Mosca val bene una messa?

L'11 febbraio il papa ha trasformato in diocesi le quattro amministrazioni apostoliche russe. Una scelta ecclesiologica inaccettabile per il patriarcato di Mosca. Eppure, dopo anni di gelo, il patriarca russo Aleksij II, come gesto di buona volontà, il 24 gennaio aveva inviato un suo rappresentante all'incontro interreligioso convocato da Wojtyla ad Assisi.

E' guerra tra il patriarcato di Mosca e la Santa Sede. Una guerra, certo, senza spade e senza fucili, eppure ecclesiologicamente violenta. L'11 febbraio il papa ha cambiato lo "status" delle quattro "amministrazioni apostoliche" esistenti in Russia, ora diventate l'arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca, la diocesi di san Clemente a Saratov (sul Volga), della Trasfigurazione a Novosibirsk e di san Giuseppe ad Irkutsk (ambedue in Siberia). Nel contempo ha creato la provincia ecclesiastica con sede metropolitana a Mosca. Gli "amministratori apostolici" (a cominciare da quello della capitale russa, Tadeusz Kondrusiewicz) diventano titolari delle nuove diocesi.

La "amministrazione apostolica" è una figura giuridica che la Santa Sede utilizza quando, per ragioni pastorali o politiche, in una data zona non giudica opportuno creare una normale diocesi. Il suo titolare risponde direttamente al papa. In concreto, però, non esiste differenza - per l'attività del vescovo e del clero - tra l'una e l'altra istituzione.
Papa Wojtyla creò nel 1991, nell'allora Urss, delle "amministrazioni apostoliche". La decisione raggelò il patriarcato di Mosca, secondo il quale il relativamente piccolo numero di cattolici in Russia (un milione, o poco più) non esigeva affatto la rete gerarchica pensata dal Vaticano. Per la gerarchia russa quello di Roma era un tentativo di "proselitismo" nel suo territorio "canonico" (religiosamente sempre curato dagli ortodossi).

Ad avvelenare i rapporti Mosca-Roma dal 1989 in poi vi è stata anche la questione degli "uniati" (cattolici di rito orientale, forti in Ucraina). Il papa ha difeso con forza i loro diritti, andando anche - contro il parere del patriarca Aleksij II - a Kiev e Leopoli, nel giugno scorso; prova, per la Chiesa russa, della "aggressione" del papato contro l'Ortodossia. Per questo insieme di motivi Aleksij II ha sempre rifiutato di incontrare Giovanni Paolo II.

L'invio ad Assisi, da parte del patriarca, del metropolita Pitirim di Volokolamsk, per la giornata di preghiera per la pace nel mondo, il 24 gennaio scorso (vedi Confronti 2/2002), era dunque un cordiale gesto di disgelo. A questa mano tesa, e con una fretta impressionante, il Vaticano ha invece risposto con la scelta dell'11 febbraio, sapendo benissimo che essa sarebbe stata considerata da Mosca una sfida intollerabile (non smorzata certo dalla sottigliezza curiale di indicare i vescovi cattolici in Russia titolari non direttamente della città, ma di un santo che in quella città ha una chiesa a lui dedicata).
Per giustificarsi, la Santa Sede ha sostenuto che prima della rivoluzione del 1917 la Chiesa cattolica aveva una sua strutturazione diocesana in Russia che ora era giusto ripristinare ed aggiornare; e che la Chiesa ortodossa ha metropolìe per assistere i suoi fedeli fuori della Russia; perché i cattolici non possono dunque organizzarsi in Russia come meglio credono? Risposta di Aleksij II con il Santo Sinodo: la ricostruzione vaticana dello status quo ante-rivoluzione di Ottobre è "addomesticata" e, comunque, mai gli ortodossi hanno stabilito un loro vescovo a Roma, sede del capo della Chiesa cattolica; perché, dunque, un "metropolita" cattolico a Mosca, sede del capo della Chiesa russa?

Sia le tesi romane sui "diritti" che quelle moscovite sul "proselitismo" esigerebbero dei "distinguo". Ma, intanto, alcune domande si impongono. Quale danno mai avrebbe subìto la normale vita pastorale cattolica in Russia se le "amministrazioni" fossero rimaste tali? Perché dunque un atto che darà ulteriore fiato ai gruppi ortodossi integralisti e taglierà l'erba sotto i piedi a quanti, nella Chiesa russa, vorrebbero rimanere aperti al dialogo ecumenico? Perché questa politica di potenza, del fatto compiuto? Perché un gesto che mortifica lo spirito del Concilio Vaticano II? Roma pensa forse che la ferita appena inferta a Mosca potrebbe essere lenita dalla ventilata "restituzione" alla Chiesa russa di una icona della Vergine di Kazan' (veneratissima dagli ortodossi) che ora si trova in Vaticano? Ma, pur sperando nel "ritorno" della sacra icona, il patriarcato mai baratterà questo dono con l'accettazione della decisione papale dell'11 febbraio, che esso considera - e con qualche ragione - una prepotenza ecclesiologica.
Karol Wojtyla ha ribadito anche a Kiev, nel giugno scorso, che il papato è un servizio alla sororità e alla pace fra tutte le Chiese. L'onere della prova di tale impegno cruciale spetta a Roma, non a Mosca.

David Gabrielli