Non ci resta che insegnare

Bloccata, almeno in parte, la riforma Berlinguer, la scuola italiana aspetta quella Moratti. Se ne vedono già i principi fondamentali: meno risorse alla scuola pubblica, più risorse a quella privata, più spazio alla formazione extrascolastica.

Grande è l'incertezza sul futuro e di conseguenza anche sul presente della scuola. L'incertezza è data da una riforma complessiva che è stata bloccata (riforma dei cicli) e per certi versi svuotata di senso. Il lavoro che negli ultimi anni era stato promosso o messo in piedi rimane a mezz'aria e senza prospettiva.

La "licealizzazione" della scuola superiore, come proposta da Berlinguer, ipotizzava di estendere a tutti gli studenti la possibilità di un apprendimento realmente formativo, superando una impostazione penalizzante perché stretta in una professionalizzazione tanto precoce quanto inutile; si prendeva, cioè, atto che le trasformazioni interne al mondo del lavoro sono così veloci che quasi non serve accumulare, in cinque anni di scuola, nozioni tecniciste e solamente informative e che piuttosto il mondo del lavoro necessita soggetti più preparati e autonomi. A questo si accompagnava l'istanza di una scuola tesa a formare cittadini più consapevoli e esseri umani più liberi. Si erano attivate alcune sperimentazioni. Con il blocco della riforma dei cicli, l'ipotesi viene meno: il lavoro di gestione di queste sperimentazioni si disperde e la formazione critica ritorna ad essere esclusiva del "vecchio" liceo.

E ancora: grandi discussioni sui finanziamenti alla scuola privata (con fronti polemici non netti perché la strada era stata aperta da Berlinguer, pur nel quadro di una riforma che tendeva a riqualificare, e non a liquidare, la scuola pubblica); intanto il nuovo ministro fa passare una "piccola" modifica al nuovo esame di stato (non più commissari interni ed esterni, ma tutti interni). Qualcuno si sarà persino rallegrato (lo stato risparmierà decine di miliardi), molti hanno pensato che in fondo cambiava poco. Uno studente di quinta mi ha detto (quanto si impara a volte dai giovani, se li si sa ascoltare): "all'inizio ero contento perché l'esame con i miei insegnanti mi faceva meno paura, ma poi ho pensato: il nuovo esame varrà ancora qualcosa?

Tra quello che il governo ha annunciato e quello che riuscirà a fare, c'è probabilmente molto margine. Ma nell'incertezza che attraversa quanti (sostenitori ma anche critici della riforma bloccata) vogliono una scuola pubblica "forte", trasparente e formativa non è il tempo di abbandonarsi allo scoraggiamento: il lavoro qualificato nelle classi e la collaborazione con i colleghi può essere la base per resistere all'intemperie: il nostro resta, credo ancora, uno dei mestieri più appassionanti.

Francesca Spano