Devolution, l'alchimia che non funziona

Attualmente in discussione in Parlamento, la riforma costituzionale di Bossi apre più problemi di quanti ne vorrebbe chiudere. La strana storia di un progetto politico senza contorni, abbandonato dagli stessi alleati del leader della Lega, subìto soltanto dai cittadini.

Umberto Bossi l'aveva detto: senza la Lega Nord, la Padania "sarebbe una landa solcata da invasori". Bisognava premunirsi, difendere il Nord produttivo da Roma ladrona come dal Mezzogiorno assistito. Bossi, il "Braveheart padano", avrebbe fatto per il Nord Italia ciò che ha fatto per la Scozia l'eroe che sul finire del XIII secolo sbaragliò l'esercito inglese e conquistò l'indipendenza del suo paese, interpretato da Mel Gibson in un film del 1995. Il risultato? Una guerra civile? Bossi a capo di un esercito padano che invade Roma? No, niente di tutto questo. La Lega ha portato in Parlamento due scarni articoli di proposta di modifica della Costituzione, per dare maggiore potere alle Regioni. Una possibilità di fatto già prevista dalla legge fondamentale dello Stato italiano. La montagna ha partorito un topolino?

Dalla Scozia alla Padania
L'iter parlamentare è solo l'ultimo capitolo di un lungo libro. Ora il disegno di legge costituzionale sulla devolution, già approvato al Senato e alla Camera dei deputati, dovrà nuovamente passare, come ogni riforma della Costituzione, al vaglio dei due rami del Parlamento e, eventualmente, essere sottoposto a referendum, prima di assurgere a norma costituzionale.
Ma questo, appunto, è solo l'ultimo capitolo di una storia iniziata anni fa. Quando la Lega era l'unica forza politica capace di canalizzare il malessere del Nord verso uno stato che muoveva più lentamente dei fermenti sociali ed economici. Era la fine degli anni Ottanta, e Bossi riuscì a imporsi all'attenzione dell'opinione pubblica col suo linguaggio ruvido e la proposta di introdurre il federalismo nella forma di Stato italiana. Poi, nel 1994, Silvio Berlusconi "scende in campo". Anche lui rappresenta un certo Nord insofferente nei confronti della burocrazia ministeriale, della pressione fiscale statale e del welfare state. Ruba spazio ed elettori a Bossi. Ma è al tempo stesso l'unico treno che il leader della Lega può prendere per arrivare ai palazzi del potere romani e non rimanere isolato nella sua Padania. Bossi il treno lo prende, ma scende dopo sette mesi di governo con il Polo delle libertà guidato dal Cavaliere. Ha capito che l'alleanza con Berlusconi è un abbraccio mortale, e si smarca. Il primo governo Berlusconi cade, e Bossi alza il tiro, abbandona il progetto federalista per una proposta più radicale: la secessione. Definisce Berlusconi "come Goebbels", "molto peggio di Pinochet", dice che è "il mafioso di Arcore", "un palermitano che parla meneghino". Recupera voti, ma alle elezioni del 1996, anche a causa di questa divisione, a vincere le elezioni politiche non è né Bossi, né Berlusconi, ma l'Ulivo di Romano Prodi. Come uscire dallo stallo? Come riuscire ad allearsi con Berlusconi rimarcandone le differenze di fronte al proprio elettorato? La quadratura del cerchio riesce grazie ad una parola dal sapore esotico e abbastanza flou da permettere al tempo stesso di riproporre sotto nuova forma la battaglia leghista e di costituire una base per un rinnovato patto elettorale con Berlusconi: devolution. Un'alchimia del linguaggio politico che cementa l'alleanza della Casa delle libertà e che permette a Berlusconi, nel 2001, di vincere di nuovo le elezioni. Bossi è ministro per le "Riforme istituzionali e la devoluzione".
E si arriva al disegno di legge costituzionale sulla devolution. La proposta di Bossi punta ad attribuire alle Regioni la possibilità di autoassegnarsi un potere sinora gestito di concerto con lo Stato centrale: un appropriamento del potere dal basso. Interpretazione singolare del concetto di devolution, che la Lega ha mutuato di nuovo dalla Scozia, dove nel settembre del 1997 gli autonomisti stravinsero un referendum che ha posto le basi per la devoluzione (in inglese, devolution) di poteri da Londra a Edimburgo. Dal centro alla periferia. Decentramento di poteri concesso dall'alto.

In attesa della storia
Una riforma federalista era già stata introdotta dall'Ulivo, che con un'affrettata legge di modifica del Titolo V della Costituzione, nel marzo del 2001, agli sgoccioli della legislatura, aveva riscritto gli articoli relativi alla forma di stato. Il senso della Costituzione del 1948 è stato invertito: allo Stato sono assegnate certe materie, il resto spetta alle Regioni. Ma al ministro Bossi non basta.
Col disegno di legge sulla devolution si aggiungerebbe all'articolo 117 della Costituzione un paragrafo che prevede che le Regioni possano attivare la "competenza legislativa esclusiva" nelle materie dell'istruzione, della sanità e della polizia locale. Cosa significhi questa formulazione non è chiaro. Non solo perché con il riformato articolo 116 della Costituzione già si prevede che, con legge dello Stato, alle Regioni possano essere attribuite "ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia". Ma anche perché quello che si vuole ottenere con la tanto sbandierata devolution è già stato realizzato in larga misura con leggi ordinarie.
Per quanto riguarda l'istruzione, già con la riforma della scuola dell'Ulivo, che ha introdotto l'autonomia scolastica, i singoli istituti hanno notevole margine di decisione sia organizzativa che didattica e possono decidere, ad esempio, curricoli scolastici che tengano conto della realtà territoriale. La riforma del ministro dell'Istruzione Letizia Moratti, inoltre, già assegna alle Regioni un ruolo centrale nella gestione dell'istruzione.
La sanità è già ampiamente regionalizzata. Sia perché ormai le Regioni finanziano buona parte della sanità pubblica; sia perché nella passata legislatura si sono aboliti i vincoli di destinazione per il finanziamento dell'assistenza sanitaria, e dunque lo Stato interviene solo a valle per garantire che siano rispettati degli standard di servizio unici su tutto il territorio nazionale.
L'ultimo capitolo da devolvere è la "polizia locale". Cosa sia, nessuno lo sa. La polizia amministrativa è già regionale. Nelle intenzioni di Bossi, questa polizia dovrebbe occuparsi di reprimere la microcriminalità e di sorvegliare sull'ordine pubblico e sulla sicurezza a livello locale. Ma non è quello che già fa la Pubblica sicurezza? Oppure si vuole creare un nuovo corpo di polizia? "Il governo non ha mai pensato a una polizia regionale", ha affermato il ministro agli Affari regionali, il forzista Enrico La Loggia. Il leghista Francesco Speroni, segretario di gabinetto di Bossi, afferma: "Noi daremo alle Regioni la possibilità di decidere di che tipo di polizia dotarsi: potrà trattarsi di rangers come nel Texas o della polizia municipale". Quale delle due voci dello stesso governo ascoltare? A placare gli animi ci ha pensato Bossi in persona, che in commissione Questioni regionali ha spiegato: "Secondo me la storia riempirà di contenuto questo nuovo principio". In attesa della storia, la domanda resta aperta.

La riforma azzoppata
Così come restano aperte due questioni centrali: il federalismo fiscale e la camera delle Regioni. Detto con altre parole, i soldi e i rapporti delle Regioni con lo Stato. Perché se non si stabilisce un sistema fiscale che permetta di trasferire fondi dalle Regioni più ricche a quelle più povere, l'impatto della devolution avrà un effetto certo: creare grandi disparità tra le Regioni che potranno finanziare una sanità, un'istruzione e una sicurezza di alto livello, e quelle che dovranno tagliare le spese in questi tre campi, o al più rimanere dipendenti dai trasferimenti erariali. Un frattura tra Nord e Sud del paese. Una precarizzazione di chi lavora nei tre ambiti. Lo gridano a gran voce i presidenti delle Regioni, che a inizio di aprile hanno approvato all'unanimità un documento che prevede un sistema fiscale imperniato su di un fondo perequativo che riequilibri le differenti capacità fiscali delle Regioni. Di questo, nel progetto di devolution di Bossi, non si fa menzione. E l'Alta commissione che dovrà dar corpo al federalismo fiscale, che doveva essere nominata a gennaio, ancora non esiste.
L'altra questione calda è la creazione di una camera in cui siano rappresentate le Regioni. Se i loro compiti aumentano, infatti, aumenterà anche il contenzioso tra lo Stato e le Regioni. Lo Stato è comunque, anche in caso di devolution, garante delle "norme generali" in materia d'istruzione, dei "livelli essenziali" delle prestazioni sanitarie e dell'ordine pubblico: per integrare questa sua funzione con le nuove prerogative delle Regioni c'è bisogno di un luogo di coordinamento. Che potrebbe essere, come ad esempio nella Germania federalista dei Länder, una seconda camera delle Regioni accanto a quella scelta direttamente dagli elettori. Anche di questo da parte delle maggioranza non si fa parola. La devolution c'è, ma è zoppa. Forse perché qualcuno la vuole azzoppare.

Una bolla di sapone che può far male
Al di sotto delle schermaglie parlamentari e dell'accordo sulla devolution, infatti, si sta giocando una partita tutta politica. C'era bisogno di riformare la Costituzione per un principio di fatto già presente nel nostro ordinamento? Il dubbio che si stia facendo "tanto rumore per nulla" c'è. E si rafforza alla notizia che in Consiglio dei ministri è stata approvata una proposta di La Loggia che riformerà ancora una volta il Titolo V della Costituzione e ingloberà la proposta di Bossi. "La riforma è frutto del lavoro dell'intera Casa delle libertà. Non si pensi che caliamo sul paese un prodotto ordinato da Umberto Bossi", ha detto a inizio aprile il presidente dell'Udc Francesco D'Onofrio. In breve, la riforma La Loggia oltre ad assegnare a tutte le Regioni la competenza in vari ambiti (tra cui istruzione, sanità e polizia locale), senza aspettare che siano le Regioni ad attivarla, prevede una clausola "salva Italia": le Regioni eserciteranno la loro potestà legislativa "nel rispetto dell'interesse nazionale". Il piatto è servito, la devolution di Bossi è annacquata. Ma intanto il leader del Carroccio ha una bandiera politica da sventolare in vista delle elezioni amministrative del 25 maggio e delle regionali dell'8-9 giugno in Friuli Venezia Giulia.
La devolution potrebbe allora rivelarsi una bolla di sapone, destinata a scoppiare. Può darsi. Ma può anche darsi che Bossi non ci stia. E, soprattutto, può darsi che del tutto indolore la devolution non sia. E che, per quanto presto messa tra parentesi, essa incida sul corpo vivo della società più di quanto non si pensi. A fare le spese di questa maldestra alchimia politica potrebbero essere insegnanti e studenti, medici e pazienti, e, più in generale, tutti i cittadini.

Iacopo Scaramuzzi