«Aiutateci, non lasciateci soli»

Per il quinto anno consecutivo "Confronti" ha ospitato un gruppo di testimoni di pace israeliani e palestinesi: uomini e donne della società civile dei due popoli, in vario modo impegnati per la pace e il dialogo. Se possibile, la loro situazione si è fatta ancora più difficile. Molti, troppi hanno rinunciato alla speranza della pace.

Dico a voi uomini
a voi donne
a voi sceicchi, rabbini e cardinali
a voi infermiere e tessitrici
è già troppo che aspettate.
Nessun postino bussa
alle vostre porte
per portarvi da oltre lo steccato
le lettere che aspettate.
Dico a voi uomini
a voi donne
non aspettate più non aspettate.
Scrollatevi di dosso il sonno
e scrivete voi le lettere
che aspettate.

Samih Al Qasim, poeta palestinese

È l'altra faccia del conflitto: spesso ignorata, più spesso accusata di tradire gli interessi del proprio governo, della propria religione, della propria nazione. È quella rete di "testimoni di pace" palestinesi e israeliani convinti che la guerra non sia l'unico, necessario destino del Medio oriente ma che, al contrario, esistono anche altre strade: si tratta di spianarle e di percorrerle con coraggio. A febbraio, per il quinto anno consecutivo, Confronti ha invitato in Italia un gruppo di persone impegnate, in diverso modo, a promuovere iniziative di dialogo e di pace. Alcuni di essi erano legati ad associazioni laiche e politicamente caratterizzate come Peace Now, l'organizzazione storica del pacifismo israeliano: così Elon Portugaly, ricercatore universitario nel campo informatico. "Per noi è un momento molto difficile - ammette - nel quale subiamo i contraccolpi di una grave sconfitta elettorale, persino peggiore del previsto. Del resto non poteva essere diversamente: la prolungata presenza del partito laburista nel governo Sharon ha reso vaga e pallida ogni reale alternativa di pace; l'assoluta maggioranza della società israeliana si è convinta che siamo in guerra e che non c'è alcuna alternativa alla politica delle ritorsioni militari, delle distruzioni delle abitazioni, della chiusura dei territori. Siamo stati sconfitti culturalmente, oltre che politicamente".

Un quadro molto negativo, che però non risparmia critiche neanche alla leadership palestinese: "Dopo due anni di intifada ci aspettavamo un segnale da parte di Arafat e dei suoi: non è arrivato". "Non poteva arrivare" gli fa eco Yael Artzi, un'ebrea israeliana attiva nel "Circolo dei genitori", un'associazione che raccoglie persone che a causa del conflitto hanno perso dei familiari. Questa associazione, che conta oltre duecento membri di parte israeliana, ha cercato e costruito dei contatti con analoghi gruppi palestinesi. Dal loro rapporto è nato il Forum delle famiglie in lutto, israeliani e palestinesi che hanno pagato il prezzo più alto al conflitto in corso e che, ciononostante, non rinunciano al dialogo e ad una speranza di pace. Yael non è giovanissima e forse anche per questo ha parole molto dure nei confronti di Sharon e Arafat: "Sono le due facce dello stesso problema - afferma - e non ci sarà pace finché l'uno e l'altro non saranno politicamente fuori gioco". Yael ha poco più di cinquant'anni ed ha già visto tre guerre: una di esse le ha tolto il marito, che era un pilota militare. "Ma era un uomo di pace - racconta - ed ha sempre difeso l'idea della pace in cambio dei territori occupati nel 1967, anche se per quei territori aveva combattuto". Oggi Yael è una giovane pensionata, con tre figlie e cinque nipotini: le attività del Forum le riempiono la giornata. Questo organismo, composto da persone psicologicamente provate e ferite, riesce infatti a promuovere una serie di iniziative: "cerchiamo di scrivere ai giornali - racconta - o di organizzare degli incontri per gli studenti e gli insegnanti. Ma oggi il nostro impegno più importante è col telefono. Sì, col telefono. Abbiamo attivato un numero verde che consente a un qualsiasi israeliano o a un qualsiasi palestinese di mettersi in contatto, conoscersi, spiegarsi, tirare fuori i propri problemi, la propria rabbia, i propri bisogni: lo slogan con cui abbiamo lanciato questo progetto è "Smetti di sparare. Inizia a parlare". Questa linea telefonica sempre aperta è un modo per restare in contatto e per costruire dei rapporti dal basso mentre, a livello politico ed istituzionale, il fossato di separazione tra i due popoli si fa sempre più ampio".

Insieme a Yael è giunto in Italia anche un palestinese attivo nel Forum, Ghazi Brigieth: un uomo semplice ed entusiasta di quello che fa, nonostante il conflitto lo abbia privato di due fratelli: "sono stati uccisi nel 2000 e nel 2002 - racconta - mentre stavano cercando di andare a lavorare. Tutti e due erano giunti a un posto di blocco e ad un certo punto i militari hanno iniziato a sparare". Non deve essere facile la posizione di Ghazi: nelle sue parole si coglie qualche difficoltà di rapporto con i suoi stessi parenti che non capiscono perché si ostini a collaborare con degli israeliani. La legge morale e politica della guerra non lo consente, non ammette defezioni, ogni contatto col "nemico" è un tradimento.

"Il mio problema inizia a casa - spiega -. La mia gente non capisce: loro dicono "guarda gli ebrei che cosa ci hanno fatto". E io cerco di spiegare che no, non è così. Non sono "gli ebrei" che uccidono i palestinesi, che distruggono le nostre case e ci costringono al coprifuoco. Non sono neanche "gli israeliani". È l'esercito, è il governo".

"Se non ci si capisce all'interno di ciascuna società, è ancora più difficile capirsi tra i due popoli - sottolinea Elon Portugaly. Gli israeliani non vedono i palestinesi: non vedono la loro sofferenza, le loro paure, il travaglio interno. Non vedono le loro facce. Vedono solo gli attentatori, sentono solo le minacce di distruzione di Israele. Non vedono uomini e donne, vedono solo il nemico. E specularmene, i palestinesi non vedono gli israeliani, con le loro paure, le loro divisioni e i loro sogni. Vedono solo l'esercito, ascoltano solo i messaggi arroganti del governo o le parole velenose di chi vive negli insediamenti. Come pretendiamo di fare la pace se non riusciamo neanche a guardarci in faccia?". Ma come è stato possibile che si arrivasse a questo punto? Come è accaduto che in due anni mezzo si distruggesse quel patrimonio di fiducia, di rapporti e di cooperazione che pure si era accumulato negli anni del processo di pace? "Una delle ragioni per cui il processo di Oslo è fallito - risponde - è che puntava tutto sulla dimensione politica, trascurando invece gli aspetti sociali e culturali della pace. Ma la pace non si costruisce con un trattato: nasce dal basso nella fiducia, nella conoscenza, nel dialogo. Ed oggi questa deve essere la nostra strategia".

Dall'azione politica al dialogo sociale: potrebbe essere questo il cambiamento di strategia del pacifismo israeliano in un momento difficile come quello che sta attraversando. Certo molto dipenderà dell'evoluzione del quadro generale, ma la strada sembra andare nella direzione giusta.

Ce lo conferma un altro "testimone" del gruppo di Semi di pace: Mostafa Qossoqsi.
"Come psicologo, mi sto specializzando sul campo, soprattutto lavorando su bambini colpiti da traumi causati dal conflitto. Le statistiche sono allarmanti: negli ultimi due anni, sia tra i ragazzi israeliani che tra quelli palestinesi, abbiamo potuto registrare un incremento del disagio psicologico ordinario, pari al 50%. È un dato altissimo ed allarmante: basti pensare che in situazioni come il Kosovo postbellico il tasso di incremento del disagio è stato pari al 25%, grosso modo la media di altri paesi che hanno vissuto un conflitto".

"È triste e doloroso ma israeliani e palestinesi sono due popoli feriti e confusi - gli fa eco Sami Basha - e l'unica strada che riesco a immaginare è quella di un percorso educativo e culturale che ci aiuti a conoscere l'altro. Lezioni sull'alterità, sull'importanza del rapporto con l'altro proprio per definire se stessi sono oggi di estrema attualità. Rileggiamo insieme Martin Buber, "israeliani e palestinesi". Martin Buber, l'intellettuale ebreo che valorizzò la tradizione mistica dei chassidim ed al tempo stesso recuperò il principio filosofico e spirituale del dialogo: l'ebreo, insomma, che cercò la sintesi tra l'identità e l'alterità, tra ciò che siamo e ciò che sono coloro che ci stanno di fronte. Non è quindi un caso se Martin Buber è stato spesso citato da un altro dei testimoni di Semi di pace, il rabbino Yehuda Stolov. Oggi è direttore dell'Associazione di incontro interreligioso, un importante organismo regionale di dialogo tra ebrei, cristiani e musulmani: un fiore raro e prezioso nel deserto di un conflitto in cui troppo spesso si pronuncia il nome di Dio per giustificare la violenza ed il terrore. "La nostra associazione - spiega - è nata poco più di un anno fa con un preciso obiettivo: favorire l'incontro spirituale tra ebrei, cristiani e musulmani mettendo il nostro dialogo a servizio della pace. Vede, in Terra Santa c'è una strana schizofrenia: da una parte ci sono i laici, ebrei o palestinesi non fa grande differenza, che si impegnano a costruire iniziative di piazza a sostegno del dialogo e del negoziato ma del tutto disinteressati a un discorso spirituale; dall'altra ci sono i religiosi, alcuni dei quali genuinamente interessati al dialogo con credenti di altre tradizioni ma molto lontani dai temi politici, anzi decisamente contrari ad affrontarli. La nostra associazione vuole mettere insieme queste due esigenze intrecciando dialogo interreligioso ed azione per la giustizia e la pace. È un percorso difficile ma molto importante".

Stolov è un uomo gentile e mite e non userebbe mai la parola "nemici". Eppure la sua associazione ne ha molti. Il fatto stesso che ebrei, cristiani e musulmani si trovino per ragionare insieme di religione, spiritualità e fatalmente anche di politica è la prova in sé che il dialogo è possibile e che quello fondamentalista non è affatto l'unico volto delle religioni in una situazione di conflitto. Certo, chi dialoga rischia. "Noi siamo in guerra con chi tradisce il vero islam - risponde lo sheikh Ghassan Manasra, un dotto musulmano stimato e riconosciuto internazionalmente che partecipa con entusiasmo all'Associazione di incontro interreligioso. "Abbiamo fatto popoli e tribù diversi affinché vi conosceste", recita il Corano - puntualizza - ed è un chiaro riconoscimento del pluralismo religioso e del dialogo con le altre fedi. Di più: questo verso afferma che la differenza, anche religiosa, tra gli uomini è volontà di Dio e che pertanto per un vero musulmano il dialogo non è un'opzione ma un obbligo. Il problema non è il Corano, ma la sua interpretazione e la sua strumentalizzazione a fini politici. I fondamentalisti vogliono distruggere ebrei e cristiani, ma in realtà stanno distruggendo l'islam". Non capita spesso di ascoltare parole così chiare e nette. Manasra appartiene alla tradizione sufi, quella dei grandi mistici, ma non sembra essere questa la voce maggioritaria dell'islam mediorientale: "Non è la voce più amplificata - replica Manasra, non è quella che troverete sui giornali e ripetuta nelle televisioni, siano quelle occidentali o quelle arabe: ma l'islam sufi ha solide tradizioni in tutta la regione mediorientale ed è maggioranza nella tradizione e nella coscienza della gente".

Questi i testimoni di Semi di pace che Confronti ha ospitato a febbraio, organizzando loro affollati incontri in varie città italiane e svizzere. Come sempre è stata un'esperienza avvincente e stimolante anche se faticosa e, quest'anno, resa amara dai venti di guerra che si aggiungono alla tempesta mediorientale. Sperare nella pace tra israeliani e palestinesi, oggi, è più difficile. Eppure non abbiamo diritto al pessimismo, almeno così ci hanno detto i nostri interlocutori mediorientali: "Dobbiamo essere pronti per il giorno dopo, il giorno in cui finalmente ci sarà un nuovo accordo di pace - ha ripetuto Elon Portugaly -. È lontano ma non può non arrivare. E non sarà un giorno meno difficile di quelli passati: noi dobbiamo essere pronti, dobbiamo avere canali aperti di dialogo e cooperazione dal basso perché la pace vera non la fanno i leader politici. La fanno i popoli. Per questo vi chiediamo solo una cosa: non lasciateci soli".

Paolo Naso