Il caos di Babilonia

Un anno fa il presidente degli Stati Uniti Bush dichiarava al mondo che la missione era compiuta. Ma i fatti dei successivi 12 mesi lo hanno smentito clamorosamente.

Il 9 aprile di un anno fa gli americani entravano a Baghdad e di lì a poco abbattevano l'enorme statua di Saddam Hussein. Era l'icona della fine di un regime e della vittoria della coalizione militare guidata dagli Stati Uniti. Il primo maggio il presidente George Bush poteva dichiarare al mondo: "missione compiuta".

A un anno di distanza quelle parole sollevano almeno un grande decisivo interrogativo: quale missione? Il dato più evidente che emerge a un anno dalla fine della guerra è che la guerra continua: soltanto nel mese di aprile del 2004, le forze alleate hanno subito un centinaio di perdite: è la cifra più alta dall'inizio del conflitto. Alla fine di aprile, i morti della coalizione - in massima parte americani, quindi inglesi (circa 60) ed italiani (17) - sono quasi 800: quasi settecento, e cioè l'assoluta maggioranza, sono caduti del dopoguerra.

Molto più difficile quantificare le perdite irachene: Al Jazeera ed alcune fonti indipendenti americane - ad esempio il Christian Science Monitor - indicano come realistica una cifra tra le 12 e le 40.000 vittime. Come spesso accade, in assoluta maggioranza civili.
Ma il caos di Babilonia non si misura solo con il numero delle vittime (o degli ostaggi occidentali in mano a diversi gruppi). In tutto l'Iraq è soprattutto il quadro politico che risulta confuso e contraddittorio: il governo provvisorio imposto dalla forze di occupazione si dimostra assolutamente incapace di governare i processi in atto. È semplicemente inattivo, incapace di svolgere quella mediazione con la società irachena che gli Usa gli avevano affidato.

Quanto agli iracheni, nulla di quello che era stato previsto dai consiglieri di Bush si è verificato: era stato detto che gli sciiti che tanto avevano sofferto ai tempi di Saddam si sarebbero schierati a fianco della coalizione. Così non è stato.

Era stato detto che, preso Saddam, la "resistenza" irachena si sarebbe sciolta come neve al sole. Ma la cronaca ci dice che la cattura di Saddam ha rafforzato i legami tra le diverse forze e i gruppi armati che si oppongono agli occidentali. Era stato detto che gli iracheni, esasperati dalla violenza di un regime violento e corrotto, aspettavano i liberatori a braccia aperte. Forse poteva accadere, ma a ben altre condizioni. Il dato certo è, invece, che sempre di più la popolazione irachena vede gli occidentali come gli occupanti che violano il proprio inalienabile diritto all'autodeterminazione. Era stato detto che la fine del regime di Baghdad avrebbe reso il mondo più sicuro mentre, invece, l'Occidente ha subito il più grave attentato dopo quello dell'11 settembre. Era stato detto che l'Onu non poteva gestire la crisi irachena perché aveva fallito al tempo delle ispezioni alla ricerca delle "armi di sterminio di massa" con le quali Saddam minacciava il "mondo libero". Ma quelle armi non sono mai state trovate, semplicemente perché non esistevano.

È difficile immaginare un cumulo di previsioni più sbagliate di quelle che sono state proposte dagli analisti di fiducia di George Bush.
Il problema drammatico oggi è come uscire da questo caos. È un problema del governo americano e dei suoi alleati più stretti. Ma anche in Occidente la confusione delle lingue è analoga a quella di Babilonia. La scelta del governo spagnolo di Zapatero dà forza all'opzione di un netto disimpegno: la situazione irachena è talmente ingovernabile che l'unica strategia credibile è quella del ritiro. Senza neanche (ri)tentare la strada di un incarico all'Onu che risulterebbe non realistico e troppo condizionato dagli Usa. Una seconda opzione è quella che passa dal Palazzo di vetro: da qui a breve l'Assemblea delle Nazioni Unite dovrebbe votare una risoluzione che affida ai "caschi blu" il compito di garantire il passaggio di poteri ad un vero governo iracheno. Se questo accadesse, i sostenitori di questa opzione, che potremmo definire "realpacifista", vedrebbero bene la prosecuzione di una presenza militare transitoria - sotto il comando delle Nazioni Unite e comunque non degli Usa - tesa ad accompagnare l'Iraq nel processo di ricostruzione democratica. Una variabile di questa seconda opzione è che, se tutto questo non accade, le truppe occidentali devono immediatamente ritirarsi.

Una terza opzione è quella "del 30 giugno", quando è previsto il passaggio dei poteri agli iracheni. Sempre più spesso questa data viene evocata come la soluzione di ogni problema, ma i sostenitori "del 30 giugno" non spiegano che cosa accadrà. Le truppe si ritireranno? Anche quelle americane? Anche senza aver avuto ragione sulle organizzazioni di resistenza militare contro cui hanno combattuto? Non sembra realistico. Quello del "30 giugno" non è un progetto politico ma una strategia distensiva: diamoci ancora un po' di tempo e poi si vede.

E poi ci sono i soliti falchi, coloro che senza mezzi termini dicono che in Iraq "non abbiamo ancora finito il nostro lavoro" e che quindi è inutile baloccarsi con scadenze ravvicinate di passaggi di poteri ad una società irachena ancora impreparata e non affidabile.

Babilonia è anche negli schieramenti politici: ad esempio ritroviamo esponenti della sinistra italiana nel primo, nel secondo e nel terzo degli schieramenti delineati. Quanto al laburista Tony Blair, potrebbe addirittura collocarsi nel quarto.

La destra italiana ed europea si barcamena tra il terzo ed il quarto.

Un'altra prova fallita: per la comunità internazionale e le teorie del governo globale. Eliminata la tirannia di Saddam Hussein, l'Iraq non è più democratico di prima ed il mondo non è più sicuro. D'altra parte, oggi, l'Iraq ha bisogno della comunità internazionale e forse anche di una presenza militare esterna. La comunità internazionale ha insomma una grandissima responsabilità politica. Politica appunto, non militare e peggio ancora militaristica. Certamente tutto è molto, molto complicato: l'unica cosa chiara è che dal caos di Babilonia si esce con più politica e con meno carri armati.

Paolo Naso