Ciò che è buono per la Serbia non lo è per il Kosovo?

Così temi la stragrande maggioranza degli albanesi, che continuano a prefiggersi un unico scopo: l'indipendenza del Kosovo. E la sconfitta di Slobodan Milosevic, inviso all'Occidente, non favorisce i sogni degli indipendentisti. Anzi, più la democrazia in Serbia avanza, più difficile sarà la nascita di un Kosovo autonomo.

Le necessità legate agli impegni di "Semi di Pace in Kosovo" mi hanno portato a trascorrere in Italia i giorni intercorsi tra la sconfitta elettorale di Slobodan Milosevic e l'insediamento del nuovo presidente Kostunica. Durante questo breve soggiorno italiano, ma anche a Mitroviza via e-mail, molti mi hanno chiesto come questi fatti vengono vissuti in Kosovo e in cosa la nuova situazione che si è venuta a creare in Jugoslavia potrà eventualmente influenzare il futuro della regione. I lettori che hanno la pazienza di leggermi sanno bene che non sono un analista politico credibile ma, vivendo all'interno dello scenario kosovaro, non posso sottrarmi al rispondere, almeno un poco, a questa domanda.

Mi sembra che la stragrande maggioranza degli albanesi (e quindi dei kosovari tout court) pensi che non tutto ciò che è buono per la Serbia lo sia, necessariamente, anche per il Kosovo ed il suo futuro. Ciò dipende in gran parte dal fatto che la guerra e gli avvenimenti che ne sono seguiti, e tuttora continuano, hanno di gran lunga superato il compromesso che ha reso possibile il conferimento del mandato interinale alle Nazioni Unite. Questo mandato, l'unico sul quale è stato possibile raggiungere un accordo tra tutti i paesi che nel Consiglio di sicurezza hanno diritto di veto, prevede che lo scopo della missione delle Nu sia il creare le condizioni per il mantenimento del Kosovo all'interno della Serbia, sia pure con uno status di non meglio precisata "ampia autonomia". La durezza degli scontri, l'elevato numero delle vittime prima, durante e dopo la guerra, le diffidenze reciproche ed i trascorsi non certo semplici sembrano tuttavia, almeno dal punto di vista dei kosovari di etnia albanese, rendere assolutamente improponibile una soluzione di questo tipo: il sogno – giusto o sbagliato che sia – è l'indipendenza.

Le prime dichiarazioni del presidente Kostunica, dichiarazioni in qualche modo dovute, stante la sua posizione durante la campagna elettorale, sono state la conferma che per la Serbia, chiunque la governi, il Kosovo è parte integrante della repubblica e che di cessione di sovranità non è proprio il caso di parlare. Nello stesso modo è stato anche chiarito che, almeno per Belgrado, il Montenegro di Djukanovic è parte integrante della Federazione.

L'opposizione kosovara a Kostunica è iniziata ben prima della sua vittoria. Già agli inizi della campagna elettorale sono circolate le foto che ritraevano il candidato dell'opposizione a Grazanica (enclave serba vicinissima a Pristina), non si capisce bene se immediatamente prima o durante la guerra, mentre giocava e si metteva in mostra per i fotografi con un mitra tra le mani. Chiunque abbia inserito queste foto in internet intendeva sottolineare come sul Kosovo il programma dei partiti dell'allora opposizione non era diverso da quello di Milosevic e del suo Sps.
In fondo per tutti coloro che sostengono l'ipotesi dell'indipendenza il mantenimento al potere dell'ex presidente era preferibile al cambio di guardia: l'occidente non avrebbe potuto, dopo aver scatenato una guerra per "motivi umanitari", permettere il ritorno della regione sotto il controllo di un potere profondamente anti-democratico come quello della Serbia pre-Kostunica. È quindi chiaro che se il processo di democratizzazione della Serbia dovesse proseguire e consolidarsi la posizione degli indipendentisti kosovari risulterebbe indebolita agli occhi dei protettori occidentali e potrebbe anzi fornire agli stessi una via d'uscita dal tunnel nel quale si sono cacciati nel 1999. Fino ad oggi non vi erano le condizioni per pensare seriamente al ritorno del Kosovo in seno alla Serbia, mentre ora qualcuno teme che, sia pure a lunga scadenza, qualche governo occidentale possa iniziare a pensare seriamente alla possibilità di lavorare affinché la risoluzione delle Nazioni Unite trovi concreta applicazione. Se la Federazione jugoslava saprà realmente strutturarsi in modo democratico e risolvere pacificamente la questione montenegrina, sarebbero veramente pochi i governi occidentali a trovare utile il sostenere la causa di un Kosovo indipendente.

Le forze politiche sono qui impegnate in una campagna elettorale amministrativa (l'unica che, stante il mandato delle Nazioni Unite, sia possibile organizzare) e nessuno è disposto a rischiare una fetta del sostegno popolare concedendo aperture di credito al nuovo presidente jugoslavo. Qualcosa in più potrebbe accadere, forse, dopo il 28 ottobre. Ma questa è una storia ancora tutta da scrivere.

Raffaello Zini