La grande soddisfazione per il successo dell'iniziativa interreligiosa non deve indurci a ignorare alcuni dei suoi limiti: la scarsa presenza delle donne, innanzitutto, che fa apparire le religioni "l'ultimo baluardo della cultura maschile"; ma anche la scarsa concertazione ecumenica del programma. Perché non pensare, poi, a far vivere lo spirito di Assisi fuori da Assisi, in altre città simbolo di speranza e fraternità?
L'autore è direttore del Segretariato per il dialogo interreligioso della Curia generale della Compagnia di Gesù.
Questa è la terza volta che Giovanni Paolo II invita i leader religiosi ad Assisi a prendere parte a una giornata di preghiera per la pace. Nelle prime due occasioni, nel 1986 e nel 1993, lavoravo al Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso ed ero pienamente coinvolto nella preparazione e nell'organizzazione di quegli eventi. Nel giorno di preghiera dello scorso gennaio ho avuto modo di osservare il processo dal punto di vista, assai più rilassato, di un semplice partecipante piuttosto che di un organizzatore che si occupa dei posti a sedere e che cerca di assicurarsi che ciascuno sia al posto giusto al momento giusto.
La mia prima impressione è che la Giornata di preghiera sia un'idea il cui tempo è maturato. Nell'86 incontrammo resistenza ed opposizione da diversi fronti: cattolici conservatori, alcune componenti delle altre chiese e molti credenti di altre religioni; infatti ci fu soltanto una sparuta partecipazione di musulmani e una persino inferiore di induisti, e anche questi pochi dovemmo cercarli con fatica e pregarli di venire. Un certo numero di singoli cristiani e alcune chiese posero la questione teologica di una preghiera insieme a seguaci di altre fedi. E anche i seguaci di altre fedi avevano le loro riserve. A che cosa mirava il papa? Aveva un obiettivo non esplicito? Anche loro avevano le loro comunità di riferimento con le quali fare i conti. Sarebbero stati accusati, al loro ritorno da Assisi, di sincretismo o di collaborazione con l'"idolatria"?
Quando il papa ha annunziato la Giornata di preghiera del 2002, volevano partecipare così tanti leader religiosi e gruppi che gli organizzatori hanno dovuto limitare drasticamente il numero dei cristiani e rinunciare alla presenza di altre religioni che desideravano prendervi parte. Ci sono molte ragioni che spiegano questo cambiamento. Innanzitutto, in questi oltre vent'anni, Giovanni Paolo II ha dato un forte messaggio che è stato ascoltato ed apprezzato. La sua opposizione alla guerra del Golfo del 1991 fu sorprendente e ben accolta dai musulmani, secondo i quali sotto la sua leadership la Chiesa cattolica si preparava ad assumere una posizione morale indipendente piuttosto che limitarsi a benedire qualsiasi decisione politica fosse presa dai governi occidentali. La credibilità così acquisita rese possibile anche, negli anni seguenti, degli atteggiamenti ancora più clamorosi, quali il ricevimento dallo Sheikh dell'università di al-Azhar al Cairo e l'episodio tanto fotografato della sua passeggiata mano nella mano con lo Sheikh Kaftaro nella moschea di Damasco, nel maggio 2001. Allo stesso modo, la visita del papa in Israele (marzo 2000) e il suo gesto di sensibilità al Muro occidentale di Gerusalemme convinse molti ebrei della sincerità della sua offerta di riconciliazione. Eventi simili a Bangkok, Delhi e Tokyo sembrano essere stati efficaci nel dare l'idea che il papa fosse veramente interessato alla pace, non alla dominazione.
Tuttavia il giorno della preghiera per la pace non avrebbe avuto tanto successo se fosse stato realizzato con la visione di un solo uomo. La presenza ad Assisi di trenta cardinali, incluso il cardinal Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la fede, ha mostrato che nella teologia e nella prassi cattolica non vi è stata nessuna marcia indietro rispetto all'impegno per il dialogo interreligioso. Inoltre, la partecipazione di alto livello di cristiani di altre chiese sottolinea un consenso ecumenico rispetto alla necessità di stare insieme ad altri fedeli per pregare per la pace. L'ortodossia era rappresentata addirittura da un'autorità quale il patriarca ecumenico Bartolomeo; erano presenti anche rappresentanti del Consiglio ecumenico delle chiese, nonché importanti organizzazioni confessionali quali la Federazione luterana mondiale, l'Alleanza mondiale delle chiese riformate e la Comunione anglicana, che insieme manifestavano una solidarietà cristiana nel sostegno alla collaborazione interreligiosa per la pace.
Non solo i cristiani esprimevano il loro desiderio di lavorare con altri per la pace. Era presente un'importante delegazione ebraica internazionale e si è dovuto limitare a 45 il numero dei leader musulmani. Molti autorevoli studiosi e rappresentanti religiosi musulmani hanno dovuto accontentarsi di una partecipazione nella platea, semplicemente perché non c'era posto sufficiente sul podio. Si è dovuto limitare anche il numero dei partecipanti buddhisti, in particolare provenienti dal Giappone. Tutto questo mi dice che c'è un incredibile desiderio per la pace oggi tra i credenti delle varie religioni e una disponibilità a lavorare con gli altri per questo scopo.
Per quanto sia stato un incontro positivo, la Giornata di preghiera di Assisi, come ogni cosa umana, naturalmente avrebbe potuto essere migliore. Il messaggio più efficace è stato visivo più che verbale. Vedere i propri leader seduti assieme a quelli di altre religioni deve aver profondamente impressionato molti semplici credenti, ma gli interventi erano piuttosto prevedibili e sono stati dimenticati in fretta. La mancanza di adeguate traduzioni ha accentuato il problema. Solo chi conosceva bene l'italiano e l'inglese (cosa che non si può pretendere dai leader religiosi di tutto il mondo) era in grado di seguire la maggior parte dei lavori.
La quasi totale assenza di donne sul podio era scandalosa e deve aver convinto ulteriormente molte donne del fatto che la religione è l'ultimo bastione del dominio maschile. Forse quello che serve per il futuro non sono "leader religiosi per la pace", bensì "comunità di credenti per la pace", con ogni religione rappresentata sul podio da una delegazione in cui siano presenti in modo paritario donne, uomini e giovani.
Guardando al futuro, ci si chiede se non ci sia un modo per rendere più inclusiva la Giornata di preghiera. Essendo questa un'iniziativa cristiana, e specificamente cattolica, c'era da aspettarsi che i cristiani avrebbero avuto più tempo a disposizione per parlare. Forse una futura giornata di preghiera, preparata fin dall'inizio da un comitato ecumenico e interreligioso, potrà presentare un programma più bilanciato.
Inoltre, altri aspetti possono essere presi in considerazione. La città di San Francesco ha un alto valore simbolico, specialmente per i cristiani, ma ci si chiede se la Giornata di preghiera non abbia già superato i mezzi limitati di una cittadina come Assisi. A gennaio la piazza era gremita, con scarsa visibilità, mentre a tratti era praticamente impossibile sentire cosa accadeva, tra il vento che sbatteva il tendone e la traduzione simultanea inesistente. Assisi si è identificata in modo ammirevole nella Città della Pace, ma è veramente l'unica candidata a questo titolo? Non si può pensare ad una futura giornata della pace a Sarajevo, Hiroshima, Coventry, Auschwitz o magari a Manhattan all'ombra delle rovine delle Torri Gemelle; o in Turchia, a Konya, la città di Mevlana Rumi (il mistico musulmano che nel secolo XIII ispirò i Dervisci danzanti); o Varanasi, città sacra agli indù e ai buddhisti, oppure nella travagliata e contesa Gerusalemme?
La Giornata di preghiera per la pace è stata un considerevole passo avanti nell'unire i leader religiosi per pregare e lavorare per la pace. Ci ha ispirati e incoraggiati. Ma non è l'ultima parola: abbiamo ancora tanta strada da percorrere.
Tom Michel S.I.