Finché c'è guerra c'è speranza

È tempo di conflitti e, puntualmente, l'industria delle armi cerca i suoi spazi. E la politica risponde, anche generosamente. In poche settimane, infatti, con una procedura d'urgenza ci si avvia a smantellare la legge 185 che controlla i traffici d'armi. Forse si può ancora fare qualcosa. Un intervento del coordinatore nazionale di Pax Christi.

Era costata ben cinque anni di mobilitazioni, raccolte di firme, incontri e iniziative varie dal 1985 al 1990. Graziano Zoni, Eugenio Melandri e don Tonino Bello furono i veri protagonisti di quel cartello denominato "Contro i mercanti di morte" espressione non tanto di una contrapposizione ideologica alla guerra e, di conseguenza, al mercato delle armi, quanto dell'esperienza che tanti volontari e missionari andavano conducendo soprattutto nei paesi più poveri del pianeta dove i conflitti armati venivano alimentati e sostenuti (quando non fomentati) esattamente dai commercianti di armi. Non ultima l'esperienza di Alex Zanotelli che, dati alla mano, verificò e denunciò la politica degli aiuti del nostro governo ad alcuni paesi del Sud del mondo. Spesso le nazioni che erano beneficiarie di aiuti italiani corrispondevano alle stesse nazioni maggiormente acquirenti di materiale bellico italiano. Andreotti e Spadolini, rispettivamente allora presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, protestarono fortemente soprattutto in direzione della Santa Sede fino a causare un pesante intervento nei confronti del direttore di Nigrizia che peraltro non fu mai né denunciato né perseguito per le notizie che aveva diffuso. Fu sulla spinta di queste esperienze che alcune realtà della società civile diedero inizio ad una campagna per un efficace e più trasparente controllo del commercio delle armi. Nel luglio del 1990 finalmente il Parlamento approvò una legge che al primo articolo riferisce: "L'esportazione, l'importazione e il transito di materiale di armamento nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia. Tali operazioni vengono regolamentate dallo Stato secondo i principi della Costituzione repubblicana che ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".

I pregi di quella legge sono sostanzialmente l'aver disciplinato la destinazione delle nostre esportazioni e l'aver stabilito regole rigide di controllo e trasparenza sul commercio bellico. Circa i paesi destinatari si fa divieto di esportare "verso i paesi in stato di conflitto armato, verso paesi la cui politica contrasti con i principi dell'art. 11 della Costituzione, verso i paesi nei cui confronti sia stato dichiarato l' embargo totale o parziale delle forniture belliche da parte delle Nazioni Unite, verso i paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell'uomo, verso i paesi che, ricevendo dall'Italia aiuti ai sensi della legge 26 febbraio 1987, n. 49, destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del paese". Per i meccanismi di controllo è prevista l'istituzione di un registro, di appositi organismi presso il ministero degli Esteri, la collaborazione tra tutti i ministeri coinvolti (esteri, difesa, commercio estero, industria) e una relazione annuale (entro il 31 marzo) del presidente del Consiglio alle Camere per riferire nel dettaglio tipologia e quantità delle armi esportate, paesi destinatari, istituti di credito che sostengono tali operazioni, aziende costruttrici. Una legge, quindi che blinda in maniera quasi perfetta la materia e riesce persino a prevenire l'escamotage della triangolazione per la quale si poteva vendere ad una paese terzo grazie all'intermediazione di una nazione legittimata a ricevere armi dall'Italia. Nessun dubbio che gli industriali del settore non abbiano mai digerito questa legge che taglia in maniera sostanziale le possibilità di mercato perché interdice proprio le aree e le situazioni più… appetibili. Per questo la lobby degli armieri non ha mai smesso di fare ogni tipo di pressione sui governi che si sono avvicendati dal novanta ad oggi per rivedere quelle norme e creare nuove possibilità di commercio. L'occasione finalmente è stata offerta nell'ambito della ratifica di un accordo europeo che, in tema di difesa comune, avverte la necessità di "un comune quadro giuridico-normativo per facilitare la ristrutturazione e le attività dell'industria europea della difesa". L'accordo, è stato sottoscritto a Farnborough il 27 luglio 2000 dai ministri della Difesa di Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna e Svezia e prevede necessariamente l'adeguamento della nostra legislazione a quella degli altri paesi partner. In questo senso vengono annullati pressoché completamente quei meccanismi di garanzia e trasparenza previsti dalla legge 185 sacrificati in nome di una più alta necessità di "competere e collaborare in modo più equilibrato con gli Stati Uniti dove, già a metà dello scorso decennio, l'industria si è fortemente concentrata" (dalla relazione sul nuovo progetto di legge). Per quanto ci riguarda si tratterebbe di un enorme passo indietro della nostra legislazione che è sicuramente molto più avanzata di quella di altri paesi europei e rende meno efficace la competizione sul mercato, ma questo non sembra ragione sufficiente per continuare ad avere sulla coscienza conflitti, vittime e sofferenze indicibili. Un commercio delle armi più aperto significa favorire nuovi conflitti soprattutto nei paesi più poveri del pianeta, vuol dire correre il rischio che quelle armi finiscano anche nelle mani di terroristi senza scrupolo, nei circuiti della criminalità organizzata… insomma si pongono le premesse perché si compiano nuove violenze e nuovi lutti e nuove sofferenze e nuovi rancori e odi che si rincorreranno lungo il corso della storia. Il vero problema è che sono proprio minoranza sparuta le persone e le forze politiche rappresentate in Parlamento a schierarsi a difesa della 185. Minniti e Mattarella sono già intervenuti per conto dell'Ulivo a difendere il progetto di riforma con toni entusiastici, rivendicandone gelosamente una sorta di primogenitura. Occorre che nuovamente la società civile moltiplichi sforzi e impegno per vincere la pressione delle industrie belliche e indurre i rappresentanti delle istituzioni a votare per la pace. Per questo Pax Christi e tanti altri hanno lanciato una campagna perché gli elettori scrivano ai parlamentari dei propri collegi. È un tentativo estremo ma vale la pena spendersi.

Tonio Dell'Olio