Plausi, prudenze, stroncature: la proposta del ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu, il 21 gennaio scorso, di intavolare un dialogo con l'islam moderato italiano suscita le reazioni più disparate. La parola ai musulmani italiani e agli osservatori dell'islam nostrano.
"Io cerco di capire la comunità islamica italiana per trovare al suo interno interlocutori rappresentativi e attendibili. Di certo non voglio lasciarla in balìa delle sue molte anime e voglio invece offrirle una via nazionale al dialogo e alla ricomposizione". Sono testuali parole del ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu che in un'intervista al quotidiano la Repubblica, il 21 gennaio scorso, si è detto disponibile ad aprire un tavolo di trattative con i musulmani in Italia per dare loro una struttura organizzativa e cercare di risolvere lo spinoso problema della rappresentatività che si pone come insormontabile ostacolo al loro riconoscimento giuridico da parte dello Stato italiano.
Pisanu sembra aver preso atto che un terzo della comunità immigrata in Italia sia composta da musulmani: "Non vogliamo che il suo insediamento sia ostile, o estraneo, o indifferente allo Stato italiano. Per questo ce ne occupiamo con spirito di tolleranza, ma anche con grande attenzione alla nostra identità e ai nostri ordinamenti. L'Islam italiano deve armonizzarsi alla realtà italiana. Perciò anche noi vogliamo fare la nostra parte senza lasciare ad altri la possibilità di condizionare dall'esterno questa operazione". Il ministro si riferisce chiaramente al controllo da parte di governi arabi islamici o di movimenti islamici radicali esercitato sulle moschee e sui loro centri islamici di riferimento.
Il responsabile del Viminale, sollevando il problema della precarietà organizzativa della giovane comunità islamica, ha affermato che "fino a quando mancherà un interlocutore rappresentativo e affidabile, mancherà la condizione di base per avviare l'Intesa. Nel frattempo si possono però fare passi importanti. Penso innanzitutto alla legge, ora all'esame del parlamento, che dovrà garantire, allo stesso tempo, libertà di associazione religiosa e singoli statuti pienamente compatibili col nostro ordinamento. E penso anche a provvedimenti specifici che rispondano concretamente ad esigenze proprie dei musulmani (cibi halal, assistenza religiosa negli ospedali e nelle carceri, aree autonome per la sepoltura, eccetera). In questo modo fugheremo ogni sospetto di discriminazione e toglieremo argomenti ai gruppi estremisti". Quello del ministro è un esplicito riferimento al disegno di legge sulla libertà religiosa, già approvato dalla commissione Affari costituzionali, e che, secondo Alessandro Bondi di Forza Italia, relatore della medesima commissione, in una dichiarazione resa pubblica il 12 febbraio scorso, sarà discusso in parlamento entro quest'estate.
I musulmani, consapevoli del fatto che l'Intesa con lo Stato non sarà per domani, affidano le loro speranze a questa nota legge sulla libertà religiosa che da anni passa dalle mani di un governo all'altro. La proposta di Pisanu rappresenta per loro una novità assoluta. In questo senso, le organizzazioni islamiche hanno accolto con favore l'iniziativa del ministro dell'Interno.
L'Ucoii
In merito alla questione, Nour Dashan, presidente dell'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii), ha dichiarato: "Se d'Intesa per ora non si può parlare, lo si potrebbe fare nell'ambito della legge "Sulla libertà religiosa". La legge ordinaria, di per sé non risolutiva della questione islamica in Italia, darebbe alcune risposte normative e costituirebbe una prima certezza di diritto che tuttavia solo l'Intesa, costituzionalmente irrinunciabile, potrebbe definitivamente sancire. Ci rendiamo conto che le preoccupazioni del ministro sono rivolte anche all'ordine pubblico e alla sicurezza interna, ma nonostante tutto ci pare di poter affermare che su quel versante le comunità e la stragrande maggioranza dei musulmani in Italia hanno sempre dato prova di lealtà nei confronti dello Stato e grande rispetto delle istituzioni democratiche".
La Lega musulmana mondiale
"Come Lega musulmana mondiale-Italia", ha dichiarato Omar Camilletti del direttivo di questa organizzazione, "lavoriamo per l'affermazione del pluralismo. Bisogna insistere sulla gestione trasparente delle moschee e sulla formulazione di programmi culturali aperti alla società italiana. Su questi temi bisogna cercare gli interlocutori credibili. Io chiederei al governo di prendere una iniziativa in grado di colmare il vuoto di comunicazione fra islam ragionevole e istituzioni, creando una "commissione consultiva di musulmani italiani", non finalizzata al negoziato di una intesa con lo Stato - sia ben chiaro! - ma per approfondire le questioni legate alla presenza islamica in Italia, i suoi bisogni e la sua organizzazione".
La Coreis
Commentando il patto proposto da Pisanu, 'Abd al-Wahid Pallavicini, responsabile della Comunità religiosa islamica (Coreis), ha dichiarato che la Coreis considera l'iniziativa in maniera estremamente positiva: "È da tre anni che la nostra organizzazione attende di avere finalmente riconosciuta quella rappresentatività nei confronti dei musulmani italiani. La Coreis è l'unica che ha fatto tutta la pratica per il riconoscimento giuridico come ente morale ed eventualmente potrebbe passare all'Intesa che può essere fatta da enti riconosciuti dallo Stato. Per il momento sappiamo che gli unici enti riconosciuti dallo Stato sono la Coreis, "insh' Allah" (se Dio vuole!) e la grande moschea di Roma, la quale, però, è retta da un consiglio di amministrazione per la maggior parte formato da ambasciatori, i quali sono cittadini stranieri e come tali non hanno la possibilità di fare un'Intesa con lo Stato italiano, perché allora non sarebbe più un'Intesa ma una specie di patto internazionale".
I musulmani "free lance"
Non tutti i musulmani giudicano in maniera positiva il patto Pisanu. È il caso del prof. Giulio Hassan Soravia dell'Università di Bologna, membro dell'ormai dissolto Consiglio islamico d'Italia: "È la solita vecchia storia. Suona un po' come un alibi. Esiste una forte resistenza da parte delle istituzioni, che nicchiano da tempo. Attualmente hanno avuto gioco facile perché anche il Consiglio islamico, quando esisteva, era abbastanza impresentabile, con personaggi imposti dall'Ucoii. Mi pare insomma che questo tipo di impostazione nuova che si vuole dare rappresenti un'altra faccia dell'alibi che si crea per evitare che le cose cambino. A me sembra che le istituzioni non vogliono che le cose cambino, ma non possono dirlo. Ma devono dire in qualche modo che si fa qualche cosa, dato che da parte musulmana non si fa niente. Loro tirano fuori dal cappello a cilindro il famoso coniglietto dicendo: "Cerchiamo le persone presentabili". Però funziona poco perché intanto bisogna vedere se la rappresentatività c'è, siamo ancora carenti su questo punto; e poi non saremo accettati se coinvolgiamo certi personaggi piuttosto che altri. Mi sembra un ennesimo gioco per far vedere che le istituzioni hanno una buona volontà, e vogliono fare bella figura sapendo che poi tanto non ne viene fuori niente. Sarebbe opportuno che le varie organizzazioni fornissero (ammesso che ne siano capaci) degli elenchi. Ma anche qui c'è un grosso problema. Quali sono le organizzazioni rappresentative? Salta sempre fuori l'Ucoii che dice: "Siamo gli unici che rappresentino qualche cosa"; la Coreis dice la stessa cosa; la latitanza del Centro culturale islamico - Grande Moschea, è ben nota: è difficile quindi parlare di rappresentanza. La cosa intelligente da fare sarebbe quella di creare una tavola di discussione dove si invitano alcune persone note, ma non per intavolare un discorso sull'Intesa, ma per chiarirsi un po' le idee. L'uscita di Pisanu è abbastanza strumentale: in questo clima di preparativi alla guerra nel Golfo, vuole far capire che il governo non ce l'ha con tutti i musulmani ma solo con quelli cattivi; con quelli buoni si può dialogare. Un po' come la storia degli indiani d'America: "Con gli indiani buoni si può parlare, peccato che siano tutti cattivi"".
La valutazione degli esperti
Entusiasmo e prudenza anche da parte degli osservatori del fenomeno islam in Italia. Molti considerano l'iniziativa di Pisanu un segnale di apertura nei confronti della comunità islamica. Silvio Ferrari, giurista dell'Università di Milano, sottolinea che "non si tratta di un'Intesa ai sensi dell'art. 8 della Costituzione, ma di un patto di tipo politico per crearsi una controparte con cui dialogare. È una cosa opportuna ma nello stesso tempo comporta dei rischi. Opportuna perché non ci sono molte alternative alla creazione di un islam europeo e quindi di un islam che condivida alcuni principi fondamentali della tradizione culturale europea. I rischi sono che succeda un po' quello che è successo in Belgio, cioè che il governo intervenga nella formazione della rappresentanza musulmana legittimata in una maniera che si può definire giurisdizionalista, ovvero creandosi lui una controparte sulla base dei propri desideri e necessità. Invece deve essere una controparte che sia effettivamente rappresentativa. Il problema di fondo mi sembra quello di valutare l'effettiva rappresentatività di ogni controparte che si va a creare. Se creano un fantasma, possiamo fare tutti i patti con il fantasma, ma non servono a nulla. Detto ciò, mi sembra che la strada valga la pena di essere battuta perché non vedo molte alternative".
Il 12 febbraio scorso i musulmani di tutto il mondo hanno festeggiato Aid al adha (la festa del sacrificio, la più grande festa religiosa musulmana, che ricorda il gesto di Abramo che voleva sacrificare a Dio suo figlio Ismaele). Lo stesso giorno, a Roma, si è svolto un dibattito sulla presenza del musulmani in Italia, organizzato dalla fondazione A buon Diritto che fa capo all'ex senatore Luigi Manconi. All'incontro erano presenti diversi esponenti del mondo politico e istituzionale italiano, fra cui il presidente del Senato Marcello Pera e lo stesso Pisanu.
In questa occasione Pera ha ribadito la necessità di collaborare con i musulmani moderati e nello stesso tempo combattere quelli estremisti.
Ciò che ha sorpreso è che a quel dibattito il ministro Pisanu non ha preso parte, rimanendo seduto in prima fila come semplice uditore. Come interpretare questo silenzio del titolare del dicastero del Viminale? È un passo indietro imposto da alcuni partner della maggioranza? Oppure si tratta di una prudenza dettata da esigenze diplomatiche alla vigilia della guerra contro l'Iraq?
Mostafa El Ayoubi