In politica nulla può essere dato per acquisito in modo definitivo. Oggi si fa sentire in modo urgente la mancanza di una presenza organizzata delle donne a difesa delle grandi conquiste di civiltà del passato.
Qualche volta le ricorrenze possono essere utili per prendere consapevolezza di un qualche fatto che rimuoviamo, che cerchiamo di ignorare o di cui pensiamo di non essere responsabili. Ecco dunque che al ritorno dell'otto marzo mi trovo a chiedermi: "dove sono le donne"?
Non voglio fare un pianto su come eravamo e non siamo più; su come alzavamo la voce e ora siamo silenziose; non voglio suscitare rimpianti. Semplicemente vorrei prendere atto di una condizione di assenza che ha prodotto mutamenti non indifferenti e forse - purtroppo - sta abituando le nostre sensibilità e la nostra percezione a non vedere più "la differenza" come substrato fondativo della realtà, quella quotidiana e personale e quella politica.
Prendo spunto dal tristissimo caso del ragazzino di Ivrea, suicida per la paura di dover diventare padre, per la paura di non essere in grado di fare il padre, così disperato da trascurare il fatto che il peso che lui rifiutava si sarebbe rovesciato tutto sulle spalle della sua giovane compagna, ragazzina, mamma.
Mi sono chiesta: ma non c'era in quel consultorio la presenza femminile, l'assemblea delle donne prevista dalla legge? Possibile che non sia intervenuto il giudice tutelare (che in caso di minori richiedenti l'interruzione di gravidanza deve intervenire in sostituzione dei genitori che non si desiderano informare) per coordinare il delicato compito di tutelare la psiche di persone così giovani e di cui non è ignota la fragilità? La morte di questo ragazzo pesa sulle nostre coscienze: è come se la nostra assenza avesse aperto davanti a lui la via della scelta senza ritorno. Come pesa sulla nostra coscienza il futuro di questa ragazzina, probabile mamma obbligata.
Chi ha deciso, a dispetto della legge, che in questo caso non si poteva applicare la 194? Non abbiamo parlato fino alla nausea della necessità di una gestione sociale dei consultori?
Evidentemente quelle parole non hanno più suono, non riguardano più nessuno, tanto meno qualcuno pensa ancora di doverne tenere conto. Come più di venti anni fa sembra di doversi misurare con un concetto di bene che solo alcuni sanno come applicare; tristi depositari di una verità compatta e inalterabile nel tempo, applicata sui corpi degli altri con una durezza degna di qualche migliore causa. Se, come si era detto, "il personale è politico", questa è una sconfitta politica per le donne, come sono una sconfitta le infinite difficoltà per avere cure di prevenzione sociale in tempi utili, non a pagamento, nelle strutture pubbliche; come, ancora, sono una sconfitta le mancate realizzazioni di azioni positive verso le giovani madri che lavorano, nella forma di servizi per la prima infanzia.
Non sono episodi scollegati e casuali: rientrano nel quadro di una cultura politica che ci vorrebbe far arretrare sia sulle questioni materiali sia sulle più generali ipotesi di un progetto sociale costruito in nome di una duplice presenza, femminile e maschile, tale da accogliere e valorizzare la ricchezza della diversità e la fecondità del pensiero delle donne. Né è sufficiente a ristabilire un equilibrio la recente approvazione della revisione dell'art. 51 della Costituzione per promuovere pari opportunità di accesso a incarichi pubblici: per ora resta una buona intenzione.
Forse, la delusione per questa minaccia di ritorno a prima del femminismo, che è pesante conseguenza di un clima generale, inconsapevolmente ci porta a rifugiarci in altri territori meno esposti.
La domanda più cattiva: le assenze delle donne sulle problematiche concrete come sui progetti sono forse il segno di un letargo dell'immaginazione e delle speranze di trasformazione, di un sonno che potrebbe anche diventare pericolosamente duraturo?
Dove sono le donne, dove siamo noi donne?
Anna Maria Marlia