Ambasciatori del dialogo

Singolare iniziativa della Chiesa presbiteriana che invita negli Usa "tandem" cristiano-musulmani da dieci paesi per parlare alla gente di pace e di dialogo inter-religioso. Mentre si ricorda la tragedia dell'11 settembre 2001, Bush annuncia una "guerra preventiva" all'Iraq. Guerra che divide anche le Chiese.

Il primo anniversario dell'11 settembre 2001 - la distruzione delle torri gemelle del World Trade Center di New York e gli altri due attentati terroristici compiuti lo stesso giorno da kamikaze musulmani negli Stati Uniti d'America - avrebbe innescato, si poteva prevedere, una valanga di commemorazioni in tutto il paese, ove il tragico evento viene ormai semplicemente chiamato September eleventh, undici settembre. Ebbene, per dare un suo specifico contributo alla grande riflessione comune, la Chiesa presbiteriana degli Usa (Pcusa) ha organizzato una iniziativa della quale vogliamo qui rendere conto, avendovi partecipato personalmente. Del resto, ci pare si tratti di una iniziativa dal forte carattere esemplare; e che si è svolta mentre il presidente George W. Bush preannunciava di fatto la guerra contro l'Iraq, obbligando perciò a riflettere, simultaneamente, e sull'11 settembre e sul conflitto Washington-Baghdad.

Cristiani e musulmani in tandem
Secondo lo Yearbook (annuario) 2002 delle Chiese statunitensi, le prime dieci, per numero di fedeli, sono: cattolica romana 63,6 milioni; Southern Baptist Church 15,9; metodista 8,3; Chiesa di Dio in Cristo 5,4; Chiesa di Gesù Cristo dei santi dell'ultimo giorno (mormoni) 5,2; evangelica luterana 5,1; Convenzione nazionale battista 3,5; Pcusa 3,4; Assemblee di Dio 2,5; luterana del Sinodo del Missouri 2,5. Primeggia, dunque, la Chiesa romana; ma, nell'insieme, sono più numerose le Chiese protestanti ed "evangelicali" perché, oltre alle citate, ce ne sono molte altre. La Pcusa è all'ottavo posto nella "classifica"; tuttavia il suo peso politico ed ecclesiale nel paese è più grande di quello che dicano i nudi numeri.

La Pcusa - una Chiesa riformata, cioè legata alla tradizione calvinista - già da anni aveva programmi di "Peacemaking" (promozione della pace) e di dialogo inter-religioso; ma in vista dell'anniversario dell'11 settembre, ha varato il Presbyterian Interfaith Listening Pilot Project (progetto pilota presbiteriano per l'ascolto inter-religioso). Esso prevedeva che da dieci paesi (Kenya, Egitto, Niger, Etiopia, Libano, Giordania, India, Filippine, Indonesia, Italia) venissero due persone, l'una cristiana (protestante, cattolica-romana o ortodossa) e l'altra musulmana, che in tandem visitassero varie città statunitensi, per incontrare comunità presbiteriane, ma anche un pubblico più variegato e università, per raccontare - partendo dal proprio vissuto - del dialogo inter-religioso e del rapporto Cristianesimo-Islam all'interno dei propri paesi.

Gli invitati hanno ottenuto il visto per gli Usa, ma con due eccezioni, il che ha obbligato a cambiamenti nella rete di incontri previsti da mesi. Mostafa El Ayoubi, nato in Marocco, musulmano, da dodici anni residente in Italia, giornalista a Confronti, malgrado le molte attese - protrattesi per oltre due mesi - al Consolato statunitense a Roma, ha ottenuto il visto fuori tempo massimo per poter partecipare al programma; nessun visto invece per Hadji Billamin Hasan, musulmano, filippino, impegnato nell'isola di Mindanao in negoziati per la liberazione di ostaggi (presi da gruppi islamici che si oppongono al governo centrale di Manila). Nel caso di Mostafa, malgrado le molte sollecitazioni della direzione di Confronti e della Pcusa, nessuna spiegazione plausibile ha dato il Consolato Usa a Roma per motivare un rifiuto che sembra violare in modo flagrante la Carta dell'Onu.

L'intero gruppo degli invitati ha trascorso tre giorni (7-9 settembre) a Stony Point, un villaggio nello stato di New York, a quaranta chilometri della metropoli, ove la Pcusa ha un centro adatto per incontri. Il dialogo tra gli intervenuti, e tra essi e i dirigenti della Pcusa, ha permesso di inquadrare meglio modi e contenuti delle conferenze che i vari tandem avrebbero dovuto poi tenere dalla Florida alla California, dal Texas al Michigan, dall'Illinois al Missouri.

A Stony Point era presente anche il moderatore della Pcusa, Fahed Abu-Akel. Nato da una famiglia cristiana araba nel 1944, a Kafr-Yassif, un villaggio della Galilea che allora faceva parte della Palestina del Mandato britannico (e che oggi fa parte di Israele), Fahed già da bambino ha conosciuto le sofferenze legate alla contestata spartizione del suo paese, che originò il conflitto arabo-israeliano. Nel 1966 emigrò negli Stati Uniti, dove nell'81 ottenne la cittadinanza. Laureato in teologia a Chicago, ordinato ministro nel '78, nel giugno scorso è stato eletto moderatore (carica che di norma dura un anno) della stessa Chiesa. Il fatto che, dopo September eleventh, i presbiteriani abbiano eletto al loro "vertice" un cristiano di origine palestinese è stato certamente un atto di singolare coraggio politico ed ecclesiale, in un paese ove per molti vigono le equazioni musulmano=arabo, ed arabo=terrorista.

A Stony Point hanno parlato anche rappresentanti dell'Islam: Naeem Baig, segretario generale dell'Islamic circle del Nordamerica, Mokhtar Maghraoui, altro dirigente musulmano, e Aisha al-Adawiya, direttrice dell'associazione statunitense "Donne nell'Islam". I tre hanno ribadito che una lettura attenta del Corano spinge ad operare per la pace; confermato che essi, come tutti i cittadini degli Usa, hanno sofferto per la tragedia dell'11 settembre, condannando con fermezza assoluta i responsabili della strage; e ripetuto che i musulmani statunitensi (secondo alcuni cinque-sei milioni, secondo altri, più verosimilmente, sui due-tre milioni) sono gente tranquilla che non mira a sovvertire le istituzioni.

Un "pellegrinaggio" a "Ground Zero" ha concluso la tre-giorni di Stony Point. Lascia sgomenti la vista del buco nero nel cuore di Manhattan. Le torri gemelle che là sorgevano ora si possono vedere solo in gigantografie appese ai vicini grattacieli. Le inferriate del giardino della vicinissima chiesa episcopaliana (anglicana) di San Paolo, rimasta miracolosamente illesa dal crollo delle torri colpite dagli aerei-kamikaze, sono ricoperte da migliaia di bandierine, fazzoletti, foto, in ricordo delle vittime della tragedia. Su molti fogliettini è scritto: "Perché?".

Poi, i "tandem" sono partiti in "missione" nei vari Stati, tornando due settimane dopo a Stony Point, dove si sono condivise le diverse esperienze vissute. Ne è nato un'ampio dibattito al temine del quale Jay Rock, co-direttore con Debby Vial del Pilot Project, ci ha chiesto con umile franchezza: "Diteci come si possa annunciare credibilmente l'evangelo nel cuore dell'impero".

L'incontro di Stony Point si è concluso il 24 settembre con una singolare preghiera in comune, preparata insieme dai partecipanti; una preghiera vista non come scorciatoia per superare le grandi divergenze teologiche tra Cristianesimo ed Islam, ma per invitare ciascun credente in Dio a collaborare con il fratello per costruire la pace sulla terra. "Quale che sia il nome e quale che sia la via con cui conosciamo l'Unico Dio - diceva il testo - celebriamo la nostra comune chiamata e rivolgiamoci al Solo Santo. Il Dio Vivente ci ha riuniti in testimonianza, in impegno e in celebrazione. Ringraziamo Dio il tutto-misericordioso… O Dio dai mille nomi e dalle mille facce, Madre e Padre di ogni vita sulla terra, Tu che vivi nelle cellule di ogni vita, insegnaci a conoscerTi e ad amarTi". Quindi Sheik Abdurahman Hussein Mussa, capo del Supremo Consiglio etiopico per gli affari islamici, ha cantato un versetto del Corano; e i cristiani hanno letto alcuni passi biblici. I diversi testi invitavano i credenti alla fede in Dio ed alla pace.

"La guerra all'Iraq è immorale"
La commemorazione di September eleventh negli Usa - con migliaia di "memorials" - si è inevitabilmente mescolata con i crescenti rumori di guerra contro l'Iraq, culminati con la richiesta di Bush, al Congresso, il 19 settembre, di un "attacco preventivo" all'Iraq di Saddam Hussein, accusato di essere una minaccia costante, per gli Usa e per il mondo intero, a causa delle armi di distruzione di massa che il "raìs" avrebbe accumulato. La richiesta del presidente era accompagnata (vedi scheda pag. 16) da un documento - la nuova "National security strategy" - di 33 pagine.

Il testo, che il Financial Times chiama "la dottrina Bush", è di una gravità straordinaria. Esso, infatti, teorizza il diritto, per Washington, di fare una "guerra preventiva" contro quei paesi e quei regimi, che, secondo la Casa Bianca essendo "terroristi", minaccino la sicurezza degli Usa. E, tutto ciò, con l'appoggio della Comunità internazionale, se possibile; ove però questa (leggi Consiglio di Sicurezza dell'Onu) non si muova, o si opponga, anche senza. Afferma infatti il testo: "Mentre gli Usa cercheranno costantemente di assicurarsi l'appoggio della comunità internazionale, noi non esiteremo ad agire da soli, se necessario, esercitando il nostro diritto all'autodifesa con azioni preventive contro questi (Stati) terroristi". Dopo la "guerra giusta", siamo alla "guerra giusta preventiva". Tale è la tesi del capo dell'unica superpotenza imperiale.

È evidente il tremendo salto di qualità che comporterà, attuata, la "dottrina Bush", come è emerso anche dal dibattito politico interno ed internazionale che essa ha suscitato; ma qui vogliamo solo segnalare alcune delle reazioni che la teoria del presidente - adombrata anche prima della commemorazione dell'11 settembre - ha provocato nella Pcusa e in altre Chiese statunitensi.

Il 30 settembre il moderatore Fahed Abu-Akel e Clifton Kirkpatrick, "Stated Clerk" (una sorta di segretario generale dell'Assemblea generale, la massima autorità della Pcusa che, nella sua riunione di giugno, aveva affrontato anche il problema dell'Iraq) hanno inviato una lettera a Bush. "In quanto Chiesa - scrivono - noi siamo chiamati a praticare il perdono dei nemici e a raccomandare agli Usa, al pari di tutte le nazioni, come pratica politica, la ricerca della cooperazione e della pace. Questa ricerca richiede che le nazioni si sforzino di stabilire relazioni responsabili attraverso ogni linea di conflitto, anche a rischio della sicurezza nazionale, per ridurre le aree di tensione e per allargare la comprensione internazionale. Volendo testimoniare questi convincimenti, la Pcusa, nella sua Assemblea generale del 2002, ha chiesto al governo degli Stati Uniti di frenare l'annunciata azione militare contro l'Iraq".

"Noi rispettosamente riteniamo - prosegue la lettera - che una aggressione militare unilaterale come attacchi preventivi o il rovesciamento con la forza di governi sovrani non risolvono i problemi di fondo che fomentano atti violenti come il terrorismo. Perciò noi ci aspettiamo che gli Usa rispettino il diritto internazionale ed i trattati e mostrino rispetto per ogni vita umana, in ogni paese. Noi chiediamo che gli Usa lavorino in partnership con le Nazioni Unite nella ricerca di un controllo della fabbricazione di armi di distruzione di massa, attraverso ispezioni regionali delle armi e controlli di queste iniziative".

Lo stesso giorno, il Consiglio dell'Assemblea generale (organo esecutivo della stessa), in un "Messaggio alla Chiesa ed alla nazione", afferma: "Piuttosto che attaccare l'Iraq, noi chiediamo con forza che la priorità della Casa Bianca in Medio Oriente sia piuttosto un cessate-il-fuoco e una soluzione di pace tra israeliani e palestinesi". Ad ogni modo, "noi ci opponiamo per ragioni morali a che gli Usa intraprendano un'ulteriore azione militare contro l'Iraq. Il popolo iracheno ha sofferto abbastanza per due decenni di guerre e per le severe sanzioni economiche". Inoltre, aggiunge, "l'uso preventivo della forza militare, da parte degli Stati Uniti, per stroncare la proliferazione delle armi, per quanto seria quest'ultima possa essere, stabilisce un pericoloso precedente, particolarmente per quelle nazioni che si sentono minacciate dalle potenzialità militari dei loro vicini".

"Di nuovo chiediamo che siano tolte le sanzioni economiche all'Iraq… L'embargo economico rende difficile, o impossibile, alla gente di quel paese, di aver accesso a beni essenziali". In proposito, un rapporto del gruppo "Peacemaking" della Pcusa, che fa da sfondo all'appello stesso, ricorda che dal 1991 (da quando è in vigore l'embargo, voluto soprattutto dalla Casa Bianca), "più di un milione e mezzo di persone - tra esse, mezzo milione di bambini - sono morte in Iraq per la mancanza di cibo e di medicine". E ancora: "Chiediamo uno sforzo globale dell'Onu, degli Stati Uniti, dei governi del Medio Oriente per rimuovere tutte le armi di distruzione di massa dalla regione, come parte di uno sforzo mondiale per eliminare tali armi e il loro sviluppo; e, al governo dell'Iraq, di dirottare le risorse impiegate nello sviluppo e dispiegamento di strumenti di distruzione in imprese che portino beneficio alla gente del paese".

Certo, nota ancora il rapporto, Saddam Hussein per undici anni ha sfidato - disattendendole - le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu; e "vi è un vasto consenso internazionale sul fatto che il presidente Hussein è una minaccia per il suo stesso popolo come per altre nazioni. Tuttavia, la domanda rimane: come superare questa minaccia in modo effettivo ed appropriato? Infatti, una guerra contro l'Iraq indebolirà la legalità internazionale; causerà più sofferenze e morti tra i civili iracheni; sarà combattuta contro il desiderio di molte nazioni arabe, comprese quelle alleate degli Usa, e senza il sostegno dell'Onu e, virtualmente, senza il sostegno dell'Europa; moriranno molti soldati statunitensi ed iracheni; aumenterà l'instabilità in Medio Oriente". Le alternative alla guerra, conclude il rapporto, sono: "riprendere in Iraq le ispezioni sotto l'egida dell'Onu; sostenere gli sforzi internazionali per eliminare le armi di distruzione di massa; togliere le sanzioni economiche all'Iraq; prosciugare le risorse finanziarie del terrorismo; aiutare a risolvere il conflitto israelo-palestinese".

Un conflitto che divide le Chiese
La minacciata guerra all'Iraq divide l'opinione pubblica statunitense, ora spaccata quasi a metà, con lieve prevalenza dei "sì", che però in ottobre sono diminuiti; inevitabile che essa - spada tagliente - divida le Chiese statunitensi (come quelle di tutto il mondo) le une dalle altre, o al loro stesso interno.

In alcune comunità presbiteriane del profondo Sud degli "States", a commento di manifestazioni pubbliche contro la guerra all'Iraq voluta da Bush, abbiamo sentito qualche fedele dire che la beatitudine per "i facitori di pace" annunciata da Gesù (Matteo, 5, 9) non si attaglia assolutamente a chi va in piazza a manifestare per la pace, ma riguarda solo "la pace dei cuori".

Da parte sua, già il 9 settembre, quando ormai appariva chiaro l'orientamento della Casa Bianca, Richard Land, presidente della Commissione etica della citata Southern Baptist Church (per numero, il primo gruppo cristiano non cattolico degli Usa) diceva sì a Bush. Saddam Hussein - argomentava Land - "ha sviluppato armi di distruzione di massa che progetta di usare contro gli Stati Uniti ed i loro alleati; ha infranto tutti gli accordi che erano una condizione dell'armistizio nella Guerra del Golfo, e che prevedevano l'entrata in Iraq degli ispettori degli armamenti". Inoltre, aggiungeva, recenti foto dai satelliti hanno scoperto in Iraq nuove inspiegabili costruzioni forse legate all'energia nucleare. Dunque, "l'azione militare contro il governo iracheno sarebbe un'azione difensiva. Il costo umano derivante dal non abbattere Hussein e farla finita con il suo governo che produce, moltiplica e propone l'uso di armi di distruzione di massa dobbiamo pagarlo ora, o più tardi, ma allora con un costo più alto".

E se Bush ha pur ribadito che un conto è Saddam Hussein, un altro l'Islam, e che gli Usa non vogliono attaccare tale religione, il telepredicatore battista Jerry Falwell, in una intervista telefonica alla Cbs, il 6 ottobre, ha detto brutalmente: "Credo che Maometto sia stato un terrorista. Gesù ha dato l'esempio dell'amore, così come aveva fatto Mosè. Invece Maometto ha dato un esempio opposto". Bernard Sabella, segretario del Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, ha scritto subito a Falwell dicendo di "trovare le sue parole offensive non solo verso i musulmani e la loro religione, ma anche nei confronti dei cristiani e della nostra fede. Un impegno a fermare la violenza, tutta la violenza, dovrebbe anche includere l'impegno a non ricorrere alla violenza verbale. Posso supplicarLa di tornare ai fondamenti della nostra fede cristiana e diventare una forza costruttiva nel mondo e specialmente nella travagliata regione mediorientale?".

Idee "odiose e distruttive" e che "non sono quelle della maggioranza dei cristiani in questo paese o nel resto del mondo": questa, il 7 ottobre, la risposta a Falwell dell'Esecutivo del Consiglio delle chiese cristiane degli Usa (Ncc), al quale aderiscono 36 diverse denominazioni per un totale di circa 50 milioni di fedeli. La presidente ed il segretario del Ncc, Elenie Huszagh e Bob Edgar, hanno anche scritto a Bush esprimendo la netta opposizione a un "attacco militare preventivo" contro l'Iraq e chiedendo di invertire "la spinta verso la guerra".
In seguito alle polemiche Falwell ha affermato di essere stato "frainteso", ed ha precisato che mai "avrebbe affermato in un sermone o in un libro quanto detto in un'intervista telefonica".
Questa retromarcia non cancella il fatto che molti cristiani statunitensi, soprattutto delle nuove Chiese "evangelicals", appoggiano l'impresa di Bush. Ma tanti la contrastano. Il 5 e 6 ottobre, in Georgia, si è tenuta una conferenza sulla pace sponsorizzata dalla Chiesa Unita di Cristo di Atlanta e dal Consiglio ecumenico delle chiese (Cec), inquadrata nel "Decennio per la nonviolenza" lanciato dallo stesso Cec nel 2001. "Le religioni - ha detto il pastore Gilbert Friend-Jones, della Chiesa Unita di Cristo - hanno spesso incoraggiato la violenza, e questa è purtroppo una caratteristica che accomuna tutte le maggiori tradizioni religiose". Ma queste hanno anche incoraggiato la pace, come hanno detto i partecipanti all'incontro, di diverse tradizioni religiose, che si sono impegnati a "promuovere nuove forme di cooperazione fra comunità di fede in tutto il mondo per sostenere la causa della pace".

Da parte sua Jim Winkler, alto esponente della Chiesa metodista unita, ha dichiarato: "Il primo dovere morale di tutte le nazioni è quello di risolvere con mezzi pacifici ogni contrasto che sorga tra esse. Una guerra preventiva rappresenta il maggior e più pericoloso cambiamento nella politica estera degli Usa, e segna un terribile precedente per altre nazioni".

E mons. Wilton D. Gregory, presidente della Conferenza episcopale cattolica statunitense, in una lettera invita Bush a "ricercare attivamente alternative alla guerra. Decisioni di tale gravità debbono rispettare gli imperativi costituzionali degli Stati Uniti, raggiungere un ampio consenso nella nostra nazione, e una ratifica internazionale, in particolare del Consiglio di sicurezza dell'Onu".

Il 10 ottobre, con 296 sì e 133 no, la Camera ha approvato a Washington la richiesta di Bush per un "attacco preventivo" all'Iraq anche senza il consenso dell'Onu. Sei repubblicani hanno votato no; i democratici si sono divisi: 126 no e 81 sì. L'indomani analogo risultato - 77 sì e 23 no - al Senato (ove i democratici hanno la maggioranza per un seggio). Questi passi di avvicinamento alla guerra hanno naturalmente acuito, oltre al dibattito politico, anche quello nelle Chiese. Anche perché - singolare coincidenza - l'11 ottobre è stato attribuito il Nobel per la pace a Jimmy Carter, l'ex presidente statunitense (cristiano battista) che, tra l'altro, nel 1978 fu il grande "sponsor" degli accordi di Camp David con cui il presidente egiziano Anwar Sadat ed il premier israeliano Menachem Begin si impegnavano nel cammino della riconciliazione tra i loro due paesi prima acerrimi nemici. Dopo aver saputo del premio, commentando proprio il voto al Senato statunitense sull'Iraq, Carter ha detto: "Io avrei votato contro".

God bless America, il "Dio benedica l'America" con cui terminano anche i discorsi ufficiali della Casa Bianca, e che molte volte in queste settimane è stato orgogliosamente ripetuto da Bush, diviene così, ora più che mai, una lama che lacera le Chiese statunitensi (ma anche le altre religioni del paese), e un grande problema di coscienza: è legittimo invocare la benedizione di Dio mentre si va alla guerra, o non è, tale preghiera, bestemmia e sacrilegio? La "guerra in nome di Dio", non solo negli Stati Uniti d'America (in tutto il mondo, in Medio Oriente in particolare, invocando il Nome Santo si compiono violenze e imprese terroristiche, di Stato o di gruppo), divide e dividerà Chiese e religioni ben più delle questioni teologiche che pur le contrappongono insanabilmente. Solo l'impegno per la pace, benedetto da Dio, può sanare i credenti nell'Ineffabile.

David Gabrielli