Un pezzo fondamentale dell'istruzione, dopo il referendum del 7 ottobre, è ormai "regionalizzato". Ma quello che si profila ll'orizzonte, dietro i fumi dei dibattiti ideologici, è un processo di "privatizzazione" della scuola. E di riduzione delle opportunità per i più deboli.
Il referendum del 7 ottobre ha chiarito parecchie cose anche sul futuro della scuola. A prescindere dal fatto che il mantenimento all'esclusiva dello stato delle "norme generali sull'istruzione" è formula che non ha significato giuridico di certezza (anche perché sono previste deleghe da parte dello stato), l'istruzione passa alle Regioni. Con tutti i rischi che ne possono derivare: disuguaglianze, frantumazioni culturali, interpretazioni "libere" dell'art. 33 della Costituzione.
La politica di indirizzo dello stato è già stata chiarita nella Finanziaria 2002: in cinque anni la spesa scolastica per il personale deve diminuire del 20% e già quest'anno sono state attribuite agli insegnanti in organico le supplenze dei colleghi fino a un mese. Gli spezzoni di cattedra verranno attribuiti al personale fino ad estenderne l'orario a 24 ore settimanali; si innalzerà il rapporto fra insegnanti e studenti; per gli esami di stato le commissioni saranno composte dai docenti interni anche per le scuole private e solo il presidente di commissione sarà di nomina esterna.
Le intenzioni del governo Berlusconi erano chiare fin dalla campagna elettorale delle "tre i" (impresa-informatica-inglese). Poi è venuta la nomina della Moratti, la cancellazione dei cicli, le dichiarazioni alla festa di Cl a Rimini che hanno tolto ogni speranza alla scuola di tutti, libera e laica. L'efficienza imprenditoriale della ministra ha avuto il suo momento di splendore quando ha impegnato il funzionariato ministeriale a realizzare l'apertura dell'anno scolastico senza ritardi e in pieno ordine; tuttavia siamo tornati all'obbligo di frequenza fino ai soli quattordici anni; le famiglie che si rivolgono al privato ottengono parità di diritti, i precari delle scuole private sono equiparati a quelli delle pubbliche, gli handicappati restano senza sostegno... Sullo sfondo Bossi cerca di dare il suo contributo con la proposta di riforma degli asili-nido in "case del bambino" (cielo, l'Opera maternità e infanzia del regime fascista!), asili "di quartiere" o finanziati (e detassati) da consorzi aziendali con collaborazione di casalinghe disponibili: parcheggi e non scuole.
L'obiettivo di una scuola di "eccellenza" per gli studenti privilegiati, di scuole "comuni" finanziate - pubbliche o private che siano - dallo stato, di una formazione professionale per chi ha bisogno di andare a lavorare presto si sta realizzando.
Giancarla Codrignani