Certamente l'Iraq di Saddam Hussein è una dittatura, però la libertà manca anche in Arabia Saudita, paese dagli Usa considerato "amico". È dunque la "guerra preventiva" la via giusta per portare la democrazia a Baghdad? Il controllo del petrolio "motiva" l'attacco all'Iraq. Saddam, come Bush, è strettissimamente tenuto a rispettare le risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu.
George W. Bush - seguito dai suoi "fans" occidentali - ha via via addotto, e mescolato, diversi argomenti per sostenere la legittimità della "guerra preventiva" contro l'Iraq di Saddam Hussein. Ci pare invece assolutamente necessario distinguere questi motivi, per tentare di sbrogliare la matassa.
Il presidente statunitense ha accusato il "rais" di Baghdad di essere dittatore sanguinario. L'affermazione può, anzi deve, essere senz'altro condivisa: in Iraq non esiste vera libertà di stampa, e se qualcuno per le strade organizzasse una grande manifestazione contro il regime sarebbe arrestato all'istante. È certo che Saddam ha fatto eliminare fisicamente, e brutalmente, molti suoi oppositori politici. La domanda - politica e morale - oggi però non è: "Saddam è un dittatore?" (risposta affermativa), ma un'altra: "È la guerra all'Iraq l'amara medicina adatta per riportare la democrazia nel paese?". Noi rispondiamo di no.
Ma, se gli Stati Uniti ed i loro Alleati rispondono invece "sì", essi allora, logicamente, dovrebbero subito e insieme combattere molte guerre. Una - già che sono nella zona - contro l'Arabia Saudita. Tale paese è una monarchia assoluta il sovrano detiene il potere legislativo ed esecutivo, assistito da un Consiglio consultivo, nominato però dalla Corona. In Iraq, seppure con dei limiti, i cristiani possono vivere, avere chiese e istituzioni; in Arabia Saudita è vietato costruire chiese; e, se qualcuno distribuisse delle Bibbie, sarebbe arrestato. Come sarebbe arrestato ogni oppositore politico della dinastia al potere. E allora? Oppure, secondo Bush & Company, le dittature dei "nostri" (alleati) vanno tollerate, e quelle del nuovo "asse del male" debellate con la forza? Appare evidente, dunque, che non è la volontà di affermare universalmente la democrazia la molla che spinge Bush alla guerra contro l'Iraq. La molla vera è il controllo del petrolio. In prospettiva - non lontanissima - gli Usa rischierebbero il collasso senza il petrolio "estero". Di qui il tentativo (per ora, solo per ora, fallito) di controllare il governo, e quindi il petrolio del Venezuela; di qui la voglia di controllare l'Iraq. Una Baghdad in mani amiche sarebbe un deterrente contro i possibili ricatti "energetici" dell'Arabia Saudita - amica, ma pur sempre patria di Osama bin Laden e di molti suoi seguaci - ed una testa di ponte contro l'Iran, futuro obiettivo del disegno strategico statunitense. Che, se tutto si compirà secondo i desideri, dovrebbe infine sfociare nel controllo, o nello sfascio voluto, dell'Opec (il cartello degli undici paesi produttori di petrolio, senza contare naturalmente Usa e Russia).
Per quanto riguarda il possesso di armi nucleari, oltre ai membri permanenti del Consiglio di sicurezza (Cs) dell'Onu - Usa, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina - le hanno India, Pakistan, Israele, Corea del Nord e, forse, Iran. L'ideale sarebbe che tutti questi paesi le distruggessero. L'Onu, però, ove comandano i Grandi, non lo ha chiesto; ha solo varato, già nel 1968, il Trattato di non-proliferazione nucleare: con esso, chi tali armi non ha si impegna a non cercarle; e chi le ha a non aumentarle, a non usarle per un "primo attacco" e a non cederle a paesi terzi.
L'8 novembre 2002, con la risoluzione 1441, il Cs ha chiesto all'Iraq di eliminare le eventuali armi di distruzione di massa (chimiche e batteriologiche) e di collaborare comunque attivamente con gli ispettori inviati dall'Onu per verificare l'esistenza e, in caso, la distruzione di queste armi. E, come tutti gli altri paesi, anche l'Iraq è tenuto ad opporsi assolutamente al terrorismo.
Deve essere chiarissimo: se vogliono rimanere nella legalità internazionale, in nessun caso gli anglo-americani potranno iniziare la "guerra preventiva" verso l'Iraq senza, o addirittura contro, un esplicito e nuovo mandato ad hoc del Cs; e anche Saddam Hussein (tra parentesi: ben venga, se volontario, o se deciso dalla sua gente, il suo esilio) è strettissimamente tenuto ad osservare le risoluzioni del Cs. Il tempo delle prepotenze, e delle furbizie, dovrebbe essere finito per tutti. Che poi una guerra, pure "legalizzata" dall'Onu, risolva i problemi sul tappeto, è tutto da dimostrare.
E se guerra si vorrà fare, ci risparmiamo almeno la bestemmia di definirla "benedetta da Dio".
David Gabrielli