo ultimo respiro. I parenti, delle due vittime - quella uccisa da un criminale e quella uccisa dallo stato - osservano silenziosi.
È una cerimonia, e come tutte le cerimonie si consuma in religioso silenzio. Oltretutto, che cosa si potrebbe dire? Così come sono entrati, i due cortei escono dai "bricks", e ciascuno va per la sua strada.
Ma oggi lo spettacolo è doppio ed alle sette e trenta è la volta di Roberson: tutto come prima, con una piccola insolita variante: uno dei parenti ammesso ad assistere all'esecuzione saluta vistosamente gli altri che continuano a stringersi abbracciati. Salta, balla, sorride. Lo farà anche all'uscita, dopo l'esecuzione.
Non è folle, la follia è questo sistema di giustizia che si avvia a eliminare un numero di persone che cresce ogni anno e che, nel 1999, ha superato il centinaio. Gli Stati Uniti, insomma, viaggiano a una media di due esecuzioni la settimana. E di queste solo alcuni casi eccezionali fanno notizia. Ricordiamone qualcuno: Paula Cooper, una ragazzina afroamericana che lo stato dell'Indiana voleva mettere sulla sedia elettrica per un reato compiuto a sedici anni; Karla Tucker, divenuta famosa perché in carcere "era nata di nuovo nell'Evangelo di Cristo" e i telepredicatori ne avevano fatto un caso nazionale; l'italo americano Rocco Derek Barnabei, per le ovvie implicazioni internazionali e la goffa, momentanea sparizione delle prove che avrebbero potuto scagionarlo; Mumia Abu Jamal, il giornalista afroamericano detenuto in Pennsylvania che dovrebbe essere giustiziato l'8 dicembre. In carcere dal 1982, condannato per aver ucciso un poliziotto, si è sempre dichiarato innocente e, negli anni, è diventato simbolo di un sistema giudiziario segnato da un pesante pregiudizio razziale.
La sua storia ricorda tanto quella di Rubin "Hurricane" Carter, il campione mondiale di boxe condannato all'ergastolo e tirato fuori dal carcere dopo diciassette anni di detenzione grazie all'iniziativa di un gruppo di intraprendenti giovani canadesi. Una storia a lieto fine; non a caso divenuta un bel film interpretato da Denzel Washington: ma quella di Mumia Abu Jamal rischia di avere tutt'altro esito.

Il vescovo e il governatore
Sia pure con qualche dubbio, gli americani sostengono la legittimità morale della pena di morte: i sondaggi Gallup, l'Abacus d'oltreoceano, indicano un sostegno nella misura del 66%, ed è magra consolazione sottolineare che negli anni novanta aveva raggiunto punte dell'80%. "Il problema è che nella tradizione giuridica americana il concetto della pena e della sua finalità è sostanzialmente diverso da quello europeo: dall'altra parte dell'Oceano, la logica del recupero del condannato è sostanzialmente secondaria rispetto all'esigenza di reprimere i reati e di punire i colpevoli", ci dice ancora David Atwood.
"Qui la gente continua a dire "uccideteli" - conferma Joe Wilson, vescovo della Chiesa metodista unita - ed è questa la mentalità che noi dobbiamo sconfiggere". Il vescovo, così come altri autorevoli leader delle varie confessioni religiose presenti in America, ha preso carta e penna ed ha scritto al Governatore - candidato Bush: "Caro Governatore - si legge in una lettera dell'inizio di quest'anno - io continuo ad essere costernato dal numero di condanne a morte eseguite nello Stato del Texas…. Per favore, adotti una moratoria nelle esecuzioni. Sono convinto che l'uso della pena di morte da parte dello stato aumenterà l'accettazione della vendetta nella nostra società e darà una sanzione ufficiale ad un clima di violenza".
"Caro vescovo - rispose di lì a poco Bush, con la ruvidità che gli è nota - la pena capitale è parte di quella efficiente politica di giustizia contro il crimine che i nostri legislatori hanno fornito alle giurie del Texas, e io la sostengo per quei criminali violenti che commettono odiosi reati. Gli individui in Texas devono essere ritenuti responsabili delle loro azioni. Dobbiamo mandare un forte messaggio, e cioè che le conseguenze di un violento comportamento criminale sono gravi e certe".
In piena campagna presidenziale, nulla poteva smuovere le ferree certezze di Bush Jr., neanche il provvedimento adottato da un suo collega, peraltro membro dello stesso partito repubblicano, il governatore dell'Illinois George Ryan. Questi è stato il primo ad approvare una moratoria delle esecuzioni: non è l'abolizione, ma certamente un segnale importante lanciato all'opinione pubblica.
Proposte analoghe sono state avanzate in vari altri stati ed oggi il movimento per la "moratoria" appare l'unico in grado di aprire qualche breccia nell'opinione pubblica: tanto più significativa ed efficace se sostenuta dalla pressione internazionale e, in particolare, dall'iniziativa delle Nazioni Unite. Al Gore, pure con mille prudenze e riaffermando il suo sostegno alla pena di morte, ha lasciato intendere di non escludere a priori di adottare, se eletto, una politica di "moratoria" delle esecuzioni.

Il dubbio
Prescindendo da ogni considerazione umanitaria, religiosa o morale sulla pena di morte in sé, si pongono infatti due gravi problemi relativamente alla sua applicazione: la certezza della colpevolezza del condannato e il suo evidente carattere razzista.
Le statistiche contenute in un recente studio curato da James Liebman, della Columbia University, indicano che due terzi delle cause di appello relative a sentenze conclusesi con una condanna a morte hanno avuto successo: "l'analisi dei dati di 23 anni mostra il collasso del sistema della pena capitale sotto il peso dei suoi stessi errori. E le solite statistiche indicano che oltre la metà degli americani ammettono che, effettivamente, possono esserci degli errori nel momento in cui la pena di morte viene eseguita. Errori irreparabili.
L'altro problema è quello razziale: come spiega nell'intervista che segue uno dei massimi esperti del problema, il professor Rick Halperin, la pena di morte colpisce soprattutto neri ed ispanici: i primi, che costituiscono il 12% soltanto della società americana, occupano il 52% dei posti disponibili nei bracci della morte. E per un miliardario come O.J. Simpson che riesce a mettere in campo avvocati di prim'ordine, ci sono centinaia di poveracci come Brian Roberson che finiscono i loro giorni ad Huntsville uccisi da un'iniezione letale. Uno dei prossimi si chiama Mumia Abu Jamal. Non dimentichiamo il suo nome; almeno questo.

Paolo Naso


SCHEDA.
IL NO DELL'EUROPA

"I parlamentari d'Europa contro la pena di morte" è il titolo della conferenza svoltasi lo scorso quattro luglio ad Assisi (Pg) promossa dal Senato della Repubblica italiana. Già nel 1996 il Senato aveva dato il via ad un Comitato che, attraverso missioni in vari paesi e attività di sensibilizzazione, è oggi molto impegnato a livello internazionale, per l'abolizione della pena di morte; il Comitato è attualmente presieduto da Ersilia Salvato, vice-presidente del Senato. La conferenza ha visto la partecipazione, oltre ai rappresentanti di diversi stati europei, di organizzazioni molto attive nella lotta contro la pena di morte e di rappresentanti religiosi. Il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, Domenico Tomasetto ha insistito sulla concezione redentiva della pena attraverso le parole dell'apostolo Paolo: "Non essere vinto dal male, ma vinci il male con il bene" (Romani 12,21).
Il documento finale della conferenza punta a risultati molto concreti, tra l'altro si chiede ai parlamenti, ai governi nazionali e all'Unione europea di proporre nuovamente dinanzi all'Assemblea generale delle Nazioni Unite una risoluzione che miri alla moratoria universale della pena di morte.
Secondo Amnesty International nel 1999 sono avvenute oltre 1.813 esecuzioni in 31 paesi. Il numero complessivo è in calo rispetto al 1998, quando si registrarono 2.258 esecuzioni, ma in paesi come l'Iran, l'Arabia Saudita e gli Usa, si registra un consistente aumento. Il paese con il più alto numero di esecuzioni capitali resta la Cina (oltre mille). Tra i pochi dati positivi a riguardo, si può ricordare che nel 1999 Timor Est, Turkmenistan, Ucraina e Bermuda britanniche hanno totalmente abolito la pena di morte; in Lettonia resta in vigore solo in caso di guerra.

Lucia Cuocci