Molte organizzazioni cattoliche hanno deciso di giocare un ruolo autonomo rispetto al vasto schieramento di critica alla globalizzazione. Prendendo le distanze dai "no global", allestendo propri spazi di riflessione e visibilità. Le opinioni di Luigi Bobba (Acli) e Sergio Marelli (Focsiv) sulle strategie di quest'area.
Globalizzare i diritti, la solidarietà e le opportunità; contribuire responsabilmente alla costruzione di un mondo in cui benessere e sviluppo sappiano offrire concreti mezzi di affrancamento alle popolazioni ancora flagellate da povertà ed insicurezza: erano questi in estrema sintesi gli auspici contenuti nel Manifesto che una sessantina di associazioni cattoliche, dalle Acli all'Azione cattolica, dalla Comunità di S. Egidio alla Focsiv (Federazione degli organismi cristiani servizio internazionale volontario), dai Missionari comboniani al movimento Salesiano, sostenute dall'azione di alte personalità della gerarchia ecclesiastica come il card. Tettamanzi, avevano congiuntamente indirizzato nello scorso luglio ai potenti del mondo alla vigilia del vertice del G8 di Genova.
Una presenza, quella dell'arcipelago associativo cattolico, che nella città ligure ha significato, qualitativamente e quantitativamente, un indiscutibile elemento di novità nell'eterogeneo pianeta dei "contestatori della globalizzazione", per l'originale contributo di riflessione e di soluzioni proposte e per il peso specifico della propria tradizione; una presenza che oltretutto ha saputo ritagliarsi spazi e momenti propri per non cedere alle tentazioni di rappresentare la protesta in forme collettive ed indifferenziate, ma senza per questo rinunciare ad un confronto costruttivo con le altre anime dei no-global.
La fallimentare conclusione del vertice del G8 sul piano dei contenuti e degli impegni assunti, la vasta eco e lo sgomento suscitati dalle degenerazioni violente di alcune manifestazioni di protesta e dalla brutale opera di repressione perpetrata dalle forze dell'ordine hanno alimentato riflessioni, polemiche e dibattiti circa l'opportunità e le modalità del futuro coinvolgimento dell'associazionismo cattolico nell'azione di denuncia delle ingiustizie prodotte dal sistema economico dominante.
Incassato l'esplicito, anche se forse un po' tardivo, apprezzamento da parte del Consiglio episcopale permanente della Cei svoltosi sul finire di settembre a Pisa per le iniziative promosse in vista del G8, il mondo dell'associazionismo cattolico, un universo organizzativo che in Italia conta due milioni di soci e volontari, torna ad interrogarsi sul significato, sul metodo e sulle strategie del proprio futuro impegno per la costruzione di un mondo più equo e solidale e nel quale sia possibile un pacifico confronto tra civiltà e religioni diverse.
L'occasione per una nuova, massiccia mobilitazione è stata offerta dalla Marcia per la pace Perugia-Assisi, svoltasi lo scorso 14 ottobre e mai come quest'anno scossa da furiose polemiche sotto la tempesta emotiva suscitata dai fatti di Genova, dal terrorismo internazionale e dalle bombe angloamericane sull'Afghanistan. Anche in questa circostanza, molte associazioni cattoliche, a dispetto dei rischi di strumentalizzazione stigmatizzati persino dall'informazione vaticana, hanno scelto la via della partecipazione diretta, dell'etica della responsabilità e della testimonianza; senza reticenze o timori reverenziali, esse hanno rimarcato il significato autentico di una marcia "che ha radici, stile e valori che si ritrovano nell'intenzione originaria di Aldo Capitini e della tradizione francescana e che non si lascia ingannare da un pacifismo strumentale e politicizzato". In un comunicato congiunto, Acli, Agesci, Azione cattolica, Missionari e Missionarie comboniani, Nigrizia, Pax Christi e Focsiv, hanno tracciato un inequivocabile e necessario distinguo dalle anime più "estremiste" dei no-global, rivendicando una diversità di intenti e di modalità espressive rispetto alla "linea inconcludente e sbagliata" seguita a Genova dai leader dei centri sociali e delle tute bianche, troppo spesso enfatizzata dai media nazionali. La grande mobilitazione cattolica, con gli scout in testa, ha voluto fare della marcia Perugia-Assisi un grande momento di responsabilità civile e di preghiera itinerante, in cui la pluralità delle voci, delle fedi e delle esperienze fosse un richiamo all'autentico e condiviso desiderio di pace che anima il mondo e non un pretesto per sterili quanto insidiose polemiche. Partendo dallo slogan della marcia - "Cibo, acqua e lavoro per tutti" - le associazioni cattoliche hanno chiesto "giustizia e non vendetta" di fronte alla minaccia terroristica, sottolineato il rischio per gli equilibri internazionali del moltiplicarsi di iniziative militari unilaterali svincolate dal ruolo e dall'autorità delle NazioniUnite, ed infine ribadito che l'unica via per la costruzione di un futuro di pace per l'intero pianeta passa per una continua, quotidiana, instancabile azione di lotta alla povertà ed allo sfruttamento.
La scelta da parte del mondo associativo cattolico di agire ad Assisi insistendo sui contenuti e non rinunciando ai distinguo, è maturata alla luce delle riflessioni sul significato del quotidiano impegno per la costruzione di una "globalizzazione dal volto umano", sull'esigenza di una vasta ed urgente opera di sensibilizzazione, nonché sulla necessaria azione di confronto e di raccordo con gli altri fronti della protesta globale, riflessioni seguite proprio alla conclusione dell'esperienza genovese dello scorso luglio.
Per Luigi Bobba, presidente nazionale delle Acli, Genova ha dimostrato la grande voglia di partecipazione e di impegno che anima i giovani, un patrimonio che non deve essere disperso; occorre però evitare gli errori già commessi, facendo chiarezza sui contenuti, sulla scelta nonviolenta e sulle aggregazioni, scongiurando il rischio di trasformare un movimento spontaneo, molteplice e a volte persino indistinto, in un partito anti-globalizzazione che mortificherebbe la ricchezza di quella pluralità di esperienze e la vivacità delle diverse voci. Una chiarezza anche di immagine mediatica, laddove persino l'espressione "no-global" appare fuorviante rispetto agli impegni e ai contenuti proposti: "la globalizzazione non è il feticcio della nostra epoca e rispetto ad essa occorre avere un approccio critico e non antagonistico"; costruire cioè una nuova prospettiva di sviluppo globale, in cui sia possibile esercitare un autentico controllo democratico e nei confronti della quale il mondo dell'associazionismo, del volontariato, della società civile sappia porsi come coscienza critica.
Per le associazioni di ispirazione cattolica, Genova ha significato la volontà di continuare a stare dentro le contraddizioni del mondo, di non rinunciare aprioristicamente ad un'azione di denuncia nonviolenta e soprattutto di proposta costruttiva, nel solco di una tradizione che nel Novecento ha preso le mosse anche dai pontificati di Pio XII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ed è su questa strada che per Bobba occorre continuare a "riannodare i fili della diversità in un cammino di riforme", anche con gli altri gruppi cattolici, non per chiudersi in un isolato recinto di riflessione, ma per una reale esigenza di coordinamento e di confronto e per valorizzare il pluriennale patrimonio di esperienze e di impegno quotidiano. Al di là degli occasionali tavoli di lavoro, le strutture di raccordo già esistono e vedono per esempio nel Forum permanente del terzo settore, nell'Associazione delle Ong italiane e nella Tavola della Pace momenti organizzativi tra i più avanzati, cui spetta, nella diversità dei ruoli e comunque non in modo esclusivo, anche il delicato compito di confrontarsi con le istituzioni e con le forze politiche, in una logica di dialogo costruttivo sui programmi e sugli impegni concreti e nel rifiuto di ogni forma di subalternità. La denuncia delle iniquità dell'attuale modello di sviluppo e la costruzione di un "mondo altro", richiedono una capillare e continua opera di informazione e di educazione che incida sui gesti e sui comportamenti quotidiani di ognuno. Per questo le Ong, il terzo settore non devono inseguire i vertici internazionali per ottenere visibilità mediatica, ma scegliere il terreno d'azione, offrendo soluzioni positive e proponendo occasioni per un confronto ragionato: la Marcia della pace Perugia-Assisi è stata in tal senso un esempio di grande efficacia simbolica, specie in un momento storico in cui è quanto mai necessario scegliere, senza ambiguità, la pace ed il linguaggio della nonviolenza persino di fronte alla minaccia del terrorismo internazionale. Il cammino è faticoso, ma le bttaglie per l'abolizione del debito e il dibattito sulla Tobin Tax stanno ad insegnare che anche dal basso è possibile offrire valide soluzioni ai drammi del mondo.
Anche per Sergio Marelli, direttore generale della Focsiv e presidente dell'associazione delle Ong italiane, a Genova si è realizzata una significativa convergenza fra le molte ed eterogenee anime del movimento in merito all'azione di denuncia di una "globalizzazione senza regole" e sulle proposte concrete per una vera "globalizzazione della solidarietà". Un confronto importante, con molti nodi irrisolti, non ultimo il problema della rappresentanza, ma anche una tappa di quel continuo percorso di informazione, educazione ed azione politica di secondo livello che solo può contribuire a determinare profondi cambiamenti di mentalità e ad offrire concrete speranze di cambiamento; un percorso di costruzione del "mondo possibile" che deve però continuare a far leva più sulla sotterranea, carsica azione delle singole associazioni di volontariato e della società civile che non sui tavoli di coordinamento, dove è più sul momento educativo che non sul grande evento mediatico che si deve operare. Fondamentale è in tal senso, e non solo per le Ong cattoliche, il dialogo con il mondo istituzionale, dove la società civile deve poter giocare anche un ruolo politico sulle singole questioni etiche, cercando interlocutori nei diversi schieramenti partitici e puntando, senza pregiudizi, subalternità e senza timore di critiche, all'adozione di idonei provvedimenti normativi, a livello nazionale e comunitario. La campagna per l'abolizione del debito dei paesi poveri dimostra che il "futuro possibile" non è poi così improbabile quando per realizzare un sogno di giustizia si lavori quotidianamente, faticosamente alla sua lenta ma continua costruzione.
Gianluca Polverari