Il sociologo Ilvo Diamanti, studioso delle tensioni e delle novità che hanno segnato il Nord Italia negli ultimi anni, tratteggia il quadro di insieme in cui si inserisce la proposta di devolution. Una riforma, secondo lo studioso, nata per l'azione della Lega a livello nazionale più che per la pressione della gente a livello locale. E intanto la "questione settentrionale" si è frastagliata in tante "questioni settentrionali".
Sociologo e politologo dell'università di Urbino, opinionista del quotidiano La Repubblica, Ilvo Diamanti è un profondo conoscitore della "questione settentrionale", del malumore del Nord e del movimento che per primo gli ha dato voce, la Lega Nord. Attraverso la sua lucida analisi cerchiamo di inquadrare la proposta di riforma costituzionale sulla devolution nel più ampio quadro delle dinamiche che attraversano il nostro paese in questi anni: la dialettica tra locale, nazionale e globale, il rapporto tra la voce del Nord e la sua rappresentanza politica.
In dieci anni sono avvenute molte cose che hanno modificato l'impianto originario del rapporto fra i diversi livelli del territorio. È certo che fino alla metà degli anni Novanta abbiamo assistito a una tendenza che sembrava irreversibilmente segnata da una spinta verso la dimensione locale, verso progetti politici locali, verso questioni locali, verso parole d'ordine di tipo locale. Quello che è avvenuto dopo è quanto meno più contraddittorio. Oggi c'è una crescente, evidente domanda di Stato, certamente lo Stato costituisce oggi un referente più richiesto da parte dei cittadini di quanto non lo fosse quattro o cinque anni fa. D'altro canto, le stesse rivendicazioni fondate sulla logica dell'autonomia oggi sono state messe in secondo piano da altri problemi che sono più importanti: ad esempio la sicurezza, la tutela.
Anche al livello del sistema politico e delle istituzioni, vediamo che, se è vero che oggi al governo ci sono proprio coloro che maggiormente hanno spinto in direzione della rivendicazione localista, è altrettanto vero che di fatto assistiamo al massimo grado di centralizzazione della politica da un decennio a questa parte: Forza Italia, che è il partito di riferimento dell'attuale compagine governativa, è certamente un partito personalizzato e centralizzato; ed è un partito nazionale, insediato nel Nord come al Centro e al Sud. Non solo, ha una struttura che ha restituito molta forza al governo centrale, perché il modello attuale è un cancellierato di fatto: Berlusconi è forse il presidente del Consiglio dotato di maggiori poteri nel dopoguerra.
Inoltre c'è la dimensione internazionale ed europea, che molto spinge in direzione della delimitazione del ruolo e dello spazio della dimensione locale. Al di là delle pessime prove che l'Europa sta offrendo di sé come attore istituzionale, è certo che la moneta unica ha ulteriormente centralizzato le politiche finanziarie, le politiche di concertazione, le stesse politiche economiche e sociali. E il peso della burocrazia di Bruxelles è molto rilevante. Più in generale, è certo che il clima di insicurezza e di incertezza come quello attuale - un clima di guerra continua - più che la dimensione locale accentua il peso di quella statale e delle grandi istituzioni di protezione.
Infine, le stesse politiche dello Stato sono sotto questo profilo contraddittorie. Da un lato si parla di devoluzione - ma sinceramente non è ancora chiaro cosa essa possa comportare, vista anche la connessione prevista tra la materia devolutiva e la nuova riforma del Titolo quinto della Costituzione, per cui il disegno di legge costituzionale sulla devoluzione dovrà tornare alle camere ed essere rivisitato. Dall'altro lato si sviluppano politiche di tipo economico e fiscale fortemente dettate dal controllo dello Stato. E anche nei confronti della spesa degli enti locali, la tendenza che mi pare stia emergendo è quella di una riduzione delle risorse e di un aumento di controllo sulla loro autonomia di spesa. Questo per una ragione che non può essere elusa da nessuno, e cioè che è facile fare le riforme quando ci sono molti soldi, è molto meno facile quando si è in tempi di emergenza internazionale.
La devoluzione arriva dunque in un momento in cui la domanda da parte della società e dei cittadini è abbastanza bassa, forse il punto più basso da 15 anni a questa parte; e in tempi in cui è anche finita la stagione dei partiti localistici, che dopo il 1999 hanno perso voti dappertutto. La ragione per cui oggi il discorso sulla devolution è molto presente è che la Lega agisce sul governo centrale. Fa valere il suo peso con il ricatto su base nazionale piuttosto che con la pressione della gente a livello locale. Non credo che al di là dei militanti - che non sono poi così tanti - la Lega riuscirebbe a motivare molte persone sul tema della devolution.
Canto del cigno? Non mi sento di usare una formula ad effetto come questa, così definitiva. Oggi non è come dieci anni fa. Il quadro dal quale partiamo oggi è caratterizzato da poteri su base locale e territoriale molto più consistenti. "Canto del cigno" dà l'idea di un organismo estinto, morente, che ha finito il suo ciclo. Ora, è vero che un ciclo si è compiuto, ma, appunto, si è compiuto: oggi abbiamo sindaci, presidenti di Provincia e di Regione tutti eletti in modo diretto. A fare sparire le Province, come si diceva 20 anni fa, non ci pensa nessuno, anzi ne sono nate di nuove. I sindaci, ancor più dei presidenti di Regione, sono figure molto riconosciute; i poteri di cui dispongono sono certamente rilevanti, e per quanto le loro risorse non siano all'altezza delle aspettative, manovrano molte più risorse di prima. Non è più il passato. Nella nostra Repubblica un buon tasso di centralizzazione - che sta riemergendo - deve fare i conti con un grado di distribuzione dei poteri e delle autonomie certamente maggiore che in passato. Oggi non dico che il nostro sia uno Stato della autonomie, ma è uno Stato fatto di autonomie con cui lo Stato si deve misurare.
Dietro l'azione della Lega c'era comunque un equivoco, che la Lega in qualche modo dissimulava con la sua stessa azione: nella formula "questione settentrionale" era riassunta l'idea che ci fosse una questione univoca, omogenea che attraversava l'intera area del Nord. Cioè che esistesse, almeno dal punto di vista dei problemi, un solo Nord. In realtà non è mai esistita una questione settentrionale, perché gli stessi attori che provocavano e producevano la "questione settentrionale" rappresentavano una parte del Nord, non solo territorialmente, ma anche dal punto di vista delle dinamiche e delle formazioni sociali. Era soprattutto, per quello che riguarda la Lega, il Nord post-fordista della piccola impresa, dei nuovi ceti medi.
Successivamente, quando è emersa Forza Italia, c'è stata un'ulteriore tensione, che ha espresso il Nord della produzione dei beni immateriali, la comunicazione, la finanza. Emblematizzata da Milano. Quello che è avvenuto nell'ultimo biennio dimostra fino in fondo la differenza di interessi che caratterizzano il Nord. Esiste cioè una questione che riguarda il settore della produzione di beni immateriali che è diversa da quella di altri Nord. Oggi è evidente che non esiste una sola "questione settentrionale". E un po' tutte le realtà del Nord oggi sono alle prese con gravi problemi, e il malumore non può più essere la frustrazione di chi si sente poco rappresentato, ma diviene una frustrazione di altro tipo, cioè la frustrazione di chi chiede più tradizionalmente aiuto e sostegno. Il Nord Ovest, che pure è stato uno dei bersagli della "questione settentrionale", oggi è alle prese con la crisi della grande impresa, soprattutto della Fiat, che ne ha colpito duramente il tessuto. Ma anche tutto il sistema bancario, legato a Milano, il sistema delle comunicazioni, delle telecomunicazioni, della new economy ha problemi molto grossi: il sistema bancario è molto invischiato nella crisi della grande impresa, la new economy non gode di ottima salute. La piccola impresa deve fare i conti con i problemi interni - la qualità della vita non soddisfa più come un tempo, le infrastrutture sono molto saturate. Insomma, si è in tempi in cui la "questione settentrionale" si traduce in tutta una serie di problemi molto concreti che non hanno più il significato che avevano ieri, cioè quello di uno squilibrio di un'economia forte ma politicamente poco rappresentata. Tra l'altro oggi sono al governo coloro che aspiravano a una maggiore autonomia.
Infine, è vero che nel frattempo la "questione settentrionale" ha trovato altri interpreti: gli amministratori, le Regioni, i sindaci. Non esiste oggi una "questione settentrionale". Non c'è più. Esistono diverse questioni, che investono il Nord e che hanno modi di risposta e tipi di rappresentanza diversa rispetto a ieri. E lo stesso andamento della società e dell'economia ripropone altre questioni nazionali, non più riassumibili solo nel Nord. Il governo rappresenta il Nord e il Sud, come anche l'opposizione. Insomma, oggi parlare del Nord non mi pare più facile come qualche anno fa.
(intervista a cura di Iacopo Scaramuzzi)