La nuova legge francese che vieta il velo nelle scuole pubbliche divide il mondo femminile islamico tra sostenitrici e oppositrici. Un confronto tra due musulmane, una velata e l'altra no, su una questione che rischia di celare i veri problemi che ostacolano l'emancipazione della donna musulmana.
La questione del velo, in seno al mondo femminile musulmano, sta assumendo un valore simbolico fondamentale. All'interno della diaspora musulmana insediata in Europa, ci sono donne che lo considerano come un simbolo negativo che ostacola l'emancipazione della donna e l'affermazione della laicità delle istanze pubbliche. Ci sono altre che lo ritengono rilevante come simbolo identitario e di appartenenza in una società plurale.
Questa divisione fra oppositrici e sostenitrici del velo rischia in qualche modo di creare una spaccatura all'interno della realtà femminile musulmana, distogliendo così l'attenzione su questioni ben più importanti quali la situazione della donna nel mondo islamico, i suoi diritti - spesso negati - e la sua emancipazione come soggetto sociale che ha pari diritti e doveri rispetto all'uomo. Inoltre, rischia di dare ulteriore spazio e visibilità a quei movimenti fondamentalisti che in nome della libertà religiosa - che essi stessi, nei loro paesi d'origine, negano spesso agli altri - cercano di consolidare il controllo sul destino delle donne musulmane.
Per evidenziare questa contrapposizione fra le musulmane pro e quelle contro la prassi d'indossare il velo abbiamo intervistato due donne sposate e stabilmente residenti in Italia. La prima è Souad Sbaii, presidente dell'Associazione delle donne marocchine in Italia. La seconda è Sumaya al Barq, vicepresidente dell'associazione dei giovani musulmani in Italia.
Il "no" di Souad
"La Francia ha fatto bene a vietare il velo nelle scuole. Gli integralisti islamici oggi vogliono il velo, domani chiederanno la scuola separata come è già stato chiesto in realtà francesi. E allora, che facciamo? Separiamo tutto, così non c'è più comunicazione e dialogo fra l'uomo e la donna? Il velo è solo la punta dell'iceberg. Gli islamisti non vogliono che le donne seguano le lezioni di storia perché si parla dell'Occidente, di Israele ecc. Non vogliono che le donne seguano corsi di biologia, di educazione sessuale. Sono rivendicazioni inaccettabili.
Questa legge è una salvezza per le donne e le ragazze alle quali viene imposto il velo dal loro ambiente comunitario e familiare. È una tutela per noi che non lo portiamo. Sembra strano, ma siamo noi che non portiamo il velo ad essere discriminate. Succede anche qui in Italia fra le donne musulmane: chi non porta il velo viene considerata una donna di facili costumi. La mia paura è che con il dilagare del fondamentalismo islamico siamo noi a non essere più libere di non indossarlo. Il velo spesso non viene portato con una convinta fede islamica, ma è a volte una provocazione e una propaganda religiosa. Esso non è un "fard", un obbligo, un precetto, ma una prassi tradizionale e le donne che non lo portano non sono per forza cattive musulmane".
Il "sì" di Sumaya
"Questa legge ci ha molto deluso. Noi a Milano abbiamo fatto un sit-in davanti al consolato francese, prima ancora che venisse approvata questa legge per rivendicare il diritto alla libertà religiosa. Ognuno di noi deve essere libero di vivere serenamente la propria fede entro i limiti della decenza e della correttezza nei confronti del prossimo. Il velo è stato spesso definito erroneamente come un simbolo religioso, Ma lo sta diventando a causa delle polemiche che ha suscitato sia al livello politico che culturale. In realtà è solamente un atto di fede nei confronti di una prescrizione divina. Portarlo o meno dipende dal livello di fede che la donna ha rispetto alla propria religione. Comunque non ci deve essere costrizione ma una libera scelta nell'indossarlo. Come studentessa universitaria, se un giorno mi dovessero impedire di entrare con il velo in aula non lo accetterei e combatterei con i mezzi dialettici consentiti dalla democrazia per far valere il mio diritto di vestirmi come voglio.
Deve essere chiaro che non ci può essere né l'obbligo di toglierlo né l'imposizione di metterlo. Lo dice anche la religione islamica: "non vi è costrizione nella fede". E quindi è di per sé una contraddizione voler imporre alle donne di portare il velo.
Noi come giovani musulmane dobbiamo adottare delle posizioni chiare e renderle pubbliche per denunciare atti come l'infibulazione, come la costrizione delle donne a portare il velo e altri comportamenti che ledono i diritti delle donne.
Il velo di per sé non permette di misurare il grado di adesione all'islam. Io ho conosciuto ragazze che non portano il velo ma che spiritualmente sono più elevate di ragazze che lo portano. È relativo. Una credente deve essere libera di metterlo o di non metterlo".
Velo a parte, la libertà d'opinione di cui dispongono oggi le donne musulmane che vivono in Occidente dovrebbe permettere loro di porre con enfasi questioni legate al proprio ruolo all'interno della famiglia e della comunità stabilita in un contesto non musulmano. La poligamia, il diritto di successione (che consente all'uomo d'ereditare il doppio della donna), i matrimoni misti (per i quali la tradizione islamica impedisce alle donne di sposare un non musulmano, mentre l'uomo lo può fare): queste sono tutte questioni che riguardano i diritti delle donne, velate e non. E senza un contributo decisivo delle donne, velate e non, queste questioni rimarranno taciute.
Mostafa El Ayoubi