Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, da dodici anni svolge il suo lavoro missionario nella baraccopoli keniota di Korogocho, nei pressi della capitale Nairobi, da dove tuttavia non ha smesso di far sentire la sua voce. Tra i protagonisti più attesi nella Genova del G8, Alex Zanotelli ha preferito in quei giorni di luglio rimanere in Kenya per continuare il suo lavoro missionario. A lui abbiamo chiesto un contributo alla riflessione sulla situazione internazionale.
Innanzitutto devo dire che da Korogocho non è così facile guardare a quanto succede nel resto del mondo e il mio giudizio e le mie reazioni sono quelle di una persona che vive nei sotterranei della vita e della storia. C'è tanta gente che comincia a sentire che bisogna pensare seriamente a certi problemi e anche gli avvenimenti di New York e Washington ce lo indicano. Anche quando guardo da Korogocho la realtà dei ricchi di Nairobi mi sembra di leggere questa contraddizione: i ricchi di Nairobi tentano di difendersi il più possibile nelle loro ville, ma non c'è difesa di fronte all'ingiustizia così plateale, qui come nel resto del mondo. O davvero si riesce ad andare oltre il sistema attuale, così profondamente ingiusto e che alla fine favorisce solo pochi di fronte a molti morti di fame, o non ci sarà futuro per l'umanità. Il mondo sta passando una crisi antropologica di proporzioni mai viste nella storia. Ecco allora l'importanza non solo della protesta ma anche di una proposta che faccia nascere dal basso un nuovo stile di vita, una nuova maniera di comportarsi, di relazionarsi, di accogliere l'altro e che davvero permetta l'avvento di quello che Balducci chiamava l'"uomo planetario" e che Paolo chiamerebbe l'"uomo nuovo". È questa secondo me la grande sfida che ci attanaglia come movimento di base del dopo Genova.
Per me è stata una buona notizia che la Chiesa cattolica, che i vertici della Chiesa abbiano permesso alla base di esprimersi così chiaramente, e questo è un fatto persino epocale: la Chiesa cattolica si è compromessa a favore di un movimento globale, per un'alternativa globale al sistema attuale. Dobbiamo uscire da un cristianesimo che sia solo preparazione al paradiso. Il cristianesimo nasce da quello che chiamerei "il sogno di Dio", dal tentativo di costruire una nuova società, di fare dell'antica Israele un'alternativa agli imperi e alle città-stato del Medio Oriente. Anche l'Antico Israele ha tradito questo ideale ed ecco allora levarsi le voci dei profeti per il ritorno al sogno di Dio di un'economia di uguaglianza e di una politica di giustizia, per il ritorno ad una religione aperta non al Dio del faraone, ma al Dio delle vittime di ogni sistema. Gesù riprende il cuore di queste argomentazioni, e nella sua Galilea volle offrire attraverso piccole comunità di rinnovamento una via alternativa al sistema che stava opprimendo la popolazione. Un tentativo di società alternativa che è quindi il cuore stesso della tradizione biblica e che noi come Chiesa abbiamo tradito spiritualizzandone il contenuto. Oggi la Chiesa cattolica, con il suo appoggio al movimento di base, ha invece dato un segno bellissimo e mi auguro che intenda continuare su questa strada, per esprimere il legame che ci deve essere tra la fede e l'azione politica ed economica. Oggi deve nascere qualcosa di altro, al di là dei fondamentalismi - a cui peraltro non credo - ed anzi in profonda sintonia con gli uomini delle altre fedi, perché tutti noi in fondo stiamo sognando qualcosa che sia altro da quello che abbiamo fra le mani.
Il concetto di un Dio che soffre è un'idea profondamente rivoluzionaria, anche se non nuova nella Chiesa. È proprio questa sofferenza enorme di Dio, la potenza del Suo Spirito, che spingono l'uomo a costruire una via per l'umanità in cui tutti abbiano un minimo per poter vivere, e vivere decentemente. Non penso che il fatto che la sofferenza sia nel cuore stesso di Dio debba farci ritrarre nel guscio, assolutamente. Penso invece ad un uomo come Bonhoeffer che, consapevole della sofferenza di Dio e profondamente immerso nella tragedia del suo tempo, non si è affatto ritirato nel suo guscio, ed anzi ha continuato a lottare fino in fondo. In me è viva l'immagine al femminile di Dio, di un Dio che è mamma e che genera un figlio gravemente ammalato, un figlio che ella continuerà ad accompagnare, impotente e con una sofferenza enorme, facendo di tutto perché non muoia. Proprio questa sofferenza di Dio è una spinta rivoluzionaria enorme per noi uomini, per rimetterci in piedi e per far sì che quel sogno che Dio ha per noi diventi realtà nella storia umana.
(Intervista a cura di Gianluca Polverari)