Il movimento di massa contro la guerra preventiva in Iraq è assai più ampio di quello che si oppose agli interventi militari nei Balcani o in Afghanistan. È ben consapevole delle responsabilità di Saddam Hussein e si pone il problema della caduta del regime. Ma ritiene che non sia la guerra lo strumento per realizzare questo obiettivo. È un movimento, inoltre, che sa dialogare con le forze di pace della società americana. Chi cerca quelli che bruciano le bandiere a stelle e strisce deve andare altrove.
Antiamericani ed amici di Saddam, anzi saddamiti per dirla con l'ironia saccente di Giuliano Ferrara: sono queste le critiche piovute sulle decine di milioni di persone che a metà febbraio sono scese in piazza contro la guerra preventiva in Iraq. Una doppia accusa che non convince e che non va a segno. Questa volta il no alla guerra, che sta disturbando i piani bellici di George W. Bush, non può essere accusato di proteggere un dittatore tirannico e criminale che costituisce una gravissima minaccia alla pace nell'intera area. Chi in questi giorni è sceso in piazza, da Sidney a San Francisco, da Roma a Londra, spera nella caduta di un regime che ha sulla coscienza la persecuzione ed il massacro di centinaia di migliaia di curdi, la sanguinosa guerra con l'Iran, l'occupazione del Kuwait, la repressione di ogni libertà di espressione democratica. Ma, augurandosi la fine di Saddam, milioni di manifestanti hanno voluto dire chiaro e tondo che la guerra - questa guerra - non è la strada giusta per raggiungere questo obiettivo senza creare nuovi, anche più gravi problemi in tutta l'area.
In questo senso arrivo a dire che il movimento di questi mesi non è un movimento "pacifista" in senso proprio: è un movimento per la pace, certo, ma non è a priori contro l'uso della forza. In questo movimento ci sono forze politiche, associazioni, intellettuali che al tempo degli interventi militari contro l'esercito serbo in Bosnia o in Kosovo, o contro le milizie talebane in Afghanistan non espressero un no assoluto ed aprioristico: al contrario alcuni di loro ritennero che in quei casi la comunità internazionale dovesse ricorrere all'uso della forza per fermare eccezionali violenze sulla popolazione civile ed inerte, deportazioni e pulizie etniche. Il giudizio politico ed umano su quegli interventi militari resta ancora molto differenziato: eppure quelli che ieri si trovarono divisi sull'opportunità del ricorso alla forza oggi sono più uniti nel gridare il loro no a questa guerra. Quando si schierano centinaia di migliaia di militari nell'area del Golfo, è evidente che non si ha in mente né un intervento mirato teso a eliminare un dittatore né un'azione di polizia internazionale; si sta preparando una guerra i cui costi umani e sociali ricadranno tutti su di un popolo che, alla disgrazia di una dittatura ventennale vedrà aggiungersi la tragedia di un'altra, violentissima guerra. Questa valutazione è il "senso comune" del movimento di massa di questi giorni: accusarlo di essere l'amico di Saddam è un insulto gratuito, buono per le polemiche televisive di mezza sera, inconsistente sotto il profilo politico.
Come è inconsistente l'altra accusa, quella dell'antiamericanismo. Su queste pagine non ci siamo mai nascosti che in Italia resiste un frusto sentimento antiamericano residuo del paradossale intreccio di cascami fascisteggianti, di un internazionalismo da anni Cinquanta e dell'antico pregiudizio cattolico contro l'America "protestante". Ma quello di questi giorni non è un movimento che brucia bandiere a stelle e strisce o che gioca a demonizzare gli amerikani. È un movimento che guarda all'azione di mediazione di personaggi come Jimmy Carter e che invita come oratrice alla grande manifestazione di Roma la pastora Joan Campbell, già segretaria del Consiglio delle chiese degli Usa: protestante che più protestante non si può, americana che più americana non si può. Certo, il 66% degli americani ritiene necessario un intervento militare per abbattere Saddam Hussein; ma la percentuale scende al 57% se questo intervento non viene autorizzato dalle Nazioni Unite; cala ulteriormente al 50% nell'ipotesi che gli Usa si trovino ad agire da soli. L'America non sta marciando come un sol uomo dietro il suo presidente ed è grave che questo dato emerga a fatica. Questo non è un movimento antiamericano: semplicemente dialoga con personaggi diversi da quelli che oggi plaudono a George W. Bush ed alla sua amministrazione. Affermare come fa Gino Strada, che "Bush è come Hitler" non è solo una storica insensatezza, è anche un errore politico eccezionalmente grave. E tuttavia, dare del criminale a Bush non è dire che lo sono gli Usa o gli americani. Un movimento che sa distinguere la responsabilità di Bush da quelle dei cittadini degli Usa che si oppongono alla guerra non è antiamericano; come non è filoiracheno quando denuncia il regime di Saddam Hussein ma riafferma il diritto alla pace del popolo iracheno.
Contro Saddam, libero da ogni pregiudizio antiamericano, capace di costruire grandi alleanze per la pace e la stabilità della regione mediorientale: su questa linea il movimento delle bandiere arcobaleno potrebbe avere un importante futuro.
Paolo Naso