Approvando le proposte "unilaterali" del premier Ariel Sharon per risolvere il conflitto israelo-palestinese, proposte che hanno molto irritato anche la Lega araba e l'Organizzazione della Conferenza islamica, il capo della Casa bianca ha dato uno schiaffo all'intero mondo musulmano. La scelta sconsiderata del presidente non porterà alla pace e aggraverà la situazione già esplosiva del Medio oriente.
Perché George W. Bush, che aveva voluto presentarsi come "mediatore" per spingere ad una pace giusta Israele e Olp, ha infine sposato le tesi del premier israeliano Ariel Sharon, provocando l'ira non solo del leader palestinese Yasser Arafat, parte in causa diretta, ma anche quella del sovrano giordano Abdallah II e poi della Lega araba e della Organizzazione della Conferenza islamica?
Arrivato a metà aprile a Washington, Sharon aveva illustrato al capo della Casa bianca il suo piano "unilaterale" per risolvere il problema palestinese: ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, ritiro da pochissimi insediamenti della Cisgiordania. Come contropartita chiedeva: l'accettazione della "impossibilità" di Israele di tornare ai confini antecedenti la "guerra dei sei giorni" del 1967; la rinuncia perpetua al "diritto al ritorno" dei profughi palestinesi; il mantenimento di gran parte degli insediamenti (in totale sono circa 160) nella Cisgiordania; l'intera Gerusalemme sotto totale sovranità israeliana; la continuazione del "muro" in costruzione in Cisgiordania.
Perché Bush ha benedetto un tale piano, così per la prima volta ribaltando la politica della Casa bianca che, finora, almeno formalmente, aveva sempre basato la sua politica verso Israele/Palestina sull'attuazione delle risoluzioni dell'Onu? Bush - sostengono alcuni - avrebbe così deciso nella speranza di assicurarsi il voto della importante minoranza ebraica degli Usa nelle presidenziali di novembre quando la questione complessiva della politica statunitense in Medio oriente peserà per spingere l'elettorato a confermare il presidente uscente o, invece, a preferirgli il democratico John Kerry.
Ma, più verosimilmente, alla radice della decisione di Bush vi è una confusione strategica di fondo. Quando - al di fuori della legalità sanzionata dalle Nazioni unite - il 20 marzo 2003 egli avviò la "guerra preventiva" al regime iracheno di Saddam Hussein, Bush disse di voler distruggere un "rais" prepotente accusato di accumulare armi di distruzione di massa (poi mai trovate), ma non certo attaccare un paese islamico in quanto tale.
Ad un anno di distanza da quella guerra, in Iraq non solo i movimenti più radicali, ma anche larga parte della gente è contraria alla occupazione militare del paese ed alla democrazia "esportata" dagli Usa con la guerra, e pronta alla resistenza. In tale quadro, lo "sposalizio" della proposta unilaterale di Sharon dice alle masse arabe, e anche a quelle musulmane non arabe, che le loro ragioni non contano nulla per Bush. È dunque dimostrato - questa la conclusione che tirerà l'uomo della strada arabo - che il capo dell'impero (formalmente "cristiano") occidentale sta attentando all'islam in quanto tale. E se non tutti gli arabi e musulmani arriveranno a tale drastica conclusione, certo vi arriveranno i gruppi più radicali. In tutti i casi, la politica di Bush sembra fatta apposta per togliere ogni margine di manovra, e ogni credibilità, ai leader arabi "moderati".
Un anno fa Bush aveva promesso di voler fare l'arbitro, giudicando con imparzialità il conflitto israelo-palestinese, e aiutando gli uni e gli altri, con la Road map, a raggiungere un compromesso ragionevole. Con la sua ultima scelta egli ha annunciato di tifare per uno dei contendenti. Un atteggiamento provocatorio che si può forse avere nei rodei del Texas, ma non certo se si ha a cuore, a lunga scadenza, la sicurezza vera d'Israele, una pace onesta Israele-Olp, un atteggiamento di rispetto per il mondo musulmano, il prosciugamento del brodo di coltura del tanto deprecato terrorismo "islamico".