Colombe in Vaticano

"Missione" del card. Etchegaray a Baghdad ove incontra Saddam Hussein. Il papa riceve il vice-premier iracheno Tarek Aziz e il segretario dell'Onu, Kofi Annan. A tutti la Santa Sede ripete che il conflitto si può evitare, purché ogni Parte - soprattutto Usa ed Iraq - rispetti pienamente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza.

Wojtyla non si dà pace - è il caso di dirlo - che sia la guerra l'esito ultimo ed inevitabile del contrasto Usa-Iraq. E perciò nella seconda decade di febbraio ha mandato a Baghdad, come "inviato speciale", il cardinale Roger Etchegaray; ha incontrato il vice-primo ministro iracheno Tarek Aziz; ha ricevuto in udienza il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan; e, mentre (20 febbraio) chiudiamo questo servizio, si appresta a fare qualche altra mossa.

Come si evolverà la situazione? Intanto riepiloghiamo fatti pur noti che però, insieme, danno una migliore visione d'insieme.

La missione di Etchegaray a Baghdad
Il 9 febbraio il portavoce vaticano, Joaquín Navarro-Valls, rendeva noto che l'indomani sarebbe partito per Baghdad il card. Etchegaray - francese, 80 anni, già presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace - accompagnato da mons. Franco Coppola, della Segreteria di Stato. Scopo della "missione" era di dimostrare a tutti la sollecitudine del papa "a favore della pace ed aiutare poi le Autorità irachene a fare una seria riflessione sul dovere di una fattiva cooperazione internazionale, basata sulla giustizia e sul diritto internazionale, in vista di assicurare a quelle popolazioni il bene supremo della pace".

In Iraq il porporato aveva una serie di incontri, sia con autorità politiche che con la comunità cattolica di rito caldeo (alla quale appartiene lo stesso Aziz). Nel frattempo il vice-premier il 14 febbraio era ricevuto dal papa, ed incontrava anche i vertici della Segreteria di Stato. Gli incontri in Vaticano - si apprendeva - "hanno consentito un ampio scambio di vedute sul noto pericolo di un intervento armato in Iraq, che aggiungerebbe ulteriori gravi sofferenze a quelle popolazioni, già provate da lunghi anni di embargo. Il Sig. Aziz ha voluto dare assicurazione circa la volontà del Governo iracheno di cooperare con la comunità internazionale, in particolare in materia di disarmo, mentre da parte della Santa Sede è stata ribadita la necessità di rispettare fedelmente, con impegni concreti, le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, garanti della legalità internazionale".

Da parte sua, dopo aver incontrato l'indomani Saddam Hussein, Etchegaray dichiarava: "La Chiesa, secondo la parola di Giovanni Paolo II, si fa portavoce della coscienza morale dell'umanità". E, sui colloqui con il presidente: "Si trattava di vedere se tutto è stato fatto per garantire la pace ristabilendo un clima di fiducia che permetta all'Iraq di ritrovare il suo posto nella comunità internazionale… A nome del papa, oso fare appello alla coscienza di tutti coloro che, in questi giorni decisivi, pesano sull'avvenire della pace. Perché, in definitiva, è la coscienza che avrà l'ultima parola, più forte di tutte le strategie, di tutte le ideologie, ed anche tutte le religioni".

Poi, il 17 febbraio, partendo da Baghdad: "Tra le grosse nubi che si sono accumulate in questi tempi, si fa una piccola schiarita. Ma che nessuno abbassi le braccia… Sì, la pace è ancora possibile in Iraq e per l'Iraq. Riparto per Roma gridandolo più forte che mai".

Pace reale, o quiete prima della tempesta?
Il 18 febbraio il papa riceveva Kofi Annan, segretario generale delle Nazioni Unite. Nel loro colloquio - informava un comunicato - essi "hanno potuto esaminare i diversi aspetti della critica situazione attuale riguardante l'Iraq. Sottolineando il ruolo essenziale delle Nazioni Unite, si è auspicato che possano essere trovate ancora delle giuste ed efficaci soluzioni alle sfide del momento nel rispetto della legalità internazionale di cui l'Organizzazione delle Nazioni Unite è garante. Soluzioni d'altra parte che evitino ulteriori gravi sofferenze a quelle popolazioni, già provate da lunghi anni di embargo".

Ad Aziz, a Saddam, ad Annan la Santa Sede ha detto: la guerra non è inevitabile, se "tutti" (Usa ed Iraq soprattutto) rispettano le risoluzioni del Consiglio di sicurezza (Cs) dell'Onu. Dunque: no alla "guerra preventiva" che George W. Bush ipotizza anche senza l'ok del Cs; molto più tempo, rispetto alla data-limite (1° marzo) voluta da Washington, per gli ispettori dell'Onu in Iraq; distruzione accertata delle eventuali armi di distruzione di massa trovate nel paese arabo.

Ora il problema, per tutti, è se la "piccola schiarita" intravista nella crisi è l'anticipo di una pace certa, giusta e globale, oppure solo la quiete prima di una nuova, tragica, "tempesta nel deserto".

David Gabrielli