Kosovo senza pace

A cinque anni dall'intervento militare, nuovi scontri hanno insanguinato la regione. Le Nazioni Unite prevedevano il ritorno del Kosovo, sia pure con uno statuto di ampia autonomia, alla Serbia. Ma la maggioranza albanese vuole l'indipendenza: un'eventualità inaccettabile per la Serbia e inopportuna per la Ue.

"La nave non è più nelle mani del comandante ma in quelle del cuoco di bordo. I messaggi che riceviamo dalla plancia di comando non comunicano più la rotta ma cosa mangeremo domani".

Questa frase di Kierkegaard potrebbe spiegare, più e meglio di tante sapienti analisi, i fallimenti dell'amministrazione internazionale che governa il Kosovo e che, dopo cinque anni di lavoro, hanno trovato una tragica ma non imprevedibile conclusione negli incidenti che sono tornati ad insanguinare questo pezzo dei Balcani. L'attuale cessazione delle tensioni più evidenti non inganna nessuno: è precaria e rischia di non reggere a lungo. Una non improbabile ripresa degli scontri rischia di trascinare in un baratro non solo gli albanesi del Kosovo e le minoranze di questo paese (i serbi certamente, ma anche i rom, gli askaljia, i bosniak ed altri ancora) ma l'intera area: la fragile Macedonia in primo luogo, oltre che l'Albania e la Serbia, cominciando dalla Valle di Presevo. Molto più di quanto non occorra per riaccendere le braci che, come abbiamo visto, ancora ardono nella vicina Bosnia, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

I difficili rapporti fra la maggioranza albanese e la minoranza serba del Kosovo non nascono certo ieri, e neppure nel 1999. Tuttavia, scegliendo di intervenire militarmente, l'occidente si è assunto precise responsabilità alle quali non è ora in grado di far fronte: l'apprendista stregone non riesce più a controllare il meccanismo che ha avviato.

Senza voler qui riaprire polemiche sull'inopportunità di quella guerra, nessuno può oggi non riconoscere come l'aver preferito la strada della forza a quella della politica abbia generato un vuoto istituzionale e giuridico che inutilmente si è cercato di colmare con interventi "umanitari" e la cui persistenza mantiene in vita tutti i peggiori fantasmi di questa terra mai pacificata.

Il testo della risoluzione 1244 delle Nazioni Unite, approvato il 10 giugno 1999 dal Consiglio di sicurezza, prevede il ritorno del Kosovo, sia pure con uno statuto di ampia autonomia, alla Serbia. Gli avvenimenti successivi - dalla cessazione dei bombardamenti ad oggi - non governati politicamente hanno fatto evolvere la situazione verso una stato di fatto non più riconducibile agli obiettivi della risoluzione stessa e, d'altra parte, l'indipendenza del Kosovo, che la maggioranza albanese vede come unico sbocco possibile alla crisi, viene considerata come inaccettabile dalla Serbia e non desiderabile dai governi europei.

È da questa situazione di stallo, da questa mancanza di soluzioni veramente praticabili ed accettate, che ha preso corpo la frustrazione della popolazione kosovara, tanto albanese quanto serba. L'incidente che ha dato inizio agli ultimi tragici accadimenti non è, tutti lo sappiamo, la vera motivazione degli stessi, ma solo l'episodio che, colto da chi sulla frustrazione da lungo tempo lavora, è servito da scusa per operare un'ulteriore pulizia etnica tentando di mettere tutti di fronte al fatto compiuto di un Kosovo ormai in larghissima parte etnicamente puro e, in quanto tale, destinato ad una inevitabile separazione dai territori a maggioranza serba.

Non è poi senza significato che questa ondata di violenza sia iniziata in due località altamente simboliche: la città di Mitrovica ed il villaggio di Kabra.

Mitrovica, unica località in cui i serbi sono ancora presenti in modo significativo, è la città che anche visivamente rappresenta, con il suo ponte, la divisione del Kosovo, mentre Kabra è invece il più grosso villaggio albanese a nord del fiume Ibar. Fra tutti i possibili pretesti sembra che si sia voluto scegliere quello che meglio potesse inviare un messaggio: se basta uno sconfinamento di pochi metri per essere uccisi, la separazione non è più un'ipotesi di lavoro ma la sola via, se non di pace almeno di sopravvivenza.

Il fatto che dopo le violenze abbiano avuto come teatro non tanto Mitrovica e Kabra ma le enclaves serbe a sud dell'Ibar dicono con sufficiente evidenza quanto l'episodio, la cui dinamica ad oggi non è stata chiarita con certezza, sia stato strumentalizzato. E tuttavia non possiamo non porre la domanda sul perché migliaia di kosovari albanesi (circa 53.000 secondo le stime della polizia), in gran parte giovani, abbiano seguito gli agitatori, abbiano scelto di schierarsi contro l'Unmik (l'amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kosovo) molto più che contro la Kfor.

Da italiani, se ancora ne valesse la pena visto l'attuale standard dell'informazione nel nostro paese, potremmo magari interrogarci sulla qualità dell'informazione che abbiamo ricevuto nei giorni degli scontri: quale giornale o televisione o radio ci ha informato che sui 19 morti accertati 8 erano serbi e 11 albanesi? Perché è stato nascosto questo dato che evidenzia come, a cinque anni dall'intervento militare, la situazione sia ancora irrisolta?
Come uscirne? La risposta non è facile ma è certo che s'impone il ritorno a bordo del comandante che ha abbandonato la plancia: la politica deve tornare a compiere il suo dovere e, se non proprio a comunicare la rotta, almeno a cercarla.

È molto probabile che la soluzione vada pensata in un contesto globale, in un quadro che riprogetti l'insieme dei rapporti fra gli stati nati dalla dissoluzione della Jugoslavia. I negoziati per l'ingresso nella Comunità europea di quasi tutti questi stati rappresentano una vera, concreta e preziosa occasione per riprendere il filo spezzato del cammino comune.

Cammino comune non dei soli stati balcanici fra di loro, ma anche fra loro ed un'Europa che ha per troppo tempo guardato a quest'area come gli antichi romani guardavano all'Africa non mediterranea: un grande spazio del quale solo si sapeva che "hic sunt leones".

Raffaello Zini