Scoprire i colori e i ritmi dell'altro

Intervista a
Massimo Ghirelli

Conoscere il contesto originario dell'immigrato aiuta a superare le paure e gli stereotipi e permette di costruire insieme a lui un dialogo profondo. Così la pensa Massimo Ghirelli, esperto d'immigrazione; ideatore della rubrica "Non solo nero", andata in onda su Rai2 tra 1990 e 1995. Ghirelli dirige attualmente l'Archivio delle comunità straniere in Italia.

Chi è l'altro? Da dove viene? Qual è la sua cultura? Il suo credo? Insomma, qual è la sua identità? Il tema dell'identità domina oggi il dibattito sulla società multiculturale, ma in maniera forse non ben chiara. Lei cosa ne pensa?

L'identità è un sistema di valori dinamico in continua trasformazione ma sul quale si lavora poco. Per quanto riguarda gli immigrati, lo sguardo è soprattutto rivolto al lavoro, all'accoglienza, eventualmente alla casa e ai ricongiungimenti familiari. Molto raramente ci si preoccupa di capire quale sia la mentalità, la cultura che queste comunità portano nel nostro paese. Questo ci impedisce di avere un dialogo reale e approfondito che tenga conto delle differenze e degli elementi che abbiamo in comune.
Noi, prima come Archivio dell'immigrazione e poi come Archivio delle comunità straniere in Italia, stiamo lavorando molto sul tema dell'identità delle diverse comunità straniere. L'idea di base è quella di approfondire il rapporto con queste comunità attraverso una ricerca con un taglio antropologico culturale, svolta direttamente da ricercatori e da operatori espressi dalle stesse comunità. Così è nato questo archivio e così nascono le iniziative che emergono da questo lavoro.


Conoscere l'immigrato anche attraverso la cultura del suo paese di origine. La mostra fotografica "Marocco blues" organizzata a Roma dal vostro Archivio sul Marocco va in questa direzione. Una iniziativa che cade in un momento di grande tensione sociale, in cui la comunità araba è messa sotto i riflettori.

È una mostra molto divulgativa, immaginata per un pubblico italiano. L'idea si basa sul gioco che nasce dai colori del Marocco che sono conosciuti anche a livello letterario, artistico e cinematografico, in particolar modo il blu. Il gioco "Marocco blues" è quello di pensare anche al ritmo del blues, ritmo che fra l'altro ha una particolare consonanza storica con i ritmi tradizionali del sud del Marocco. Lo "gnawa" ad esempio è una musica nata proprio come blues dagli schiavi neri portati in Marocco molti secoli fa ed è presente ancora oggi nei gruppi musicali "gnawa", gruppi di musica popolare tradizionale. Il blues è inteso come mentalità, come sentimento, come malinconia, che è il sentimento prevalente dell'immigrato appena arrivato: ha voluto lasciare il suo paese ma nello stesso tempo ne sente il richiamo; è disperato per le condizioni in cui vive ma è anche animato da una fortissima speranza per il suo futuro, e a volte anche dal sogno di tornare un giorno nel suo paese. Giocando un po' su questi sentimenti, un po' su questo ritmo e un po' su questi colori è nata questa mostra.
Ma non è l'unica iniziativa. L'Archivio ha organizzato una giornata sulle donne immigrate, e sta preparando un lavoro sulla grande rimozione del passato coloniale con l'aiuto delle comunità che provengono dal Corno d'Africa o dalla Libia, quindi dai paesi dove l'Italia aveva "realizzato" la sua triste e breve - per fortuna - vicenda coloniale.
Il tentativo è quello di lavorare in profondità sulla cultura di questa gente e anche sui nostri rapporti, che sono rapporti di una storia ormai di tanti decenni o secoli e che a volte vengono rimossi, ignorati o non sufficientemente messi in evidenza; soprattutto in un momento in cui la conflittualità socio culturale è molto alta, come se avessimo di fronte degli estranei e non i nostri vicini mediterranei.


Insomma, educare alla diversità è un processo fondamentale per destrutturare i pregiudizi nei confronti dell'altro. A questo scopo l'informazione rappresenta un mezzo di prim'ordine. In Italia a che punto è, oggi, questo rapporto tra informazione e immigrazione?

Noi in Italia siamo partiti da un grande handicap culturale di preparazione e di informazione sugli immigrati e le loro origini. Questo handicap l'abbiamo scontato fortemente nei primi anni del fenomeno migratorio (fine anni Ottanta, metà degli anni Novanta, ndr). Ad una ondata abbastanza forte, anche se molto graduale, di immigrati, abbiamo reagito da una parte con un' impreparazione di tipo amministrativo, con una mancata politica di governo del fenomeno e, dall'altra parte, con una forte mancanza culturale. Questa situazione ce la siamo trascinata appresso.
Anche se la scuola ad esempio, oggi, ha fatto notevoli passi in avanti sulla pedagogia interculturale; ci sono delle circolari anche importanti al riguardo, però ci sono pochi strumenti, pochi libri, pochi supporti.
Ma il problema riguarda soprattutto l'informazione. Questo settore più di altri è stato superficiale, episodico e viziato da un forte sensazionalismo. Insomma, i mass media non sono nati per approfondire: quando si trovano di fronte a fenomeni difficili e dirompenti, come la guerra e la stessa immigrazione, essi tendono a rimanere in superficie e a mistificare e manipolare in qualche modo il fenomeno, senza andare a cercare quello che sta a monte, ma accontentandosi di luoghi comuni e degli stereotipi.


Che contributo dà l'Archivio delle comunità straniere per cambiare questa situazione precaria?

Il nostro impegno, in questi anni, è stato di lavorare su questi pregiudizi, analizzando le notizie e tentando di fare un'informazione alternativa. L'abbiamo fatto in momenti diversi del nostro lavoro a cominciare da "Non solo nero", che è stato un grosso tentativo di avvicinare l'Italia al nuovo fenomeno, e poi con l'Archivio dell'immigrazione, che prima di tutto è una videoteca, un centro di documentazione audiovisiva su questi temi. In tempi più recenti ci stiamo impegnando in un grosso progetto europeo, "Equal", che richiama proprio l'immagine degli immigrati in Italia all'interno del quale abbiamo costruito una agenzia d'informazione chiamata Migra. È la prima agenzia in Europa - credo - di questo tipo, cioè fondata e fatta da corrispondenti stranieri in tutte le città d'Italia. Migra costituisce il tentativo di avere una fonte straniera. L'immigrato è emarginato non soltanto come destinatario dell'informazione, ma come fonte e autore dell'informazione stessa.
Ci sono tre livelli diversi di pregiudizi: nel messaggio, che spesso è viziato; nel destinatario, perché spesso l'immigrato non è visto come destinatario dell'informazione; infine a livello della fonte, perché non si cerca neanche di sentire il punto di vista dell'immigrato. L'informazione tende, quindi, ad essere non solo superficiale, ma fondata su fonti che non sono credibili.
Stiamo cercando con le associazioni degli immigrati di dare una fonte alternativa e non accontentarsi di quello che i mass media, in particolare tv e stampa, ci hanno fornito fino ad oggi.


(intervista a cura di Mostafa El Ayoubi)