In Italia ci sarebbero duemila combattenti islamici, si legge nell'ultimo libro di Magdi Allam. Un'altra voce che alimenta il pregiudizio anti islamico o una lucida denuncia che può aiutare la grande aggioranza dei musulmani che vivono in Italia a radicarsi nel nostro paese?
Dopo la strage dell'11 settembre, l'incubo degli attentati terroristici non cessa di tormentare l'opinione pubblica in diverse parti del mondo e soprattutto in Occidente. In Italia, quotidianamente, i mezzi di informazione riportano notizie che parlano, spesso, in modo molto superficiale, di vicende legate al terrorismo di matrice islamica. Basta ricordare la storia dei 5 afghani arrestati a Roma, pochi giorni dopo il crollo delle Torre gemelle; quella dei tre turisti marocchini arrestati mentre filmavano l'interno della chiesa di S. Petronio a Bologna nel luglio scorso. Storie infondate che hanno creato solo tanto allarmismo tra la gente. Esiste realmente il rischio che anche in Italia vengano compiuti attentati terroristici? Il noto giornalista di Repubblica, Magdi Allam, esperto del mondo arabo islamico, ha cercato di rispondere a questa preoccupazione, in un libro intitolato Bin Laden in Italia. Viaggio nell'islam radicale, pubblicato da Mondadori, uscito l'8 ottobre scorso. Il 19 ottobre, l'associazione Arabroma, un circolo culturale di arabi italiani (artisti, giornalisti, scrittori) ha organizzato presso la propria sede a via Giulietti, a Roma, la presentazione di questo libro. In questa occasione Confronti ha posto alcune domande all'autore.
È una ricerca sul campo fatta da un giornalista originario di un paese arabo che vive in Italia da tanti anni, della stessa religione; quanto meno sul piano di riferimento identitario delle persone intervistate è un fatto importante: significa rappresentare in modo fedele e corretto il loro pensiero al punto che ho avuto l'apprezzamento delle persone intervistate soprattutto di quelle che si sono spinte più di altri facendo le testimonianze più "piccanti". Il fatto di essere italiano nel modo di pensare e di scrivere mi permette di fare da ponte, di rappresentare questa realtà al pubblico italiano partendo da quelle che sono le categorie mentali e da quella che è la capacità ricettiva degli italiani.
Sono andato ad ascoltare una trentina di persone legate al mondo del radicalismo islamico in Italia e a Londra, roccaforte dell'islam radicale europeo. Dall'insieme di queste testimonianze emerge una presenza sul territorio italiano di combattenti islamici, i cosiddetti mujahidin.
C'è la testimonianza di uno che ha combattuto in Bosnia e che ha avuto in precedenza un addestramento in Libia: ha svolto un ruolo importante nell'arruolamento di aspiranti combattenti islamici che sono andati a compiere il loro periodo di addestramento in Afghanistan nei campi di Bin Laden. Questo personaggio fornisce una stima di centinaia di combattenti islamici: da 1500 a 2000 combattenti che risiederebbero sul territorio nazionale.
Perché, dal loro punto di vista, il jihad inteso come guerra santa viene considerato il sesto precetto della fede islamica. È quindi una realtà che non va taciuta. Non c'è da vergognarsi. Anzi, questa realtà va affermata. Proprio perché è un precetto di fede, il jihad va attuato e realizzato.
Loro sottolineano che essere combattenti islamici, mujahidin, non significa assolutamente essere dei terroristi. Dicono: "Siamo dei combattenti addestrati alla guerriglia e al sabotaggio ma non siamo terroristi. Vogliamo realizzare e imporre dei regimi autenticamente islamici nei nostri paesi d'origine". Dicono inoltre: "Noi non vogliamo compiere attentati qui in Italia".
Esiste una responsabilità dell'Occidente nella nascita e nell'affermazione dei mujahidin. Durante gli anni delle lotte contro l'occupazione sovietica in Afghanistan, l'occidente era assolutamente favorevole alla nascita di questa realtà. Ha finanziato il trasferimento in Afghanistan di un fiume di aspiranti combattenti islamici (da 40 a 50mila), in partenza da diversi paesi arabi e musulmani. Decine di migliaia di giovani che sono stati finanziati e addestrati alle armi in Afghanistan dalla Cia, da consiglieri militari occidentali. C'era un connubio molto stretto tra Bin Laden e i servizi segreti americani. Alla fine di questa guerra, molti di loro non sono potuti tornare in patria (Egitto, Tunisia, Algeria...), la loro presenza non era più gradita. Alcuni hanno continuato a fare jihad intesa come guerra santa andando nel Kashmir, in Cecenia. In parte sono andati successivamente in Bosnia, quando dal '92 al '96 è scoppiata la guerra civile nei Balcani. È in quegli anni che l'Italia emerge come un terreno privilegiato per i combattenti islamici. La contiguità geografica dell'Italia ai Balcani ha trasformato il territorio italiano in principale corridoio di transito dei mujahidin e ha trasformato alcune moschee italiane in centri di arruolamento di aspiranti combattenti islamici e in centri di raccolta di materiale destinato alla Bosnia, in parte assolutamente benevolo (aiuti umanitari e cibo), in parte armi, soldi, finanziamenti.
Tutto questo non è avvenuto all'insaputa dei servizi segreti italiani. C'era una certa tolleranza nei confronti di questa realtà, perché c'era un interesse a far sì che in Bosnia ci fosse una presenza militare musulmana forte, in grado di contrastare i serbi. La guerra dei Balcani ha quindi rappresentato il momento di svolta per l'insediamento dei mujahidin in Italia.
Da questa ricerca emerge il fatto che, all'interno e all'esterno di talune moschee, esiste una corrente di pensiero radicale che crede appunto nel jihad come precetto islamico. Una corrente che predica il jihad nei sermoni all'interno dei luoghi di culto e di fatto ha trasformato alcune moschee in centri di arruolamento per aspiranti combattenti islamici.
C'è tutto un iter, spiegato nel libro, che consente a questa gente di realizzare questo loro intento, utilizzando documenti falsi in modo da non essere individuati e identificati al loro ritorno. È una rete che opera sicuramente in un ambito di illegalità.
È importante sottolineare che si tratta di una realtà di una frangia dell'islam in Italia: alcune centinaia di persone.
Questo tipo di lavoro serve da un lato a non banalizzare il fenomeno e dire: "Il problema non esiste". Il problema esiste ed è anche serio: quando si ha a che fare con fenomeni eversivi - fenomeni che possono degenerare in terrorismo - alcune centinaia di persone sono una cifra consistente.
È molto importante non generalizzare. Dire che "tutti i musulmani sono così". È assolutamente falso. Sarebbe controproducente, deleterio per l'insieme della società italiana.
C'è un dato contenuto in uno dei miei libri sull'islam in Italia, che attesta che la percentuale dei musulmani presenti in Italia che frequentano abitualmente le moschee oscilla attorno al 5%. È un dato basso che capovolge lo stereotipo del musulmano praticante che passa le sue giornate a pregare con il Corano in mano e che vive una dimensione integralista quasi fosse una sua quintessenza.
Così non è nella realtà. Bisogna partire dal vissuto delle persone, non da luoghi comuni e da interpretazioni fatte partendo dai testi sacri per cui si dice: "Il Corano dice così e quindi i musulmani sono così". Bisogna partire dal basso e andare a verificare come i musulmani effettivamente vivono, chi sono e da lì poi procedere alle conclusioni.
L'Italia ospita oltre 800mila musulmani di cui almeno 30mila con cittadinanza italiana. È fondamentale, quindi, che ci sia un rapporto basato su una corretta percezione gli uni degli altri. Si tratta di una maggioranza di musulmani che vive assolutamente nel rispetto della legalità, che è qui per lavorare, per inserirsi in modo legale, pacifico nel contesto economico e sociale del paese.
Non lo era nel passato e non lo è ancora di più oggi con la nuova legge sull'immigrazione.
C'è un rapporto tra la realtà dell'immigrazione quella della marginalità e dell'emarginazione che può portare a delle derive eversive o terroristiche. C'è un rapporto ma non c'è automaticità sicuramente.
Finora ha avuto dei riscontri positivi da parte dei protagonisti più radicali citati nel libro, quelli che fanno dichiarazioni più forti che esprimono una posizione di maggior radicalismo e sono strettamente legati al pensiero radicale islamico. Ho percepito un atteggiamento più critico da parte dei personaggi che si situano, diciamo, in contesti intermedi.
Il titolo corretto sarebbe il sottotitolo del libro: "Viaggio nell'islam radicale in Italia".
"Bin Laden in Italia" non è a priori un titolo scorretto, perché ci sono più testimonianze che attestano la presenza sul territorio nazionale di gente che è stata addestrata alle armi nei campi di Bin Laden in Afghanistan e poi si è insediata in Italia.
Comprendo l'equivoco che può nascere da un titolo così forte.
(intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)