Se il kibbuz non è più quello di una volta

Nei kibbuz vivono all'incirca centoventimila persone: una piccola,a componente della società Israeliana che però gestisce importanti settori dell'economia nazionale. Ma in cinquant'anni Il kibbuz è molto cambiato. Comunque è in crisi: parola di chi ci vive (e vuole restarci).

Parlare del kibbuz e del suo declino, in un momento storico in cui l'attenzione generale sembra rivolta a tutt'altri problemi, non è così anacronistico come può apparire. Le vicende di questo celebrato modello di vita comunitaria, che pare avviato verso il rigetto graduale degli ideali socialisti, ci permettono di aggiungere un altro tassello al composito mosaico della società globale sempre più sfuggente ai nostri tentativi di analisi. Il dibattito in corso sulla sorte del kibbuz - che in questo periodo di grande confusione è associato persino agli insediamenti di coloni a Gaza e Cisgiordania - è stato anche stimolato dalla pubblicazione del libro di Corrado Israel De Benedetti, edito dalla Giuntina e non a caso intitolato I sogni non passano in eredità. Nella sua autobiografia l'autore racconta, nelle prime densissime pagine, le ragioni della scelta di "salire a Sion" di un giovane di solida famiglia borghese ferrarese alla fine della seconda guerra mondiale: lasciarsi alle spalle una società rimasta silenziosa quando gli ebrei erano stati isolati, derubati e consegnati ai tedeschi, per avviarsi verso un mondo di ideali e di bandiere nuove e pulite in cui costruire il futuro con le proprie mani.

I due anni passati nell'hakhsharà (seminario preliminare) di S. Marco a Cevoli servono a De Benedetti e ai suoi compagni del Movimento socialista "Hachaluz" per prepararsi al lavoro nei campi e all'idea di partire senza un soldo in tasca verso un paese sconosciuto, per portare pace e progresso ad arabi ed israeliani (ogni tanto i maggiorenni si allontanano qualche ora, giusto il tempo per firmare il contratto d'acquisto di navi fatiscenti adibite all'emigrazione illegale in Palestina). Alla vigilia della partenza prevista nel novembre 1949 Corrado, che ormai si fa chiamare Israel, sposa Maria Rosa diventata Shoshanna: è l'unica concessione ai genitori di entrambi, allibiti ed addolorati per la loro decisione di abbandonare gli studi universitari e l'Italia. È Haifa a dare il benvenuto a questi ragazzi ricchi solo di ideali, con odori di spezie e di mare e la visione di gente poveramente vestita mischiata a giovani in divisa militare; lo scenario cambia radicalmente durante il viaggio in camion su strade dissestate tra colline brulle, frutteti scintillanti ed infine la sabbia sottile del deserto. Ruhama, il kibbuz alle porte del Neghev fondato da sette pionieri nel 1943, è costituito da una serie di baracche di legno intorno ad un piccolo edificio allungato su un prato spelacchiato, con pochi alberi ad altezza d'uomo. La prima casa destinata ai nuovi arrivati è composta da quattro locali disposti su un ballatoio comune, arredati con materassi riempiti di paglia fresca ed una stufa a petrolio.

Da quel giorno sono passati più di cinquant'anni, descritti con vivacità da De Benedetti, che ha contribuito alla vita del suo kibbuz e del suo nuovo paese rivestendo molti ruoli - dal lavoro nelle stalle all'irrigazione dei campi, dalla direzione tecnica del kibbuz al dipartimento economico del movimento kibbuzistico, dalla carica di responsabile dei costi di produzione in fabbrica a quella di segretario generale di Ruhama; il tutto alternato con i periodici turni di lavoro alla lavapiatti della sala da pranzo comune, e a periodi trascorsi in Italia come conferenziere e come inviato del Movimento kibbuzistico e dell'Organizzazione sionistica. Il racconto della nascita di figlie e nipoti, della costruzione dei viottoli asfaltati e delle prime case con servizi interni, dell'arrivo del telefono e della piscina si interseca con la descrizione delle divisioni interne provocate dal processo Slansky in Cecoslovacchia, del clima di tensione per le guerre che si susseguono, della decisione di utilizzare manovalanza araba per incrementare le entrate. La clamorosa rinuncia al principio di lavorare solo con le proprie mani non impedisce a Ruhama, e a molti altri kibbuzim, di entrare poco a poco in una spirale di debiti con le banche dopo il ritiro dei prestiti governativi agevolati. I debiti sono contratti anche per favorire il passaggio dei bambini dalla casa comune a quella dei rispettivi genitori durante la notte; questa ulteriore sofferta rinuncia agli ideali kibbuzistici crea profonde spaccature a Ruhama come in tutti i kibbuzim, e comporta la costruzione di abitazioni più grandi e la ristrutturazione di quelle vecchie diventate ormai troppo piccole. I giovani, da parte loro, abituati ad ottenere dalla collettività il sostegno economico per gli studi universitari, reagiscono male alla decisione di tagliare ogni sovvenzione; quando Ruhama entra in amministrazione controllata per evitare la bancarotta, molti di loro se ne vanno, inclusa la prima nipote di Israel De Benedetti. "I sogni - constata l'autore della bella autobiografia non sono passati in eredità; ma il mio sogno personale non è andato in fumo, perché posso dire con soddisfazione di averlo realizzato con le mie mani anche se solo parzialmente".

Non solo la crisi economica, ma anche la crisi di valori sembrano essere alla base del declino del kibbuz, almeno come siamo abituati ad immaginarlo. Ne è certa Ariela Fajrajzen, un'altra italiana che a diciannove anni ha fatto la sua alyià, la scelta di vivere in Israele, per sottrarsi al suo destino di membro della comunità ebraica accettata dall'Italia come "culto ammesso" in base alla legge del 1930. Ariela, che dal 1958 vive nel prospero kibbuz Bar Am di cui è oggi segretaria generale, fa un'analisi senza illusioni sul kibbuz che ritiene stia arrivando alla sua terza fase di vita. La prima fase, secondo Ariela, è quella pionieristica, difficilissima perché bisognava essere molto convinti, molti idealisti per superare il dislivello della lingua, il carattere della gente che nessuna ideologia può cambiare, la difficoltà del lavoro fisico che schiantava ragazzini appena usciti dai banchi di scuola. "La seconda è la fase attuale - spiega - quella del benessere che però sembra volgere alla fine; il benessere ce lo siamo duramente conquistato perché non abbiamo fatto debiti ed abbiamo disciplinatamente dato la priorità alla cosa pubblica prima di innalzare il livello di vita dei privati. Oggi i membri di Bar Am possono permettersi quasi tutto quello che vogliono e con una certa autonomia; la vita è comoda se ci sono i soldi che tuttavia corrompono in quanto diventano il mezzo per risolvere quasi tutti i problemi, inclusi quelli provocati dall'ideologia socialista che ha finito per paralizzare molte cose. Inoltre - continua Ariela - i giovani che stanno prendendo le leve del comando in kibbuz non hanno i nostri ideali collettivistici. Dopo forti tensioni interne, anche a Bar Am la maggioranza ha deciso di far dormire i bambini nelle case dei genitori; quelli che hanno battagliato per ottenere questo cambiamento sono i nostri figli educati in kibbuz, che oggi sentono il desiderio di un legame familiare più forte. Noi predicavamo la libertà da tutti gli oneri della famiglia per permettere alle persone di elevarsi intellettualmente; loro, i giovani, vogliono riassettare la casa, lavare, cucinare, cullare di notte il bambino che piange. È proprio l'opposto di quello che volevamo noi; ma si tratta della loro vita e loro sono il futuro; quindi mi sembra inutile imporre qualcosa che forse è superata, anche se non bisogna dimenticare che il nostro bellissimo e solido kibbuz è stato costruito con il nostro sistema. Alla terza fase che porta alla privatizzazione - prosegue Ariela - non ci siamo ancora arrivati anche se intimamente la gente ha già girato l'interruttore e parla dei "miei soldi", quando ancora esiste la cassa comune che continua a ripartire gli utili in parti uguali; già si sente dire tra i giovani "io valgo di più perché faccio un lavoro più importante"". Ariela pensa sia troppo presto per dire quando si arriverà alla terza fase, che le appare inevitabile perché una parte dei membri del kibbuz è diventata apatica mentre un'altra lavora sott'acqua per mettere tutti di fronte a fatti compiuti. Nonostante questi sconvolgimenti che mettono in discussione le sue scelte di vita, Ariela rifarebbe senza esitare la scelta di vivere in kibbuz; si considera molto fortunata perché, nonostante le difficoltà, è riuscita a vivere un'esperienza che pochi al mondo possono vantare. In Israele e in kibbuz resterà comunque a vivere per non separarsi dai figli, anche se le riesce difficile identificarsi con la politica del governo Sharon e con l'occupazione dei Territori che considera la più grande disgrazia per il paese. "In futuro forse i miei nipoti se ne andranno a vivere altrove - conclude Ariela - o forse resteranno perché il kibbuz diventerà sempre più simile alla società circostante; la vita di Bar Am sarà simile a quella di Tel Aviv quando ciascuno avrà la propria casa, il proprio stipendio, la propria auto in un ambiente ottimo dal punto di vista della tranquillità e del clima. C'è stato un rovesciamento di fronte: se ieri era la rigidità dogmatica a condizionare la vita dei nostri figli, oggi è il consumismo a condizionare quella dei nostri nipoti; ormai in kibbuz quasi nessuno vuole dedicarsi all'insegnamento, quindi i nostri educatori provengono dall'esterno e diffondono inevitabilmente il loro modo di vivere".

Completa il quadro la voce di Ruth Garribba che nel 1994, a ventun'anni, è giunta a Bar Am perché profondamente coinvolta dall'idea di contribuire al processo di pace in un clima politico molto diverso da quello attuale; il suo progetto di vita in Israele insieme a Ricki è stato sicuramente anticipato dall'impronta conservatrice data all'Italia dal primo governo Berlusconi, e dal pesante clima politico ed economico che gravava sull'Argentina da cui proviene il suo compagno. "La scelta del kibbuz è stata naturale - racconta Ruth - perché andare ad abitare in città per fare la stessa vita di prima non ci sembrava abbastanza importante per lasciare le famiglie, gli amici, le nostre culture. Sapevamo che il kibbuz non era più quello di cinquant'anni fa, ma volevamo comunque provare a vivere in una società diversa da quella da cui provenivamo. In linea di massima conoscevamo quello a cui andavamo incontro e sapevamo cosa aspettarci; in fin dei conti non siamo rimasti delusi, anche se ci sono situazioni che vorremmo fossero diverse". Alla domanda se rifarebbe la stessa scelta Ruth - che oggi riveste il ruolo di sadranit avodà con il compito di distribuire il lavoro tra i membri del kibbuz, dopo essere stata tutor dei giovani del ginnasio - risponde di sì purché si, ripetessero le stesse circostanze. "Non sono totalmente pessimista riguardo al futuro del kibbuz - aggiunge - anche se noto uno strano modo di vedere degli israeliani: quelli che vogliono far rimanere il kibbuz come una volta sono considerati reazionari, e viceversa quelli che vogliono il kibbuz appiattito sulla società circostante sono chiamati rivoluzionari, o quelli che vogliono il cambiamento. Anche se oggi la privatizzazione sembra l'unico percorso possibile, percepisco nella società voci diverse che sono ancora troppo flebili per cambiare il futuro di questo o quel kibbuz. Per ora i kibbuzim che riescono a rimanere fedeli nel profondo alla loro ideologia sono per lo più quelli di città, che assomigliano a delle "comuni"; penso comunque che anche i kibbuzim tradizionali troveranno il modo di non stravolgere completamente la loro identità, anche perché alcuni di quelli che hanno già fatto il cambiamento stanno tentando di tornare indietro".

Pupa Garribba


SCHEDA
LA REALTÀ DEL KIBBUZ OGGI

I kibbuzim, che erano 20 nel 1948 e 140 nel 1972, oggi sono 240 (il più vecchio, Degania, compie quest'anno 90 anni). I due grandi movimenti kibbuzistici, Takam e Kibbuz Arzì, si sono riuniti recentemente nel Movimento kibbuzistico unificato, al quale dovrebbero aderire anche i kibbuzim religiosi. La popolazione complessiva, bambini inclusi, è di 120.000 persone - una scheggia della popolazione israeliana che ha raggiunto 6.460.000 abitanti con una crescita quest'anno del 2,3% (i cittadini ebrei costituiscono l'81,3% pari a 5.240.000 persone, la minoranza araba rappresenta il 18,7% pari a 1.215.000 persone di cui il 15,2% musulmani, il 2,15% cristiani e l'1,6% drusi). Nel panorama attuale vi sono kibbuzim che separano l'"Azienda" produttiva dalla "Comunità", con conflitti interni tra la prima che cerca di abbassare i salari e la seconda che tenta di alzarli, ed i servizi a carico dei membri. Altri sono passati al "salario differenziato" a seconda del posto di lavoro, con conseguente ondata di delusione e malumore nella maggior parte dei membri. Altri ancora, una trentina circa organizzati nella cosiddetta "Corrente comunitaria", continuano a dare la priorità ai valori ideali e al sistema socialista anche dal punto di vista economico - proventi divisi in parte uguale, sala da pranzo comune e tutti i servizi forniti dalla comunità.

(P.G.)