È sempre più grave l'emergenza umanitaria causata dalla guerra in Afghanistan; si chiarisce la strategia del fondamentalismo di Al Qaeda tesa a destabilizzare i paesi arabi moderati: va in questo senso l'orribile strage di cristiani in Pakistan. Precipita la situazione anche in Medio Oriente. Il quadro complessivo è insomma inquietante. La soluzione non è militare, è soprattutto politica.
A un mese dall'inizio dell'intervento militare in Afghanistan alcune cose sono ormai chiare. Ogni azione, anche quella pensata come la più "chirurgica", ed attuata con le bombe più "inteligenti" produce tragici, incontrollabili "effetti collaterali": ed infatti oltre a centinaia di vittime civili, abbiamo già di fronte a noi centinaia di migliaia di profughi: tra di loro molte donne e molti bambini che non sanno dove riparare e che rischiano di morire tra gli stenti mentre l'Occidente e l'alleanza che combatte il terrorismo restano colpevolmente incapaci di garantire loro una via di salvezza.
La seconda cosa ormai chiara è che il terrorismo non sta combattendo solo contro l'Occidente. Ma anche contro i regimi che esso giudica infedeli, corrotti e svenduti agli interessi dell'Occidente. Da qui la grande strategia comunicativa di Bin Laden: quando pronuncia i suoi appelli, non si rivolge a noi occidentali; parla ai milioni di poveri che non raccolgono alcun dividendo dei grandi guadagni a favore dei loro governanti derivati dal petrolio. Li guarda negli occhi, infiamma i cuori ed offre una bandiera per la riscossa, quella di un islam certo radicale e violento - ce lo conferma la strage disumana e blasfema di cristiani in Pakistan - ma politicamente esplicito e determinato.
La terza evidenza è che lo scenario afghano e quello mediorientale, tra loro così distinti e distanti, in realtà rischiano di avvicinarsi e confondersi determinando un pericolosissimo corto circuito.
Sappiamo tutti che, prima dell'11 settembre, i talebani e Bin Laden non hanno mai agitato la causa palestinese; poi tutto è cambiato e questa è diventata la "ferita" che l'intero mondo arabo islamico porta su di sé e della quale i terroristi di Al Qaeda intendono farsi vindici.
Da queste tre evidenze discendono altrettante conseguenze. Innanzitutto occorre salvare i profughi, tutelare la popolazione civile afghana, dare spazio alle agenzie umanitarie: l'alleanza contro il terrorismo non si è data - né tantomeno le è stato riconosciuto - il mandato di combattere una guerra contro l'Afghanistan, ma di individuare e colpire le basi del terrorismo. Restare ancorati a quell'obiettivo è una priorità assoluta, senza condizioni: non riconoscerla significa togliere alle operazioni militari ogni residua legittimità e quindi indebolirle sotto ogni profilo, anche quello dell'efficacia. E poi ci sono le conseguenze politiche: il sostegno all'islam moderato ed il disinnesco della questione palestinese.
Mai come oggi, anche in Italia, è risultata evidente una polarizzazione nell'ambito della comunità musulmana: da una parte un islam, largamente maggioritario, intessuto di disponibilità al dialogo ed alla convivenza; dall'altra una "religione guerriera", assolutamente minoritaria ma determinata ed aggressiva, incompatibile con una moderna democrazia. Ridurre l'islam alla truce raffigurazione proposta da Bin Laden sarebbe un errore imperdonabile; d'altra parte l'islam moderato deve trovare spazio sui mass media, essere riconosciuto ed accolto nelle istituzioni pubbliche, nella scuola come negli ospedali e nelle carceri. Così non è, certamente non lo è in Italia. Grazie anche alla situazione internazionale, è questo il momento in cui la comunità islamica italiana sta facendo chiarezza su se stessa, sulla sua identità e la sua reale integrazione nel sistema di diritti e doveri della Repubblica: è questo quindi il momento in cui "stringere" rispetto all'annosa questione dell'Intesa.
Infine c'è la madre di tutte le questioni: la comunità internazionale non può regalare la causa palestinese al fondamentalismo islamico. Questo è il momento in cui esercitare ogni pressione sul governo israeliano - e soprattutto su quella componente che crede di poter chiudere a suo modo la questione - perché inverta la pericolosissima strategia in cui si è imbarcato. Liquidare - fisicamente o politicamente fa poca differenza - Arafat e la dirigenza dell'Autorità nazionale palestinese significa chiudere un processo durato dieci anni. Per andare dove? Verso una nuova guerra col mondo arabo? L'annessione dei Territori? La cacciata dai Territori di milioni di palestinesi? Quella dell'escalation militare è una strada che aggiunge disperazione a disperazione, violenza a violenza, sofferenza a sofferenza. Soprattutto è una strada verso la catastrofe.
Oggi, però, è anche il tempo di richiamare la dirigenza palestinese alle sue responsabilità: c'è un momento in cui non si può più stare in mezzo al guado, bisogna passare il fiume. Arafat dice di averlo fatto ma alcuni suoi uomini sono ancora sulla sponda di partenza ed altri ancora dicono di non volersi smuovere dalla loro posizione. Oggi l'Autorità palestinese sa di essere circondata da critiche e sospetti interni alla società palestinese; qualcuno la sfida apertamente. La tentazione è di piegarsi per lasciar passare la piena. No, questa piena potrebbe travolgere tutto e tutti. Occorre stare fermi, ben ancorati al terreno e resistere ai venti di guerra. Arafat non può più scegliere tra il ramoscello d'ulivo ed il mitra se non altro perché altri, più giovani e dinamici di lui mostrano di usare il mitra con più convinzione. Non gli resta che il ramoscello d'ulivo e se lo userà con tutta la determinazione e la coerenza di cui è capace potrà davvero aiutare la comunità internazionale a ricostruire i binari della pace in Medio Oriente. Insomma per uscire dalla crisi che rischia di travolgerci occorrono meno armi e più politica.
Paolo Naso