Le diverse comunità religiose italiane esprimono un giudizio largamente positivo sulla giornata di Assisi del 24 gennaio. Lamentando però lo scarso coinvolgimento delle comunità di minoranza italiane, affermano che il più è ancora da fare. Assisi è stato solo un punto di partenza.
"Per qualche anno la giornata di preghiera per la pace di Assisi resterà forse il più ampio e partecipato incontro interreligioso per la pace che si sia mai visto: difficile immaginare, a breve, un appuntamento altrettanto rappresentativo; oltretutto sarebbe inutile e controproducente. Ora, infatti, la sfida non sarà ripetere l'evento di Assisi, ma dargli corpo, dimostrare che i grandi summit sono un punto di partenza e non la tappa conclusiva del percorso di pace sul quale le comunità religiose dicono di volersi incamminare". Lo dice con chiarezza mons. Piero Coda, docente alla Pontificia università lateranense e tra i massimi esperti di dialogo interreligioso: "Una chance molto importante è il cosiddetto Spirito di Assisi. La "S" è maiuscola, lo Spirito che soffia, converte e indica delle strade. Dall'incontro di Assisi del 1986 sono nate delle iniziative di dialogo interreligioso promosse anche da altre comunità di fede: penso, ad esempio, al monastero buddhista giapponese sul monte Hiei dove si è consolidato un appuntamento annuale di confronto e dialogo interreligioso. Bisogna dare spazio alla creatività: le chiese devono avere più coraggio, soprattutto a livello locale. In Italia, poi, sentiamo l'esigenza di occasioni di incontro e di azioni comuni che mi pare stiano germinando a livello di base, ma sono ancora troppo minoritarie".
Giusto e necessario, quindi, insistere sul bilancio di quella giornata: largamente positivo, pur con qualche "distinguo", come già scrivevamo sullo scorso numero, eppure da approfondire in rapporto a quello che potrà e dovrà produrre, come sottolinea il teologo protestate Paolo Ricca (vedi intervista a pag. 17). Soffermiamoci allora sulle reazioni delle comunità religiose italiane.
"Lavoriamo perché questa occasione di incontro non resti isolata - sottolinea ad esempio Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane - ma abbia un seguito. Sarebbe utile, ad esempio, istituire delle commissioni bilaterali tra le diverse confessioni per affrontare temi di comune interesse". Insomma dall'evento al laboratorio.
Per gli ebrei italiani, la presenza ad Assisi non era una novità: altro discorso per i musulmani.
Nel 1986, quando papa Wojtyla convocò il primo incontro interreligioso di Assisi, la comunità islamica in Italia costituiva una minoranza religiosa quasi invisibile sia dal punto di vista sociale che politico. Rispetto ad allora, numericamente questa comunità oggi è più che triplicata - oltre 700 mila musulmani, di cui circa 50 mila sono cittadini italiani - e comincia a rivendicare con forza il suo diritto di essere riconosciuta come una comunità religiosa a pieno titolo.
L'incontro di Assisi del 24 gennaio scorso è stato accolto con grande entusiasmo da parte dei musulmani in Italia; fra il pubblico che ha assistito da vicino alla cerimonia erano presenti uomini e donne musulmane di prima e di seconda generazione. Tuttavia, fra i protagonisti sul palco, insieme al papa, non c'era nessuno di loro. E com'è andata questa "prima volta"? "I musulmani d'Italia ritengono l'incontro largamente positivo -risponde Omar Camilletti, della Lega musulmana mondiale - Italia. - Di contro a chi preconizzava un'eclisse del sacro si assiste sempre più ad un ritorno nella sfera pubblica delle tradizioni religiose; la loro capacità di indicare percorsi etici anche in un mondo secolarizzato è una risorsa. Le occasioni di dialogo fra esponenti di tali tradizioni sono preziose dopo l'11 settembre, soprattutto quando sono superate logiche strumentali o ancor peggio confusioni sincretistiche".
«È stato un evento altamente simbolico - gli fa eco Hamza R. Piccardo, il Segretario generale dell'Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). - Secondo noi musulmani, l'intenzione era quella di cercare negli altri uomini delle altre fedi, che dispongono di una coscienza spirituale, un interlocutore valido per poter lottare insieme contro le aberrazioni che affliggono il mondo oggi: le guerre, il terrorismo, le diverse forme di modificazione degli equilibri politici, dei diritti civili, delle garanzie costituzionali e così via. In questo senso, noi siamo andati ad Assisi nella speranza che potesse essere un volano forte per poter poi superare eventuali contraccolpi da parte di chi nelle stesse comunità religiose, invece, lavora per la separazione, lavora per porre ostacoli fra uomini e credenti e usa la religione come strumento di divisione e non come strumento di superamento delle divisioni fra gli uomini. A noi è sembrato di capire che l'iniziativa sia stata fondamentalmente rivolta a noi, ai musulmani nel mondo, per dimostrare che non ci sono contrapposizioni fra il mondo cristiano e il mondo musulmano. E mi sembra che ciò è emerso abbastanza chiaramente nei discorsi di chi è intervenuto. Noi della comunità islamica italiana eravamo presenti ma solo come pubblico. Nessuno ci ha chiesto: "E voi musulmani in Italia e in Europa, come la pensate?"»
Gli fa eco Sergio Yahia Pallavicini, numero due della Comunità religiosa islamica (Coreis), che almeno su questo punto, per una volta sembra concordare con i "fratelli" dell'Ucoii e della Lega: "Come membro e responsabile dei rapporti con il Vaticano della Conferenza islamica europea - ci dice - vorrei far notare il fatto che l'islam europeo non è stato adeguatamente rappresentato: c'è stata una scarsa presenza dell'islam europeo. Forse è stata una scelta di opportunità politica da parte del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Esiste ancora, purtroppo, una certa perplessità da parte del Vaticano a riconoscere la componente occidentale, europea ed italiana dell'islam. Identificare la religione con degli spazi geografici - islam con paesi arabi e con l'oriente - è rischioso perché alimenta la fobia verso le altre religioni in quanto continuano ad essere considerate come straniere. Il cristianesimo è presente in tutto il mndo e questo vale anche per l'islam. Esiste anche un islam europeo e italiano".
Per quanto strano, anche induisti e buddhisti sembrano avere una riserva analoga a quella dei musulmani: "Con molta attenzione e rispetto ci sentiamo di esprimere qualche parola - ci dice Hamsananda Giri, monaca induista dell'ashram Gitanda a Carcare (Savona), il centro più importante che aderisce all'Unione induista italiana - È nostra sensazione che la volontà nella scelta dei rappresentanti religiosi, in qualche caso, favorisca l'idea non corretta di dare ad alcune religioni un'attribuzione etnica. Non erano presenti esponenti occidentali, né tanto meno italiani, in un incontro celebrato in Italia, di religioni quali, ad esempio, il buddhismo, l'induismo, l'islam. Invitare esclusivamente il buddhista tailandese, tibetano, giapponese, o l'induista, che notoriamente non ha gerarchie religiose, di nazionalità indiana sembra voler assegnare un valore etnico a queste religioni e denota, mi si perdoni, una visione un po' retrograda e discriminante verso quegli italiani che hanno abbracciato con entusiasmo queste dottrine e s'impegnano in un grande servizio di diffusione corretta senza proselitismo di questi culti. Sempre ritornando alla "forma", sarebbe molto bello vedere i rappresentanti di tutte le religioni sullo stesso piano, sia fisicamente sia simbolicamente, senza che nessuno "sieda" più in alto degli altri. Sarebbe un bel messaggio di umiltà, cuore di tutte le religioni".
Insomma, a margine di un giudizio complessivo positivo, qualche riserva emerge.
Quanto al futuro, anche Hamsananda sembra affermare che la parte più rilevante dell'evento di Assisi debba ancora realizzarsi: "La speranza è che, oltre al convegno e alla preghiera - afferma - seguano da parte di tutti anche atti concreti verso coloro, e sono molti, che stanno soffrendo per l'egoismo e la cecità di pochi".
Di altro segno, invece, le prospettive indicate dai musulmani della Coreis: "È stato un momento importante per dare un segnale chiaro di come le religioni tradizionali possano confermare la loro totale estraneità da qualsiasi strumentalizzazione violenta della fede. Sarebbe riduttivo associare l'iniziativa di Assisi ai fatti dell'11 settembre - che è stato senza dubbio un momento di terrorismo messo in atto da individui che hanno una visione violenta e faziosa della fede - fatti con i quali l'islam non centra nulla. Ma voglio sperare che prevalga l'interpretazione secondo la quale lo scopo dell'incontro è quello di ridare all'umanità un segnale di convergenza spirituale tra fratelli di diverse fedi che possono pregare come hanno fatto nel 1986, insieme, dando un segnale di pace ad un mondo che forse ha perso un po' la speranza in Dio". Insomma una lettura più spirituale che politica.
È evidente, in conclusione, che qualche malumore c'è stato e che, per raccogliere i frutti seminati ad Assisi, occorrerà un paziente lavoro di ricucitura. Allo stesso tempo servirà misurarsi su temi e fatti concreti: ma le proposte sono ancora vaghe. Che fare? Un'idea la butta giù Amos Luzzatto: "Penso a varie iniziative, ad esempio a un programma di incontro da realizzarsi in Italia tra giovani israeliani e palestinesi. Sarebbe un segnale importante". Certo, lo sarebbe, perché - e non solo per i cristiani - un albero si giudica dai frutti che produce.
Mostafa El Ayoubi