Ecumenismo contro la guerra

Gli appelli delle chiese per la pace si moltiplicano di giorno in giorno. Questa volta il "no alla guerra" dei cristiani è davvero (quasi) unanime. E non nasce solo da motivi umanitari, ma anche da valutazioni politiche attente: con uno sguardo al terrorismo e alle sofferenze del Sud del mondo.

Che le chiese invochino la pace non è una novità. Mai, però, lo hanno fatto con l'impegno e l'insistenza di questa volta. Un impegno e un'insistenza che fanno riflettere sia sulla situazione geopolitica di questo inizio di millennio sia sul ruolo e la funzione delle chiese.

I documenti a firma ecclesiastica in favore della pace si moltiplicano di giorno in giorno: non soltanto da Roma - sono quelli che, ovviamente, i media italiani sottolineano maggiormente - ma da tutte le chiese cristiane. Penso, fra i mille testi, alle dichiarazioni di uno dei più diretti interessati, Bob Edgar, segretario del Consiglio nazionale delle chiese americane. Firme a tutti i livelli, dai più elevati ai più modesti. Di fronte al pericolo di una guerra all'Iraq sembra scomparire quella famosa distinzione fra i vertici e le basi che fino a ieri ha caratterizzato la vita di molte chiese cristiane. Ora, di fronte alla guerra, le basi - per così dire - anticipano e confermano. Una nuova unità.

Anche le motivazioni sono interessanti. Si contesta non soltanto la guerra in genere - violenze, morti, stragi, sofferenze - ma "questa" guerra in particolare. Anche se sarà l'Onu a sponsorizzarla.

Un impegno, dunque, molto significativo e certamente non riducibile ad un antiamericanismo che avrebbe contagiato le chiese cristiane. Lo sostengono alcuni (penso a Galli Della Loggia sul Corriere della sera) ma con scarso fondamento: non si può dimenticare il tempo non lontano nel quale il papa rischiava di apparire quasi cappellano della Casa Bianca.

È vero, piuttosto, che le chiese stanno realizzando nuove priorità e nuovi incontri. Si rendono conto, prima di tutto, di quanto la pace debba avere il primo posto e di quanto, invece, la guerra sarebbe contraria a tutto il loro ruolo e rappresenterebbe un sovvertimento radicale della loro predicazione.

Da qui, anche un ecumenismo di segno nuovo. Non un di più, non un'aggiunta accessoria alla vita delle chiese. Lo dice, fra l'altro, il documento contro la guerra inviato a Blair insieme dai due primati d'Inghilterra, l'anglicano e il cattolico. Di fronte al rischio di un'Inghilterra schierata in guerra a fianco di Bush, secoli di storia sembrano scomparire. Si può voltare pagina, in nome della pace. Non certo per applaudire Saddam Hussein o il terrorismo né per prendere le distanze dai comuni fratelli nordamericani, ma soltanto da un loro governo.

In questo comune impegno per la pace - e insieme per i poveri del mondo - le varie chiese cristiane sembrano ritrovare un loro sano protagonismo. In primo piano non tanto una "verità" - dogmatica o etica - che si contrappone ad altre, ma un volto, quello del povero e del sofferente, dovunque si trovi e qualunque sia la sua fede.

Gioverà questo impegno delle chiese a fermare le armi? È difficile dirlo: i tempi nei quali le chiese benedicevano bandiere e cannoni sono ancora troppo vicini.

Filippo Gentiloni