Due popoli che amiamo

Il cammino del negoziato per un nuovo Medio Oriente rimane difficilissimo. Per questo il nostro impegno e quello della comunità internazionale per la pace a Gerusalemme deve essere ancora più forte e deciso.

Nell'incubo. Scriviamo nei giorni in cui si tenta di salvare il processo di pace tra israeliani e palestinesi nato ad Oslo nel 1993, firmato il 13 settembre di quell'anno a Washington e faticosamente trascinatosi sino allo scorso luglio quando, a Camp David, dopo giorni di estenuanti trattative e quando pareva che fossero vicini ad un'intesa di massima, Barak e Arafat si lasciarono senza un nulla di fatto: nessun accordo sul definitivo ritiro dai territori occupati nel 1967, nessun accordo sul rientro dei profughi, nessun accordo sui coloni, nessun accordo su Gerusalemme. L'ottimismo della buona volontà ci fece sperare che il processo non si era arrestato. Ma gli incontri successivi dimostrarono che ormai "lo spirito di Oslo" si era definitivamente dissolto. E, in ottobre, siamo arrivati ai giorni disperati in cui abbiamo visto un centinaio di palestinesi morire per strada, molti di loro bambini tragicamente inconsapevoli di quello che la storia aveva riservato loro; gli stessi giorni in cui una furia cieca conduceva i fratelli maggiori di quei bambini a linciare dei loro coetanei che indossavano la divisa israeliana; gli stessi giorni degli incendi alle moschee e alle sinagoghe.

L'architrave degli accordi di Oslo era "la terra in cambio della pace" e cioè il riconoscimento dell'esistenza in sicurezza dello stato di Israele in cambio della restituzione dei territori occupati nel 1967. Ma oggi Israele si rende conto che, mentre l'Olp lo riconosce, troppi continuano a pensare che l'unica soluzione della "questione" sia nella distruzione dello stato ebraico: come interpretare altrimenti le dichiarazioni dei leader "fondamentalisti" di Hamas ma anche del gran muftì di Gerusalemme secondo cui sono "legittime" le azioni suicide compiute nel nome dell'islam, "come tutto ciò che serve a riscattare i nostri diritti usurpati" (La Repubblica, 14 ottobre 2000)?. Dunque quale pace? Quale sicurezza? Sono queste le domande che assillano l'opinione pubblica israeliana, non solo i falchi ma anche le colombe.
Dall'accordo con Israele i palestinesi avrebbero guadagnato quei "territori" che, con ogni evidenza benché mai ammessa esplicitamente dalla controparte, per loro significavano "lo stato". Raggiungere in tempi rapidi questo obiettivo sarebbe stato quel "risultato" che avrebbe rafforzato la leadership moderata ed indebolito i gruppi radicali e fondamentalisti: ed invece i territori sono stati restituiti con il contagocce, ed ogni restituzione è stata ben calibrata da altre costruzioni o dall'allargamento degli insediamenti in Cisgiordania e a Gaza. Molti palestinesi affermano che il processo di pace ha peggiorato la qualità della vita loro e del loro popolo: e citano la frammentazione dell'unità territoriale; la chiusura dei passaggi tra le diverse aree; l'inasprirsi delle misure di sicurezza e quindi la fine di quel pendolarismo che consentiva a decine di migliaia di lavoratori di guadagnarsi da vivere; l'estrema difficoltà ad ottenere il permesso di ingresso a Gerusalemme. Questa situazione, originata dall'occupazione militare israeliana, ha provocato in molti palestinesi – anche quelli legati ad Arafat – un crescente e spesso insuperabile malessere acuito dalla constatazione che negli anni dell'autonomia palestinese la corruzione si è diffusa in molti strati dei nuovi apparati amministrativi palestinesi dei territori.

E poi c'è la questione delle questioni, Gerusalemme. La "saggia" scelta di affrontare questo problema per ultimo, impedendo così che il negoziato si impantanasse prima ancora di avviarsi, oggi si rivela un boomerang: è vero, a luglio Barak ha fatto qualche sorprendente concessione, ma è apparsa troppo vaga e tardiva. Le polveri erano ben asciutte e la miccia accesa dalla visita provocatoria di Sharon sulla spianata delle Moschee o Monte del Tempio è stata semplicemente l'incidente che in molti attendevano. Ed ora? Una biglia d'acciaio che corre su un piano inclinato corre sempre più veloce e con una forza crescente: difficile fermarla, questi non possono essere i giorni dell'ottimismo. Senza fare miracoli del resto impensabili il vertice di Sharm El Sheikh di metà ottobre sembrerebbe – il condizionale è d'obbligo – aver posto qualche fragile premessa perché si fermino gli scontri e riprenda il negoziato. Ma è facile prevedere che, dopo l'ottobre di sangue, le strategie negoziali non saranno più le stesse: tutto sarà più difficile. Che fare? Come sempre aiutare le colombe che, sia in un fronte che nell'altro, si trovano sempre più isolate; come sempre denunciare come blasfema l'immagine di un dio guerriero che giustifica guerre e stragi sante; come sempre – e come abbiamo fatto anche noi di Confronti con il nostro programma "Semi di pace" – puntare sull'educazione alla pace ed alla convivenza; come sempre fare attenzione alle "travi" della violenza, del razzismo e dell'antisemitismo che si insinuano anche nei nostri occhi democratici ed europei; come sempre ribadire il diritto di Israele alla sicurezza ed il diritto dei palestinesi allo stato (solo la saldatura di questi due diritti inalienabili potrà garantire una pace vera e duratura). Come sempre, anche se oggi è più difficile. Lo dobbiamo a noi stessi per l'importanza strategica della regione mediorientale; ma lo dobbiamo anche a due popoli ricchi di valori culturali e spirituali, che anche per questo, abbiamo imparato ad amare.

Paolo Naso