Il presidente Ds viene spesso dipinto come un politico "freddo", intento ai calcoli e alle strategie. La politica, per lui, deve necessariamente passare per la misura delle forze in campo. Da qui lo scetticismo verso le velleità dei "girotondini". Bene. La politica è anche questo. Ma non capiamo il senso della sua partecipazione - entusiasta - alla cerimonia di canonizzazione di JoseMaría Escrivá de Balaguer.
Si sa, tra i peccati del presidente dei Ds c'è l'amore per la battuta ad effetto, così come il gusto per le geometrie politiche. La sua passione per l'origami - l'arte giapponese di piegare la carta ottenendo forme che richiamano oggetti, fiori o animali - esprime un gusto per la precisione e per la simmetria delle forme che poi si trasfonde anche sul piano politico.
Nella geniale imitazione della Guzzanti, Massimo D'Alema era l'uomo delle strategie, il fine calcolatore delle forze in campo che concepisce la politica come un sistema di forze: l'importante, per lui, era capirne la risultante e su di essa costruire la sua iniziativa. Paradossi della parodia, gustosi paradossi che però non rendono ragione di un'idea fissa che anima il nostro D'Alema: e cioè la ferma convinzione che la politica debba essere un progetto misurato sulle reali forze in campo. Non può essere "sogno", visione, e neanche profezia.
Forse per questo D'Alema è così scettico sui "girotondi" e in generale sui movimenti della società civile: ne conosce i limiti, le contraddizioni, gli scarsi tempi di tenuta. E non si fida, sa che non reggono; forse ritiene anche che la loro alta dimensione morale sia in realtà inquinata dai calcoli di leader che, prima o poi, cercheranno un loro posto nel sistema dei partiti. Ed allora tanto vale risparmiarsi la sceneggiata e puntare direttamente a controllare apparati solidi e collaudati. La visione della politica dalemiana è, insomma, "fredda", espressione di calcolo e misura, sembra valutare in termini di efficienza e sostenibilità piuttosto che di "valore" o di emozioni. Potrà essere cinico, potrà non piacere ma la politica è anche questo e personalmente credo utile che qualcuno ce lo ricordi. Dunque non mi iscrivo all'affollatissimo club degli antidalemiani, quasi che i giudizi di merito sul presidente dei Ds costituissero una discriminante capitale.
Detto questo, stavolta però non capisco. Mi riferisco all'entusiasmo con cui il 6 ottobre D'Alema ha presenziato alla cerimonia di canonizzazione del fondatore dell'Opus Dei JoseMaría Escrivá de Balaguer. Il presidente dei Ds ci ha tenuto ad andare a piazza San Pietro. Non solo: in quel particolarissimo contesto religioso e politico, e riferendosi all'Opus Dei, ha voluto esprimere la sua ammirazione per "la forza della fede di ramificarsi che ha la Chiesa in tutte le sue espressioni, nei suoi movimenti, nei suoi uomini, nelle sue donne".
È possibile che sull'organizzazione fondata nel 1928 da de Balaguer circolino alcune leggende: è però certo che il suo fondatore abbia espresso apprezzamento per la dittatura franchista e quella cilena e che la sua visione della fede e della Chiesa si avvicini più a quella di una grande "lobby dello Spirito" piuttosto che ad una comunità di credenti che vivono la fede con umiltà e nel servizio alla pace ed alla giustizia. Come ad esempio i francescani di Assisi, di cui D'Alema è pure buon amico. Insomma non capiamo perché un politico laico - per quanto ne sappiamo passato indenne ed indifferente per la via di Damasco - debba farsi affascinare dalla "forza" di una componente della Chiesa cattolica che esprime valori tradizionalisti, che si chiude alla modernità e alle sue conquiste, che diserta un reale confronto ecumenico ed interreligioso, che respinge la logica del dialogo e del pluralismo all'interno della società civile. Non capiamo perché un politico laico e di sinistra, aprendo una finestra sul mondo delle fedi, debba restare abbacinato dalla espressione di forza e di ortodossia del fondatore dell'Opus Dei e dei suoi numerosi seguaci.
Non sta a noi dare consigli a un politico raffinato e consumato come il presidente dei Ds. Eppure una parola vogliamo dirgliela: non guardi alla Chiesa cattolica e al mondo delle fedi con gli occhi di un sindacalista che osserva a Roma una manifestazione a piazza San Giovanni e calcola "la forza" politica di quel raduno. La politica - forse - è forza, calcolo, strategia, numeri. La fede, invece, è certamente valore, visione, profezia, paradosso. È difficile accorgersene tra i gessati firmati dell'Opus Dei. Bisogna andare in un centro di accoglienza della Caritas o in una foresteria dell'Esercito della Salvezza.
Paolo Naso